Ordini Cavallereschi Crucesignati

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martedì 27 maggio 2008

CARABINIERI 11

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L'assassinio di Umberto I
Premessa
Dopo Adua, la fine di un secolo e l'inizio di un altro. Finisce l'epoca crispina per lasciare il posto all’era giolittiana, non senza sussulti e drammi: Bava Beccaris, il regicidio di Monza, nuovi sogni coloniali che si materializzeranno dieci anni più tardi nello "scatolone di sabbia" (la definizione fu di Salvemini) della Libia. Tragedie bibliche, come il terremoto di Messina, e piccole grandi calamità che videro sempre i carabinieri in prima linea. E poi antiche piaghe, non ancora debellate, come il brigantaggio che infestò in quegli anni anche la Toscana e, in particolare, la Maremma. Una terra avara, dove la malaria era di casa.
Tra i canneti di quelle plaghe allignava la trista pianta del brigantaggio, favorita spesso dall'arrogante prepotenza dei grandi proprietari terrieri e dei loro ottusi soprastanti. Come quel certo Angelo Del Bono, che per conto del ricco marchese Guglielmi vessava i contadini locali. La roba del padrone, come rammenteranno gli spettatori delI’”Albero degli zoccoli", una realistica opera di Ermanno Olmi su un duro mondo contadino ancora vivo agli inizi del secolo, era più sacra dell'ostia consacrata.
L'Italia difficile della fine del secolo
Gli ultimi anni dell'Ottocento portarono una serie di gravissimi problemi: il brigantaggio in Maremma, i disordini sociali e gli attentati degli anarchici. Mentre i carabinieri…
Fu terribile, per esempio. il destino riservato al brigante Vincenzo Pastorini, che aveva provato a idicolizzarlo quando Domenico era sfuggito in mutande a una pattuglia dei carabinieri. Pastorini fu ucciso in un duello sull'aia, fulminato dalla doppietta di Tiburzi. Una palla in testa e una al cuore si era beccato mentre dormiva Basilietto (Giuseppe Basili), perché rapinava i mercanti senza l'autorizzazione dei capo. Anche un capraio di Terracina che rubava spacciandosi per Domenichino fu raggiunto dalla sua vendetta.
CARTA BIANCA A GIACHERI. Il governo non poteva tollerare le scorribande di quella primula rossa e fu deciso di inviare sul posto qualcuno che fosse in grado di mettergli le mani addosso. L'incarico toccò, ancora una volta, a un piemontese. Baffoni neri alla Francesco Giuseppe (il longevo imperatore d'Austria), testa alla Yul Brinner, sguardo severo e duro, il capitano Michele Giacheri si era fatto le ossa in Calabria, laureandosi con la distruzione a Milano (1884) della famigerata "compagnia della teppa". Dopo di che aveva mietuto successi nel triennio 1890?92 tra Formia e Gaeta catturando briganti di ogni taglia. Nato a Murazzano (presso Mondovi), la sua famiglia discendeva dai conti De Albertis de Wilneuve che avevano dato alla patria uomini di lettere ed ammiragli.
Quando Giacheri arrivò a Grosseto correva la voce che il brigante fosse morto. "Ella viene a catturare una leggenda", gli disse qualcuno. Giacheri non si fece fuorviare da queste illazioni e cominciò a percorrere instancabilmente in lungo e largo il regno del brigante, spacciandosi per un topografo francese. Domenichino godeva di finanziamenti piuttosto stabili, derivanti dal "pizzo" che pretendeva da tutti i possidenti locali in cambio della protezione dalle incursioni di piccoli delinquenti, e disponeva di una fittissima rete di complici, molti dei quali contadini, sempre pronti a tenerlo informato di eventuali indagini in corso sul suo conto o di tranelli preparati contro di lui. Perfino una taglia di ben 10.000 lire (una somma enorme per quei tempi) non aveva sortito alcun effetto: il bandito si spostava prudentemente da un luogo all'altro per evitare di essere localizzato e rafforzava il suo dominio di terrore, ammazzando le spie che lo minacciavano.
La pattuglia stava per tornare alla base quando un confidente rivelò al carabiniere Ciro Cavallini che in uno dei casolari dei dintorni il brigante avrebbe dovuto passare la notte. Sotto una pioggia divenuta torrenziale, molti coloni vennero tirati giù dal letto mezzi assonnati. Niente di niente, forse ancora una volta l'inafferrabile Tiburzi l'aveva fatta franca.
FINO ALL'ULTIMO BANDITO. Sono le tre e trenta quando davanti alla casa colonica Le Forane si presentano i carabinieri. I cani abbaiano e due figure compaiono alla porta. "Chi va là?". Partono due fucilate, i militi rispondono e il vecchio brigante viene colpito a morte (24 ottobre 1896). Anche a lui é riservata la tradizionale macabra foto, vestito di tutto punto, con il fucile nella mano irrigidita, mentre ai componenti della pattuglia viene conferita la medaglia d'argento.
Una foto ritrae questi valorosi dopo la cerimonia. Appaiono rilassati, qualcuno con l'ombra impalpabile di un sorriso, accuratamente nascosta dai baffi, due addirittura con il berretto da fatica sbarazzinamente portato sulle ventitré.
Uno di loro si lascia andare a un commento davanti al cadavere del brigante, eliminato nell'anniversario delle nozze del re: "Questo è il nostro dono di nozze alla principessa Elena: il regno di Tiburzi". "Non è mica completo" (ancora sei accoliti sono in libertà). "Ebbene noi lo completeremo".
Il brigante Musolino
Quando la televisione non c'era ed il tempo delle feste era finito, qual era il passatempo dei bisnonni? Oltre a quelli più ovvi, c'erano la lettura per i più colti e le leggende popolari per gli analfabeti. Naturalmente anche allora la cronaca di fatti sensazionali la faceva da padrona, e Giuseppe Musolino era un brigante con un senso dell'immagine piuttosto sviluppato. Le sue vicende furono seguite con morbosa passione dalla stampa nazionale e dai cantastorie popolari, creandogli un alone di leggenda e di romanticismo che nulla aveva a che vedere con la realtà,
Viene arrestato sei mesi più tardi e condannato per tentato omicidio alla pesante pena di ventun anni.. Dalla gabbia, Musolino grida: "Ho ventun anni e sono stato condannato a ventuno! ma uscirò prima per vendicarmi". Due anni dopo (1899) mantiene la promessa e si trasforma in un ciclone omicida. Ferisce un accusatore e ne ammazza la moglie, poi fa saltare con la dinamite la casa di un altro ed infine ammazza un giovane che sta in procinto di arruolarsi nell'Arma. Per tre anni semina il terrore e nessuno riesce a catturarlo, nemmeno con l'aiuto di una taglia. E’ ormai un mito che riesce a beffare a piacimento la legge.
Solo nella primavera del 1902 l'aria per il bandito diventa irrespirabile perfino in Aspromonte e inizia così una lunga marcia per la penisola che si conclude nel paese di Acqualagna (Urbino) dove, pur essendo travestito da contadino, perde la testa davanti a due carabinieri in normale giro di pattuglia. Tenta di fuggire, e in questo modo si tradisce. I carabinieri gli intimano l’altolà e si gettano all'inseguimento. Musolino è più veloce di loro e sta per dileguarsi quando inciampa in un fil di ferro che tiene i pali di una vigna. La leggenda popolare gli metterà in bocca la rabbiosa esclamazione "Chillu filo" mentre viene immobilizzato. Portato in caserma dice al brigadiere Mattei (il padre del futuro Enrico Mattei, presidente dell'ENI) di essere un contadino di Pesaro, ma l'accento calabrese lo tradisce.
Davanti alla Corte d'assise di Lucca, Musolino pronunzia un'autodifesa apparentemente sconnessa, ma a effetto per il pubblico popolare: "Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio. Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia. Chi condannate? Un cadavere, perché io posso avere cinque o sei mesi di vita al più". Parole destinate a restare celebri, ma che non gli evitano l'ergastolo. Trascorrerà in carcere 54 anni. Graziato nel 1946, passerà i restanti 10 anni della sua vita come ospite del manicomio di Reggio Calabria.
Per i carabinieri non è però finita. Come in un serial di secondo ordine, spunta nel Salernitano "il nuovo Musolino", al secolo Francesco Parisi. Bisognerà, nel 1907, intercettare l'amante del bandito con i soldi di un ricatto per localizzare il malvivente e finirlo al termine di una movimentata e furiosa sparatoria nei boschi.
Gli anarchici contro il Re
Se il brigantaggio continuava ad infestare le campagne, la situazione politica e sociale del Paese non era delle migliori. La caduta di Crispi in seguito alla sconfitta coloniale di Adua (1895) aveva lasciato un vuoto politico che il re Umberto I si era limitato a coprire proponendo il generale Ricotti alla Presidenza del consiglio. Il generale si rese conto da solo di non essere la persona adatta. Venne così richiamato un conservatore, il marchese di Rudinì, un uomo di buon senso, che chiuse con misure di pacificazione i moti sociali dei Fasci Siciliani, ma che mancava di una visione di insieme per affrontare in profondità i problemi del Paese.
La grave situazione interna è ben riassunta da un discorso pronunciato dal grande statista Giovanni Giolitti nel 1899: "In Italia, Paese di salari bassissimi, i generi di prima necessità sono tassati più che in qualsiasi altro Paese del mondo; il complesso delle imposte è giunto a tale altezza da costituire talora una vera confisca della proprietà; le imposte colpiscono più gravemente i poveri che i ricchi; ... la giustizia ... è lenta, costosissima e senza sufficienti garanzie; ... abbiamo un vergognoso primato nella delinquenza comune; l'istruzione elementare è insufficiente, la secondaria e l'universitaria così organizzate da costituire vere fabbriche di spostati... E’ urgente che il governo ed i partiti costituzionali si persuadano che il Paese non presta più fede alcuna alle promesse, e che solamente con un'energica azione, con un radicale mutamento d'indirizzo, si può riacquistare la fiducia delle popolazioni".
“LO SAPRETE DOMANI”. In Italia il simbolo negativo, per gli anarchici, è senza dubbio il re. Sono passati quasi venti anni dal fallito attentato di Passanante e la sera del 20 aprile 1897 il fabbro ferraio Pietro Acciarito saluta per l'ultima volta il padre. "Addio, non ci rivedremo più”. “Dove vai", gli chiede allarmato il padre, "Non ve lo posso dire".
'”In America? in Francia? o ti vai a uccidere?". “Padre, non domandatemi altro: lo saprete domani". Sempre più inquieto il padre, da buon suddito (è nato lo stesso giorno del re e ha chiamato Vittorio e Pietro Umberto i suoi figli), decide di andare al commissariato. "Signor commissario, l'ho sentito troppe volte bofonchiare di strane cose, di uccidere un pezzo grosso, temo che commetta qualche sproposito". "Non vi preoccupate avvertiremo chi di dovere".
E in effetti il commissario diligente inoltra rapporto alla questura, ma non fa i conti con la burocrazia: il documento resta fermo da qualche parte e nessuno avvisa i carabinieri.
La mattina del 22 aprile Umberto I esce dal Quirinale per andare all'ippodromo delle Capannelle per assistere al Derby Reale, dotato dal sovrano di un monte premi di 24.000 lire. Ci va senza scorta (forse non vuole dare rilievo a questa visita) e su una carrozza aperta, una elegante “vittoria” (dal nome della regina del Regno Unito).
Acciarito è appostato nei pressi di Ponte Lungo, il pugnale avvolto in un panno rosso, e quando vede la leggera carrozza senza scorta sale di slancio sul predellino. Il pugnale si leva, il re evita il colpo. La lama resta inerte nel mantice della carrozza.
Acciarito si allontana dal luogo con passo tranquillo, ma viene fermato subito. Ai poliziotti l'attentatore spiega: "L'attentato? Non mi piaceva veder dare 24.000 lire ad un cavallo". "Sono gli incerti del mestiere", conclude con filosofica ironia il sovrano, che ancora non sa che il suo destino è comunque segnato.
Nel maggio 1898, dopo l'ennesimo tumulto nel quale sono rimasti uccisi due poliziotti, il generale Fiorenzo Bava Beccaris scatena a Milano la truppa contro la folla. Non si tratta più di baionette e di spari ad altezza d'uomo, si usa direttamente il mortaio ed il cannone, anche caricato a mitraglia, per di più falciando per sbaglio una folla di mendicanti intorno ad un convento. Per quattro giorni gli scontri urbani continuano.
Il re decora solennemente con la gran croce dell'ordine militare di Savoia il generale Bava Beccaris, soprannominato "il macellaio di Milano", un gesto inopportuno, in contrasto con il lutto pubblico.
Quando la sera del 29 luglio 1900 re Umberto entra nel campo sportivo di Monza é protetto da un forte servizio d'ordine, ma la sua sorte è segnata.Bresci si è già disposto ad una decina di metri dal palco reale e attende pazientemente il momento critico in cui il re uscirà in carrozza. Nella confusione le distanze si accorciano e la pistola vomita tre colpi. Umberto muore e i carabinieri a stento riescono a sottrarre Bresci alla furia degli atleti presenti. Senza il loro intervento l'anarchico verrebbe barbaramente massacrato a colpi di mazza.
Dodici anni dopo il successore Vittorio Emanuele III sarà protetto dai corazzieri in un'analoga occasione. Questa volta il luogo dell'agguato è nei pressi di palazzo Salviati, dove Antonio D'Alba esplode due colpi contro la carrozza del re proprio mentre questi si reca a una messa di commemorazione del padre. I carabinieri però notano l'insolito movimento e si stringono intorno alla vettura. Il cavallo di un brigadiere si prende la prima pallottola, mentre la seconda colpisce alla testa il capo della scorta, maggiore Giovanni Lang. Il re viene salvato da un vero e proprio scudo umano.
Il terremoto di Messina
28 dicembre 1908. "Stamani alle 5,21 sugli strumenti dell'Osservatorio Sismografico è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri". Dietro questa scientifica registrazione del direttore dell'Osservatorio, padre Alfani, si rivela uno dei più gravi cataclismi naturali che abbiano mai colpito l'Italia.
Alle 5,20 sullo stretto di Messina si ode un boato terrificante, cui segue un terremoto di spaventosa intensità. Intere fronti di edifici come la Palazzata, orgoglio e vanto di Messina, si disintegrano come colpiti da un'onda d'urto nucleare mentre le banchine del porto sono letteralmente inghiottite dal mare. Un vento sovrumano scaraventa lontano come giocattoli di latta interi convogli ferroviari, svellendo dal suolo le rotaie.
Poco dopo onde alte una decina di metri si abbattono come un gigantesco maglio liquido sull'entroterra. Quando la furia delle acque si placa, dalle condutture del gas ormai contorte e dalle case sventrate si leva minaccioso il fuoco devastatore degli incendi. Non pochi superstiti del terremoto di Messina sono folli dal terrore.
Le riceventi dei telegrafi installati a Roma cominciano a ticchettare sinistramente i primi dati dell'immane disastro, in cui si dice che sulle due sponde dello Stretto sono perite almeno 110mila persone. Non c'è nemmeno l'idea, allora, di una protezione civile e naturalmente i primi che si muovono sono i militari.
Un'intera divisione navale su tre corazzate vira a tutta forza dalla Sardegna facendo rotta verso la Sicilia. Il re, con i primi carichi di medicinali, si imbarca su una di esse. Navi delle flotte francese, inglese e russa si lanciano in una corsa di solidarietà. La città viene divisa per settori e cominciano ad affluire dalle legioni vicine e lontane contingenti di carabinieri. E ce n'è davvero bisogno.
Il 3 gennaio il prefetto straordinario proclama lo stato d'assedio perché gli sciacalli sono diventati una vera piaga, talvolta agiscono per bande e sono armati. I tribunali militari, pur cercando di usare una certa clemenza in mancanza di prove certe, non esitano a passare per le armi i delinquenti più feroci.
L'Arma verrà decorata di una medaglia d'oro di benemerenza, appositamente istituita per l'occasione. Il maggiore Carlo Tua ed il vicebrigadiere Mario Realacci se la vedranno appuntare sul petto, una volta passato l'incubo di quelle giornate. Seguono per altri commilitoni 32 medaglie d'argento, 82 di bronzo, 33 menzioni onorevoli e 1.029 encomi solenni.
Un anno dopo, le benemerenze dei Carabinieri Reali anche nel terremoto di Messina verranno solennemente ricordate in occasione del centenario della fondazione dell'Arma e per il varo dei due cacciatorpediniere gemelli Carabiniere e Corazzier
Nuove regole per l'Arma
Talvolta l'immagine dei Carabinieri sembra presentarsi come un monolitico blocco di bronzo pressofuso. Sempre uguali, sempre fedeli, sempre immutabili, tranne qualche dettaglio nelle divise e nell'armamento. Invece, come in ogni organizzazione complessa, l'ambiente esterno influisce moltissimo sulla vita interna dell'istituzione, ma in modo meno visibile perché molti sono i filtri e i livelli decisionali.
All'inizio del secolo, con tutti i mutamenti politici e culturali attraversati, era ormai maturata l'esigenza di un nuovo regolamento che sostituisse le sorpassate normative del 1° maggio 1892. Nelle grandi linee si cercava di salvaguardare i principi del regolamento basilare del 1822.
Tripoli, bel suol d'amore
L'avvento del secondo governo Giolitti nel 1903 aveva aperto una luminosa parentesi di liberalismo dopo i travagliati periodi del governo liberticida del generale Pelloux ed il regicidio di Umberto I. Giolitti aveva capito che lo Stato non poteva essere asservito indefinitamente agli interessi del blocco agrario-industriale nella repressione sanguinosa degli scioperi. E aveva deciso di varare una serie di urgenti riforme sociali tra cui una legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli ed un'ulteriore riforma della pubblica istruzione.
Si conquista la quarta sponda
Per qualche anno l'operazione si sviluppò senza problemi. Il Banco di Roma si assicurò alcune concessioni minerarie diventando in breve il maggior proprietario terriero del Paese con un consistente controllo sui mulini e su parte della pesca delle spugne. I problemi sorsero quando i nazionalisti turchi presero il potere a Istambul e controbilanciarono la presenza italiana con il potere di colossi tedeschi come la Krupp, la Deutsche Bank e la Siemens. L'appalto per i lavori del porto di Tripoli, vinto da una ditta italiana, fu lasciato cadere dal governo turco. L'allarme suonò per tutti gli interessi politici ed economici legati alla Libia, tanto più che vi era il sentore che Francia ed Inghilterra non fossero tanto indifferenti sulla questione libica. Giolitti, che si preparava ad affrontare nuove elezioni di massa, impartì i primi ordini di studiare l'attacco alla Libia nell'estate del 1911. Le condizioni meteorologiche erano favorevoli e buona parte degli ambasciatori stranieri, si trovavano in vacanza. Tuttavia la necessità di agire segretamente e presto impedì la piena preparazione dello strumento militare, nonché una seria analisi della situazione complessiva in Libia.
ALAMARI TRA LE DUNE. Il primo ad arrivare fu l’onnipresente capitano Federico Craveri, autentico globe-trotter dell'Arma, inviato speciale ogni qual volta vi fosse da risolvere un problema spinoso. Questa volta occorreva ristabilire l'ordine a Tripoli e Craveri arruolò subito elementi arabi nella polizia. Nel giro di un giorno le botteghe ed il mercato potevano riaprire, ma occorreva comunque sostituire i cinque preesistenti battaglioni di gendarmeria turca
Come se la guerra non bastasse, anche il colera decise di reclamare le sue vittime e toccò ancora una volta ai carabinieri assistere la popolazione, disinfettare i locali, sgombrare i cadaveri. Le sezioni di guerra dell'Arma erano impegnate in tutte le battaglie difensive ed offensive nella Cirenaica e nella Tripolitania: Henni, Ain Zara, Bir Tobras, Sidi Abdallah.
Ai primi del 1912 dall'Eritrea giunsero 29 zaptié scelti tra gli elementi più affidabili in modo da stabilire contatti più diretti con la popolazione libica. I migliori zaptié diventarono istruttori della Scuola Allievi Zaptié, fondata il 10 febbraio 1912, mentre il 13 marzo la compagnia allievi zaptié assorbì 25 nuovi allievi oltre ai restanti elementi turco-arabi perché compissero un corso integrativo.
Finché non verranno conclusi nel 1915 l'accordo di Acroma e quello di Regima, che stabiliranno una sorta di pace coi senussiti in cambio dello sgombero dell'entroterra della Cirenaica, la storia dei Carabinieri in Libia sarà tessuta di eroiche resistenze in posti abbandonati da Dio e dagli uomini e di vane cacce a guerriglieri che sapevano sfruttare a fondo il deserto. Un'altra pagina poco nota scritta dai militi con il silenzio ed il sacrificio. Ne affronteranno di ben più grandi e laceranti nella Grande Guerra che ormai incombe nefasta sulla prospera Europa.
per approfondimenti Arma Carabinieri
La Grande Guerra
Premessa
Ancora oggi, quasi ottant'anni dopo, la terra rende i resti corrosi e quasi privi di senso di un conflitto che nella nostra coscienza collettiva è ormai lontanissimo: elmetti, resti di granate, brandelli di tenace reticolato. Non pochi dei nostri padri lo hanno vissuto da bambini (non a caso molti di loro furono battezzati Vittorio, come celebrazione o come auspicio), quasi tutti i nostri nonni ancora in vita ci sono passati. Quello che per noi è “roba da prima guerra mondiale", per loro è la Grande Guerra.
La prima guerra che diede all'umanità il senso di massa della mostruosità di un conflitto industrializzato (nel quale valeva ormai poco il valore individuale e nulla il codice cavalleresco) ebbe inizio con un attentato terroristico, di cui rimase vittima l'erede al trono dell'Austria-Ungheria, Franz Ferdinand, con sua moglie, in una città anche oggi straziata dalla guerra: Sarajevo. Lo studente bosniaco Gavrilo Princip. anche lui convinto della necessità di cambiare il suo mondo con un gesto esemplare, riuscì a piazzare una rosa di pallottole sulla bianca divisa del principe e sul ricco abito della sua sposa. Fu la campana che suonò per il vecchio impero multinazionale e per tutta un'Europa, convinta dell'inarrestabilità del progresso ma ancora fortemente contadina. Nulla sarà più come prima.
Da una scintilla la catastrofe
L'attentato di Sarajevo fu la causa accidentale che provocò la Prima Guerra Mondiale, un grande massacro che rivoluzionò la carta geografica dell'Europa
Sarajevo fu la scintilla, Gavrilo Princip l'artificiere. I compassati signori in cilindro, marsina e feluca delle cancellerie europee erano impegnati a seguire, con sobria attenzione, gli eccitanti ed intricati sviluppi dell'ennesima crisi locale.
L'espressione "polveriera dei Balcani” è vecchia come le nostre nonne. La Turchia, dopo la rivoluzione modernista dei giovani turchi, aveva capito che solo concedendo l'autonomia ed eventualmente l'indipendenza ai popoli slavi ad essa sottomessi poteva sopravvivere. La Serbia coltivava già allora il grande sogno di essere il faro e la guida dei popoli slavi meridionali. L'Austria si sentiva sul collo il fiato degli irredentismi locali. Con una mossa a sorpresa, Vienna procedette all'annessione della Bosnia-Erzegovina di cui deteneva l'amministrazione, appoggiata senza riserve da Berlino. La Russia, grande protettrice di tutti gli slavi, non digerì l'iniziativa anche se fu costretta a subirla. Francia, Germania e Inghilterra si studiavano con sospetto e intanto si armavano. Londra e Berlino rinforzavano la loro flotta navale, composta di navi con linee stupende, che svolgeranno un ruolo marginale nel conflitto.
Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro sentivano che l'ora della riscossa contro l'odiato oppressore turco stava arrivando e nel 1912, stretti nella Lega Balcanica, attaccarono e sconfissero i turchi, indeboliti dalla guerra in Libia. Subito dopo, i compagni di strada erano già pronti a prendersi per la gola. Furono i bulgari, inebriati dal successo, a scatenare la seconda guerra balcanica (1913) per imporre la loro volontà a Serbia e Grecia. Gli andò male: intervennero Turchia e Romania e la partita fu vinta dalla Serbia, che ebbe il territorio raddoppiato e il prestigio moltiplicato per mille. Soltanto un'illusione: Belgrado si trovava ormai a fronteggiare direttamente Vienna e la vecchia capitale mitteleuropea non poteva tollerare oltre il processo di disgregazione dell'impero.
L'atmosfera politica internazionale era carica di elettricità: Francia e Germania erano rimaste rivali e la Germania giunse alla graduale convinzione che la Russia volesse una guerra per frenare l'egemonia prussiana. La gigantesca tenaglia franco-russa avrebbe impaurito chiunque: il programma di riarmo pluriennale di Pietroburgo e l'approvazione della ferma triennale in Francia (1913), nonché il riavvicinamento politico tra queste due Potenze, legittimavano le previsioni più fosche.
Alcuni incerti tentativi di mediazione non ebbero effetto e pochi giorni dopo scoppiava la guerra, una piccola guerra locale per mettere a posto quattro slavi arroganti. E invece, come in un mortale Risiko, la Russia decretò la mobilitazione parziale, e Berlino lanciò l'ultimatum (31 luglio) perché fosse sospeso il concentramento di truppe zariste. La Francia rispose a Berlino che avrebbe badato ai suoi interessi in un eventuale conflitto russo-tedesco.
UN RISIKO MORTALE. Il 1° agosto vi furono la mobilitazione simultanea di Francia e Germania e la dichiarazione tedesca di guerra allo zar. Un giorno dopo il Belgio rifiutò la richiesta per il transito di truppe tedesche quando ancora tecnicamente i due Paesi non erano in guerra. Per tutta risposta, il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia scardinando la frontiera belga; il giorno seguente Londra dichiarava guerra alla Germania.






Nessuno aveva capito (e meno degli altri i militari) che l'artiglieria avrebbe dominato la scena, il filo spinato avrebbe avvolto in una ragnatela assurda ogni piano tattico e strategico e che la mitragliatrice, un goffo tubo di stufa senza baionetta, avrebbe detto l'ultima parola.
CALVARIO DI FANGO. All'inizio non sembrò davvero così. L'avanzata tedesca su Parigi fu fulminante, Joffre salvò la Francia in extremis sulla Marna, i generali tedeschi Hindenburg e von Ludendorff schiantarono con sapienti manovre ferroviarie i russi a Tannenberg ed ai laghi Masuri, i russi sfondarono il fronte austriaco a Rava Ruska in Galizia, con 750 treni i tedeschi volarono in soccorso degli austriaci e con una complicatissima e selvaggia battaglia a Lodz bloccarono l'avanzata russa.
Pochissimi generali hanno capito che questa è una guerra d'assedio che si combatte con meno eroismo e con più metodo. I tedeschi mettono a punto la tattica di infiltrare con reparti scelti le prime linee nemiche e poi lanciare attacchi brevi e concentrati, mentre tutti gli altri fino all'arrivo del carro armato (un rozzo schiacciafili spinati) vanno avanti a lanciare reggimenti al massacro.
La nostra entrata in Guerra
In tutto il bailamme del 1914 l'unica grande assente è l'Italia. Visto che l'Austria non si è consultata prima di dare inizio alle ostilità e che soprattutto ha dichiarato guerra mentre la Triplice Alleanza prevedeva l'assistenza reciproca solo in caso di difesa da un attacco, Roma non si ritiene legata da quel patto.
Il Paese è agitato dal dibattito fra interventisti e non interventisti, ma i carabinieri sono all'opera da diverso tempo con discrezione ed efficacia. La Triplice era in crisi da parecchi anni e i carabinieri nelle stazioni venete di confine avevano attivato un discreto servizio d'informazioni. Anche allora erano seguite avidamente le storie di spie bellissime, amanti infide di potenti ambasciatori e gallonati generali, ma la normale realtà dei servizi era molto meno seducente.
I servizi di informazione compivano ogni genere di azione. Ricordate le fughe incredibili attraverso il Muro di Berlino? Ottanta anni fa la cortina di ferro esisteva per gli irredentisti italiani che non volevano servire più sotto l'odiata aquila bicipite, specie, se erano ufficiali dell'imperial-regio esercito come il barone Raimondo Buffa. A risolvere il problema provvide il servizio segreto. Prima un'opportuna convalescenza tolse il barone dal servizio attivo, poi la moglie preparò un pacco di biancheria da spedire. Al ritiro, in luogo sicuro, i carabinieri aprirono la cesta dalla quale uscì l'irredentista.






Il 26 aprile 1915 l'Italia firmò il patto di Londra con il quale si impegnava ad entrare in guerra entro un mese
IL PODGORA MALEDETTO. Ancora una volta le nostre forze armate, in apparenza moderne e potenti, avevano sofferto di due mali piuttosto cronici nella storia militare nazionale: improvvisazione e sottocapitalizzazione. La prima era conseguenza della criminale segretezza con cui erano state condotte le trattative di Londra. Salandra era talmente ansioso di condurre in porto il suo complesso gioco politico che non aveva nemmeno informato il capo di Stato maggiore dell'esercito, in modo che si potessero approntare i piani necessari dopo un così radicale rovesciamento delle alleanze. La seconda derivava dall'inveterata tendenza a fare, come si dice, “le nozze con i fichi secchi", specialmente nel campo militare, salvo poi indignarsi per le spese militari eccessive e flagellarsi alla prima sconfitta.
Il 24 maggio le truppe varcarono solennemente il Piave con l'intento, peraltro logico, di avanzare oltre l'Isonzo puntando su Lubiana e riducendo il pericoloso saliente del Trentino, ma le vere operazioni poterono cominciare soltanto a metà giugno.
La prima offensiva dell'Isonzo si concluse con 1.916 morti, 11.500 feriti, 1.600 tra dispersi e prigionieri con le truppe aggrappate (in condizioni di autentica disperazione) in trincee di fortuna ai bordi dell'altopiano carsico e bersagliate costantemente dal nemico in posizione dominante.
Fu necessaria uni seconda offensiva, sempre con l'obiettivo di prendere i punti chiave della difesa di Gorizia e di allargare le teste di ponte oltre l'Isonzo. A questa seconda azione prese parte il reggimento Carabinieri Reali, al comando del colonnello Antonio Vannugli. Si trattava di una unità pianificata da lungo tempo (1905), costituita di fresco due giorni prima dello scoppio del conflitto, composta dalle compagnie della Legione Allievi e da volontari delle Legioni territoriali di Firenze, Ancona, Palermo, Bari e Napoli, forte di 2.500 uomini e 65 ufficiali. Il morale degli uomini era altissimo, le divise erano i tipici grigioverde da combattimento, quasi identici per tutte le armi e tutti i reparti.
La vigilia del macello
Sono le memorie di un allora giovane tenentino, Franco Mazzarelli, poi divenuto un severo generale, a restituire intatte le sensazioni di quell'unità votata al sacrificio. La missione dei due battaglioni del reggimento è di passare attraverso una breccia aperta con una poderosa offensiva ed entrare per primi a Gorizia in modo da assumere subito il controllo della città. Un compito importante che agli occhi degli uomini è secondo solo alla voglia di affrontare direttamente il nemico.
Il pomeriggio del 6 luglio, con tutti gli ufficiali a rapporto, vengono fuori altri dettagli scoraggianti. Non ci sono quegli articoli di uso corrente come borracce per l’acqua, bombe a mano, pinze tagliafili, maschere antigas. Abituati ad un'organizzazione che funziona, i carabinieri fanno partire il tenentino per il comando di corpo d'armata a Cormons con le richieste. "No, guardate, per voi a breve non è previsto nessun assalto. Dovete invece andare in trincea sulla collina del Podgora ed aspettare un po'. I materiali? Per ora non c'è fretta. Ve li facciamo arrivare appena possibile". Non è che l'organizzazione non esista, ha soltanto regole kafkiane a cui tutti devono rassegnarsi, carabinieri inclusi.








Musi lunghi, ma ancora molta voglia di battersi, i carabinieri raggiungono le posizioni di Lora Podgora di fronte alla famigerata quota 240 e danno il cambio al 36° Fanteria. Le trincee sono in un punto raccapricciante, dominato interamente dal fuoco nemico, e sono ammorbate da un tanfo nauseabondo non solo per gli escrementi, ma anche per i cadaveri insepolti nella terra di nessuno. I militi tengono duro, nonostante tutto, nonostante i turni pesanti, il rancio gelido una volta al giorno e le infezioni intestinali coleriformi. Continuano a scavare sotto il fuoco nemico quei camminamenti protetti di avvicinamento a quota 240 che serviranno per l'assalto finale.
Il 18 luglio arrivano i primi ordini di combattimento in occasione di una dimostrazione per appoggiare un attacco nel settore vicino. Solo allora arrivano 80 pinze tagliafili, poche vecchie maschere antigas e 50 bombe a mano, quanto basta appena per una compagnia. Comunque le azioni di danneggiamento ai reticolati hanno un discreto successo e comportano perdite in numero limitato. Il 19 dal comando di brigata Pistoia arriva l'ordine di assaltare per le 11 la quota 240. Alle 10,20 un batteria di cannoni a tiro rapido da 75 millimetri comincia a battere i nidi di mitragliatrici avversari. Mancano pochi minuti al macello.
COME ALLA PARATA. Alle 11 precise il colonnello Vannugli comanda: "Avanti per l'assalto!". Segue l'ordine "Alla baionetta" e l'indimenticabile "Savoia!" al momento di uscire dalle trincee. Chi ha visto il film Uomini contro o ha letto Un anno sull'Altopiano di Emilio Lussu può facilmente visualizzare la scena.
Secondo gli ordini, l'assalto del reggimento Carabinieri Reali deve essere compiuto alla baionetta e senza sparare. Nemmeno un colpo parte da quegli uomini che continuano a manovrare sotto la falce impazzita della morte come se fossero in piazzi d'armi e che cercano di proteggere i loro ufficiali. Gli austriaci non solo riescono a bloccare col fuoco l'avanzata di quei valorosi, ma piazzano una mitragliatrice quasi alle spille degli attaccanti con effetti devastanti. Gli italiani non si sbandano e non arretrano di un pollice. Perfino gli austriaci sono colti dal fascino di quella scena di strage irreale. Alla fine, decimati ma non fiaccati, i militi ricevono l'ordine di fermarsi e riorganizzarsi per respingere un contrassalto, mentre si progetta di compiere un altro sforzo con altra fanteria. Per fortuna ci si rende conto che senza artiglieria sarebbe un sacrificio vario. Suona la ritirata. Quella maledetta quota non verrà mai espugnata all'assalto in tutta la guerra.
Sui sopravvissuti e sui cadaveri fioccano gli elogi. Arrivano tempestivi in ordine gerarchico quelli dei comandanti di brigata, divisione, corpo d'armata, armata e qualche anno più tardi quelli delle storie ufficiali. Arriveranno anche le medaglie: 9 d'argento, 33 di bronzo, 14 croci di guerra. Povere cose rispetto alle vite sprecate nel grande carnaio.
Finalmente a Gorizia!
La guerra continua ed i carabinieri sono dappertutto per assicurare tutta una somma di servizi poco visibili, ma utilissimi: posti di sicurezza, piantoni fissi, vedette stabili di contraerea, ronde negli abitati, perlustrazioni sulle vie ordinarie e linee di tappa, vigilanza sulla realizzazione di opere militari, servizio di polizia sui treni, corrieri postali, prevenzione e repressione dello spionaggio, servizio informazioni, interrogatorio dei prigionieri, scorte valori, servizio di scorta alle autorità, servizio delle tradotte, scorte ai carreggi, salvacondotti e permessi, repressione della diserzione, vigilanza degli stabilimenti militari e repressione di reati ai danni dell'amministrazione.
I reparti vengono resi più agili e numerosi. Il glorioso reggimento Carabinieri Reali viene trasformato in tre battaglioni autonomi e tre compagnie autonome vengono create in aggiunta. Quando gli austriaci scatenano la Strafexpedition (spedizione punitiva) nel maggio 1916, i reparti autonomi vengono rapidamente riconfigurati in 39 plotoni. Il 16 giugno scatta la controffensiva e si aggiungono altri 24 plotoni di carabinieri.
Gli austriaci sono esausti e la loro logistica è in crisi, da maggio si combatte quasi senza interruzione. Il fronte comincia a scricchiolare: quell'Isonzo che sembrava invalicabile viene superato di slancio dalla marea grigioverde; quota 240, la Hamburger Hill dei Carabinieri, si arrende; chi ancora resiste accanitamente nelle caverne è spazzato dalle granate a mano e dai lanciafiamme.
Mentre l'Arma mobilitata ha triplicato i suoi effettivi nell'ottobre 1917, quella territoriale comincia con la legione provvisoria autonoma Carabinieri Reali ad espandere nei territori appena liberati la sua rete di controllo. Il comando si trova ad Udine, mentre i comandi delle due Divisioni sono ad Udine e Gorizia. La rete è infittita da una Divisione della legione di Verona dislocata nella provincia di Udine.
Prima e dopo Caporetto
Pochi giorni prima che gli austrotedeschi vibrassero la loro mazzata tra Tolmino e Caporetto, si tenne a Villa Vicentina (12 settembre 1917) una grande cerimonia per la consegna di 35 medaglie al valore ai militi dell'Arma, destinata a rinsaldare il morale e ricordare gli eroismi fino ad allora compiuti. Sua Altezza Reale, il Duca d'Aosta, comandante della Terza Armata, pronunciò con orgoglio la chiusa del suo discorso: “La vostra missione è di pace e di guerra. o benemeriti soldati. Pace bellique, voi meritate, o Carabinieri, tutta intera la nostra riconoscenza, la riconoscenza dell'Italia. Bravi”.
Nell'aria aleggiavano ancora le parole di D'Annunzio declamate quattro mesi prima (il 12 giugno) per commemorare il capitano Vittorio Bellipanni, un altro eroe: "E’ l'Arma della fedeltà immobile e dell'abnegazione silenziosa; l'Arma che nel folto della battaglia e al di qua della battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, e nel pericolo durevole, dà ogni giorno uguali prove di valore, tanto più gloriosi quanto più avara le è la gloria ......”
Guerra lampo? Non ancora. ma tra i gagliardi fanti bavaresi che scardinavano le deboli difese italiane vi era un tenente prussiano, un certo Erwin Rommel, che non dimenticherà la lezione appresa tra le nebbiose alture di Caporetto.
I nostri furono presi in contropiede, sotto tutti i punti di vista.
Nel giro di cinque giorni gli austro-tedeschi raggiunsero la linea del Tagliamento, vanificando gli sforzi di due anni di guerra e tante sanguinose battaglie. Il generale tedesco von Berrer fu audace da entrare a Udine a bordo della sua automobile: pagò cara la sua arroganza perché due carabinieri lo centrarono senza nemmeno chiedergli i documenti.
LA FEDELISSIMA. Fu in quei giorni bui e frenetici, mentre le truppe della Seconda Armata rifluivano penosamente verso i pochi ponti rimasti sul Tagliamento, che la Fedelissima si rivelò determinante. Soltanto un'arma d'élite, all’'obbedienza quasi gesuitica, poteva restituire una parvenza di ordine a una massa di soldati demoralizzati e fuggiaschi, incalzati dappresso dal nemico vittorioso.
Alla fatica del ripiegamento su tutto il fronte dalle Alpi al mare si aggiunsero amare e meschine polemiche. Cadorna non esitò a diffondere un disonorante comunicato in cui, per scagionarsi come comandante supremo, attribuiva la disfatta alla viltà dei propri soldati. Poi si scatenarono le accuse e i memoriali incrociati fra generali preoccupati soltanto di scaricare le proprie responsabilità: tutto sulla pelle dei poveri fanti.
Non bastava. Cadorna, convinto che fosse necessario un esempio punitivo ordinò sul posto la decimazione dei reparti: una misura disciplinare terribile che si adotta in casi estremi. E quello non era davvero un caso che giustificasse una misura del genere nei confronti di uomini costretti a combattere in condizioni disperate.
Alcuni mesi prima (aprile-maggio 1917) la decimazione era stata spietatamente applicata per reprimere la rivolta di tutto l'esercito francese esasperato dai massacri compiuti sulla sua pelle.
Decimare significa allineare alla meglio il reparto in questione e far percorrere le righe da ufficiali che tirano fuori un soldato ogni dieci a caso. “Tu, fuori. Uno, due, tre .... fuori tu!": in un silenzio di tomba risuonano le voci di morte tra i volti grigi di stanchezza dei soldati disfatti. Molti si incolonnano in silenzio verso una morte infame, qualcuno grida, piange, va condotto a forza, altri pregano.
C'è solo una cupa tristezza, il capo chino sotto la pesante responsabilità di un dovere ferreo e spietato, nei ranghi dei carabinieri ai quali è affidato l'orrendo compito. Un muro invisibile di odio separa i soldati innocenti, colpevoli solo di aver umanamente ceduto, e i militi, colpevoli di incarnare l'estremo senso del dovere anche di fronte ad ordini crudeli.
La scarica del plotone di esecuzione abbatte le vittime di questo rito sacrificale. I reparti hanno lavato un'onta non loro.
Verso la vittoria
Ci vogliono due meridionali e il generoso scatto di reni e d'orgoglio di tutta una nazione per rovesciare la situazione. Tocca al siciliano Vittorio Emanuele Orlando ricucire in fretta come presidente del Consiglio le ferite politiche e psicologiche della sconfitta. Tocca al napoletano di origini spagnole, Armando Diaz, ridare fiducia e conforto ai soldati violentati dalla sconfitta. Finalmente ci si cura di più del benessere fisico e morale dei combattenti. Si creano uffici di propaganda che spiegano alla truppa, in larga parte contadina e poco istruita, perché si combatte, e si impara a usare la truppa con maggiore criterio. In poche settimane la tempra della nazione spezza l'orgoglioso attacco austro-tedesco sul Piave: l'offensiva Radetsky segna l'inizio della fine del secolare e decrepito impero.
Decine di sezioni e plotoni di Carabinieri si distinguono nella tenace resistenza accanto ai loro commilitoni delle altre armi, meritando più volte l'encomio solenne. I marescialli Conrad von Hoetzendorf e Boroevic non credono ai loro occhi: dove sono quegli italiani che erano stati dileggiati come vigliacchi, buoni solo a scappare? Il baldanzoso grido di guerra "Nach Mailland" muore sulle labbra, non rivedranno mai più la Madonnina del duomo di Milano.
Nell'ottobre 1918 tocca finalmente agli italiani montare la loro offensiva, quella finale. A un anno esatto da Caporetto, il Piave viene ripassato dalle truppe italiane. Per tre giorni gli austro-tedeschi resistono con valore e disperazione, ma non c'è niente da fare contro la valanga grigioverde. Il fronte si spezza, i reparti slavi si ammutinano, così come la flotta austriaca a Pola, la cavalleria si apre a ventaglio nelle retrovie indifese. Trento e Trieste sono liberate.
Un contributo non trascurabile è stato dato anche dall'aviazione per la prima volta impiegata in massa nella Grande Guerra. Anche lì vi è la presenza di valenti carabinieri.
L'assassinio di Umberto I
Premessa
Dopo Adua, la fine di un secolo e l'inizio di un altro. Finisce l'epoca crispina per lasciare il posto all’era giolittiana, non senza sussulti e drammi: Bava Beccaris, il regicidio di Monza, nuovi sogni coloniali che si materializzeranno dieci anni più tardi nello "scatolone di sabbia" (la definizione fu di Salvemini) della Libia. Tragedie bibliche, come il terremoto di Messina, e piccole grandi calamità che videro sempre i carabinieri in prima linea. E poi antiche piaghe, non ancora debellate, come il brigantaggio che infestò in quegli anni anche la Toscana e, in particolare, la Maremma. Una terra avara, dove la malaria era di casa.
Tra i canneti di quelle plaghe allignava la trista pianta del brigantaggio, favorita spesso dall'arrogante prepotenza dei grandi proprietari terrieri e dei loro ottusi soprastanti. Come quel certo Angelo Del Bono, che per conto del ricco marchese Guglielmi vessava i contadini locali. La roba del padrone, come rammenteranno gli spettatori delI’”Albero degli zoccoli", una realistica opera di Ermanno Olmi su un duro mondo contadino ancora vivo agli inizi del secolo, era più sacra dell'ostia consacrata.
L'Italia difficile della fine del secolo
Gli ultimi anni dell'Ottocento portarono una serie di gravissimi problemi: il brigantaggio in Maremma, i disordini sociali e gli attentati degli anarchici. Mentre i carabinieri…
Fu terribile, per esempio. il destino riservato al brigante Vincenzo Pastorini, che aveva provato a idicolizzarlo quando Domenico era sfuggito in mutande a una pattuglia dei carabinieri. Pastorini fu ucciso in un duello sull'aia, fulminato dalla doppietta di Tiburzi. Una palla in testa e una al cuore si era beccato mentre dormiva Basilietto (Giuseppe Basili), perché rapinava i mercanti senza l'autorizzazione dei capo. Anche un capraio di Terracina che rubava spacciandosi per Domenichino fu raggiunto dalla sua vendetta.
CARTA BIANCA A GIACHERI. Il governo non poteva tollerare le scorribande di quella primula rossa e fu deciso di inviare sul posto qualcuno che fosse in grado di mettergli le mani addosso. L'incarico toccò, ancora una volta, a un piemontese. Baffoni neri alla Francesco Giuseppe (il longevo imperatore d'Austria), testa alla Yul Brinner, sguardo severo e duro, il capitano Michele Giacheri si era fatto le ossa in Calabria, laureandosi con la distruzione a Milano (1884) della famigerata "compagnia della teppa". Dopo di che aveva mietuto successi nel triennio 1890?92 tra Formia e Gaeta catturando briganti di ogni taglia. Nato a Murazzano (presso Mondovi), la sua famiglia discendeva dai conti De Albertis de Wilneuve che avevano dato alla patria uomini di lettere ed ammiragli.
Quando Giacheri arrivò a Grosseto correva la voce che il brigante fosse morto. "Ella viene a catturare una leggenda", gli disse qualcuno. Giacheri non si fece fuorviare da queste illazioni e cominciò a percorrere instancabilmente in lungo e largo il regno del brigante, spacciandosi per un topografo francese. Domenichino godeva di finanziamenti piuttosto stabili, derivanti dal "pizzo" che pretendeva da tutti i possidenti locali in cambio della protezione dalle incursioni di piccoli delinquenti, e disponeva di una fittissima rete di complici, molti dei quali contadini, sempre pronti a tenerlo informato di eventuali indagini in corso sul suo conto o di tranelli preparati contro di lui. Perfino una taglia di ben 10.000 lire (una somma enorme per quei tempi) non aveva sortito alcun effetto: il bandito si spostava prudentemente da un luogo all'altro per evitare di essere localizzato e rafforzava il suo dominio di terrore, ammazzando le spie che lo minacciavano.
La pattuglia stava per tornare alla base quando un confidente rivelò al carabiniere Ciro Cavallini che in uno dei casolari dei dintorni il brigante avrebbe dovuto passare la notte. Sotto una pioggia divenuta torrenziale, molti coloni vennero tirati giù dal letto mezzi assonnati. Niente di niente, forse ancora una volta l'inafferrabile Tiburzi l'aveva fatta franca.
FINO ALL'ULTIMO BANDITO. Sono le tre e trenta quando davanti alla casa colonica Le Forane si presentano i carabinieri. I cani abbaiano e due figure compaiono alla porta. "Chi va là?". Partono due fucilate, i militi rispondono e il vecchio brigante viene colpito a morte (24 ottobre 1896). Anche a lui é riservata la tradizionale macabra foto, vestito di tutto punto, con il fucile nella mano irrigidita, mentre ai componenti della pattuglia viene conferita la medaglia d'argento.
Una foto ritrae questi valorosi dopo la cerimonia. Appaiono rilassati, qualcuno con l'ombra impalpabile di un sorriso, accuratamente nascosta dai baffi, due addirittura con il berretto da fatica sbarazzinamente portato sulle ventitré.
Uno di loro si lascia andare a un commento davanti al cadavere del brigante, eliminato nell'anniversario delle nozze del re: "Questo è il nostro dono di nozze alla principessa Elena: il regno di Tiburzi". "Non è mica completo" (ancora sei accoliti sono in libertà). "Ebbene noi lo completeremo".
Il brigante Musolino
Quando la televisione non c'era ed il tempo delle feste era finito, qual era il passatempo dei bisnonni? Oltre a quelli più ovvi, c'erano la lettura per i più colti e le leggende popolari per gli analfabeti. Naturalmente anche allora la cronaca di fatti sensazionali la faceva da padrona, e Giuseppe Musolino era un brigante con un senso dell'immagine piuttosto sviluppato. Le sue vicende furono seguite con morbosa passione dalla stampa nazionale e dai cantastorie popolari, creandogli un alone di leggenda e di romanticismo che nulla aveva a che vedere con la realtà,
Viene arrestato sei mesi più tardi e condannato per tentato omicidio alla pesante pena di ventun anni.. Dalla gabbia, Musolino grida: "Ho ventun anni e sono stato condannato a ventuno! ma uscirò prima per vendicarmi". Due anni dopo (1899) mantiene la promessa e si trasforma in un ciclone omicida. Ferisce un accusatore e ne ammazza la moglie, poi fa saltare con la dinamite la casa di un altro ed infine ammazza un giovane che sta in procinto di arruolarsi nell'Arma. Per tre anni semina il terrore e nessuno riesce a catturarlo, nemmeno con l'aiuto di una taglia. E’ ormai un mito che riesce a beffare a piacimento la legge.
Solo nella primavera del 1902 l'aria per il bandito diventa irrespirabile perfino in Aspromonte e inizia così una lunga marcia per la penisola che si conclude nel paese di Acqualagna (Urbino) dove, pur essendo travestito da contadino, perde la testa davanti a due carabinieri in normale giro di pattuglia. Tenta di fuggire, e in questo modo si tradisce. I carabinieri gli intimano l’altolà e si gettano all'inseguimento. Musolino è più veloce di loro e sta per dileguarsi quando inciampa in un fil di ferro che tiene i pali di una vigna. La leggenda popolare gli metterà in bocca la rabbiosa esclamazione "Chillu filo" mentre viene immobilizzato. Portato in caserma dice al brigadiere Mattei (il padre del futuro Enrico Mattei, presidente dell'ENI) di essere un contadino di Pesaro, ma l'accento calabrese lo tradisce.
Davanti alla Corte d'assise di Lucca, Musolino pronunzia un'autodifesa apparentemente sconnessa, ma a effetto per il pubblico popolare: "Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio. Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia. Chi condannate? Un cadavere, perché io posso avere cinque o sei mesi di vita al più". Parole destinate a restare celebri, ma che non gli evitano l'ergastolo. Trascorrerà in carcere 54 anni. Graziato nel 1946, passerà i restanti 10 anni della sua vita come ospite del manicomio di Reggio Calabria.
Per i carabinieri non è però finita. Come in un serial di secondo ordine, spunta nel Salernitano "il nuovo Musolino", al secolo Francesco Parisi. Bisognerà, nel 1907, intercettare l'amante del bandito con i soldi di un ricatto per localizzare il malvivente e finirlo al termine di una movimentata e furiosa sparatoria nei boschi.
Gli anarchici contro il Re
Se il brigantaggio continuava ad infestare le campagne, la situazione politica e sociale del Paese non era delle migliori. La caduta di Crispi in seguito alla sconfitta coloniale di Adua (1895) aveva lasciato un vuoto politico che il re Umberto I si era limitato a coprire proponendo il generale Ricotti alla Presidenza del consiglio. Il generale si rese conto da solo di non essere la persona adatta. Venne così richiamato un conservatore, il marchese di Rudinì, un uomo di buon senso, che chiuse con misure di pacificazione i moti sociali dei Fasci Siciliani, ma che mancava di una visione di insieme per affrontare in profondità i problemi del Paese.
La grave situazione interna è ben riassunta da un discorso pronunciato dal grande statista Giovanni Giolitti nel 1899: "In Italia, Paese di salari bassissimi, i generi di prima necessità sono tassati più che in qualsiasi altro Paese del mondo; il complesso delle imposte è giunto a tale altezza da costituire talora una vera confisca della proprietà; le imposte colpiscono più gravemente i poveri che i ricchi; ... la giustizia ... è lenta, costosissima e senza sufficienti garanzie; ... abbiamo un vergognoso primato nella delinquenza comune; l'istruzione elementare è insufficiente, la secondaria e l'universitaria così organizzate da costituire vere fabbriche di spostati... E’ urgente che il governo ed i partiti costituzionali si persuadano che il Paese non presta più fede alcuna alle promesse, e che solamente con un'energica azione, con un radicale mutamento d'indirizzo, si può riacquistare la fiducia delle popolazioni".
“LO SAPRETE DOMANI”. In Italia il simbolo negativo, per gli anarchici, è senza dubbio il re. Sono passati quasi venti anni dal fallito attentato di Passanante e la sera del 20 aprile 1897 il fabbro ferraio Pietro Acciarito saluta per l'ultima volta il padre. "Addio, non ci rivedremo più”. “Dove vai", gli chiede allarmato il padre, "Non ve lo posso dire".
'”In America? in Francia? o ti vai a uccidere?". “Padre, non domandatemi altro: lo saprete domani". Sempre più inquieto il padre, da buon suddito (è nato lo stesso giorno del re e ha chiamato Vittorio e Pietro Umberto i suoi figli), decide di andare al commissariato. "Signor commissario, l'ho sentito troppe volte bofonchiare di strane cose, di uccidere un pezzo grosso, temo che commetta qualche sproposito". "Non vi preoccupate avvertiremo chi di dovere".
E in effetti il commissario diligente inoltra rapporto alla questura, ma non fa i conti con la burocrazia: il documento resta fermo da qualche parte e nessuno avvisa i carabinieri.
La mattina del 22 aprile Umberto I esce dal Quirinale per andare all'ippodromo delle Capannelle per assistere al Derby Reale, dotato dal sovrano di un monte premi di 24.000 lire. Ci va senza scorta (forse non vuole dare rilievo a questa visita) e su una carrozza aperta, una elegante “vittoria” (dal nome della regina del Regno Unito).
Acciarito è appostato nei pressi di Ponte Lungo, il pugnale avvolto in un panno rosso, e quando vede la leggera carrozza senza scorta sale di slancio sul predellino. Il pugnale si leva, il re evita il colpo. La lama resta inerte nel mantice della carrozza.
Acciarito si allontana dal luogo con passo tranquillo, ma viene fermato subito. Ai poliziotti l'attentatore spiega: "L'attentato? Non mi piaceva veder dare 24.000 lire ad un cavallo". "Sono gli incerti del mestiere", conclude con filosofica ironia il sovrano, che ancora non sa che il suo destino è comunque segnato.
Nel maggio 1898, dopo l'ennesimo tumulto nel quale sono rimasti uccisi due poliziotti, il generale Fiorenzo Bava Beccaris scatena a Milano la truppa contro la folla. Non si tratta più di baionette e di spari ad altezza d'uomo, si usa direttamente il mortaio ed il cannone, anche caricato a mitraglia, per di più falciando per sbaglio una folla di mendicanti intorno ad un convento. Per quattro giorni gli scontri urbani continuano.
Il re decora solennemente con la gran croce dell'ordine militare di Savoia il generale Bava Beccaris, soprannominato "il macellaio di Milano", un gesto inopportuno, in contrasto con il lutto pubblico.
Quando la sera del 29 luglio 1900 re Umberto entra nel campo sportivo di Monza é protetto da un forte servizio d'ordine, ma la sua sorte è segnata.Bresci si è già disposto ad una decina di metri dal palco reale e attende pazientemente il momento critico in cui il re uscirà in carrozza. Nella confusione le distanze si accorciano e la pistola vomita tre colpi. Umberto muore e i carabinieri a stento riescono a sottrarre Bresci alla furia degli atleti presenti. Senza il loro intervento l'anarchico verrebbe barbaramente massacrato a colpi di mazza.
Dodici anni dopo il successore Vittorio Emanuele III sarà protetto dai corazzieri in un'analoga occasione. Questa volta il luogo dell'agguato è nei pressi di palazzo Salviati, dove Antonio D'Alba esplode due colpi contro la carrozza del re proprio mentre questi si reca a una messa di commemorazione del padre. I carabinieri però notano l'insolito movimento e si stringono intorno alla vettura. Il cavallo di un brigadiere si prende la prima pallottola, mentre la seconda colpisce alla testa il capo della scorta, maggiore Giovanni Lang. Il re viene salvato da un vero e proprio scudo umano.
Il terremoto di Messina
28 dicembre 1908. "Stamani alle 5,21 sugli strumenti dell'Osservatorio Sismografico è incominciata una impressionante, straordinaria registrazione. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri". Dietro questa scientifica registrazione del direttore dell'Osservatorio, padre Alfani, si rivela uno dei più gravi cataclismi naturali che abbiano mai colpito l'Italia.
Alle 5,20 sullo stretto di Messina si ode un boato terrificante, cui segue un terremoto di spaventosa intensità. Intere fronti di edifici come la Palazzata, orgoglio e vanto di Messina, si disintegrano come colpiti da un'onda d'urto nucleare mentre le banchine del porto sono letteralmente inghiottite dal mare. Un vento sovrumano scaraventa lontano come giocattoli di latta interi convogli ferroviari, svellendo dal suolo le rotaie.
Poco dopo onde alte una decina di metri si abbattono come un gigantesco maglio liquido sull'entroterra. Quando la furia delle acque si placa, dalle condutture del gas ormai contorte e dalle case sventrate si leva minaccioso il fuoco devastatore degli incendi. Non pochi superstiti del terremoto di Messina sono folli dal terrore.
Le riceventi dei telegrafi installati a Roma cominciano a ticchettare sinistramente i primi dati dell'immane disastro, in cui si dice che sulle due sponde dello Stretto sono perite almeno 110mila persone. Non c'è nemmeno l'idea, allora, di una protezione civile e naturalmente i primi che si muovono sono i militari.
Un'intera divisione navale su tre corazzate vira a tutta forza dalla Sardegna facendo rotta verso la Sicilia. Il re, con i primi carichi di medicinali, si imbarca su una di esse. Navi delle flotte francese, inglese e russa si lanciano in una corsa di solidarietà. La città viene divisa per settori e cominciano ad affluire dalle legioni vicine e lontane contingenti di carabinieri. E ce n'è davvero bisogno.
Il 3 gennaio il prefetto straordinario proclama lo stato d'assedio perché gli sciacalli sono diventati una vera piaga, talvolta agiscono per bande e sono armati. I tribunali militari, pur cercando di usare una certa clemenza in mancanza di prove certe, non esitano a passare per le armi i delinquenti più feroci.
L'Arma verrà decorata di una medaglia d'oro di benemerenza, appositamente istituita per l'occasione. Il maggiore Carlo Tua ed il vicebrigadiere Mario Realacci se la vedranno appuntare sul petto, una volta passato l'incubo di quelle giornate. Seguono per altri commilitoni 32 medaglie d'argento, 82 di bronzo, 33 menzioni onorevoli e 1.029 encomi solenni.
Un anno dopo, le benemerenze dei Carabinieri Reali anche nel terremoto di Messina verranno solennemente ricordate in occasione del centenario della fondazione dell'Arma e per il varo dei due cacciatorpediniere gemelli Carabiniere e Corazzier
Nuove regole per l'Arma
Talvolta l'immagine dei Carabinieri sembra presentarsi come un monolitico blocco di bronzo pressofuso. Sempre uguali, sempre fedeli, sempre immutabili, tranne qualche dettaglio nelle divise e nell'armamento. Invece, come in ogni organizzazione complessa, l'ambiente esterno influisce moltissimo sulla vita interna dell'istituzione, ma in modo meno visibile perché molti sono i filtri e i livelli decisionali.
All'inizio del secolo, con tutti i mutamenti politici e culturali attraversati, era ormai maturata l'esigenza di un nuovo regolamento che sostituisse le sorpassate normative del 1° maggio 1892. Nelle grandi linee si cercava di salvaguardare i principi del regolamento basilare del 1822.
Tripoli, bel suol d'amore
L'avvento del secondo governo Giolitti nel 1903 aveva aperto una luminosa parentesi di liberalismo dopo i travagliati periodi del governo liberticida del generale Pelloux ed il regicidio di Umberto I. Giolitti aveva capito che lo Stato non poteva essere asservito indefinitamente agli interessi del blocco agrario-industriale nella repressione sanguinosa degli scioperi. E aveva deciso di varare una serie di urgenti riforme sociali tra cui una legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli ed un'ulteriore riforma della pubblica istruzione.
Si conquista la quarta sponda
Per qualche anno l'operazione si sviluppò senza problemi. Il Banco di Roma si assicurò alcune concessioni minerarie diventando in breve il maggior proprietario terriero del Paese con un consistente controllo sui mulini e su parte della pesca delle spugne. I problemi sorsero quando i nazionalisti turchi presero il potere a Istambul e controbilanciarono la presenza italiana con il potere di colossi tedeschi come la Krupp, la Deutsche Bank e la Siemens. L'appalto per i lavori del porto di Tripoli, vinto da una ditta italiana, fu lasciato cadere dal governo turco. L'allarme suonò per tutti gli interessi politici ed economici legati alla Libia, tanto più che vi era il sentore che Francia ed Inghilterra non fossero tanto indifferenti sulla questione libica. Giolitti, che si preparava ad affrontare nuove elezioni di massa, impartì i primi ordini di studiare l'attacco alla Libia nell'estate del 1911. Le condizioni meteorologiche erano favorevoli e buona parte degli ambasciatori stranieri, si trovavano in vacanza. Tuttavia la necessità di agire segretamente e presto impedì la piena preparazione dello strumento militare, nonché una seria analisi della situazione complessiva in Libia.
ALAMARI TRA LE DUNE. Il primo ad arrivare fu l’onnipresente capitano Federico Craveri, autentico globe-trotter dell'Arma, inviato speciale ogni qual volta vi fosse da risolvere un problema spinoso. Questa volta occorreva ristabilire l'ordine a Tripoli e Craveri arruolò subito elementi arabi nella polizia. Nel giro di un giorno le botteghe ed il mercato potevano riaprire, ma occorreva comunque sostituire i cinque preesistenti battaglioni di gendarmeria turca
Come se la guerra non bastasse, anche il colera decise di reclamare le sue vittime e toccò ancora una volta ai carabinieri assistere la popolazione, disinfettare i locali, sgombrare i cadaveri. Le sezioni di guerra dell'Arma erano impegnate in tutte le battaglie difensive ed offensive nella Cirenaica e nella Tripolitania: Henni, Ain Zara, Bir Tobras, Sidi Abdallah.
Ai primi del 1912 dall'Eritrea giunsero 29 zaptié scelti tra gli elementi più affidabili in modo da stabilire contatti più diretti con la popolazione libica. I migliori zaptié diventarono istruttori della Scuola Allievi Zaptié, fondata il 10 febbraio 1912, mentre il 13 marzo la compagnia allievi zaptié assorbì 25 nuovi allievi oltre ai restanti elementi turco-arabi perché compissero un corso integrativo.
Finché non verranno conclusi nel 1915 l'accordo di Acroma e quello di Regima, che stabiliranno una sorta di pace coi senussiti in cambio dello sgombero dell'entroterra della Cirenaica, la storia dei Carabinieri in Libia sarà tessuta di eroiche resistenze in posti abbandonati da Dio e dagli uomini e di vane cacce a guerriglieri che sapevano sfruttare a fondo il deserto. Un'altra pagina poco nota scritta dai militi con il silenzio ed il sacrificio. Ne affronteranno di ben più grandi e laceranti nella Grande Guerra che ormai incombe nefasta sulla prospera Europa.
per approfondimenti Arma Carabinieri
La Grande Guerra
Premessa
Ancora oggi, quasi ottant'anni dopo, la terra rende i resti corrosi e quasi privi di senso di un conflitto che nella nostra coscienza collettiva è ormai lontanissimo: elmetti, resti di granate, brandelli di tenace reticolato. Non pochi dei nostri padri lo hanno vissuto da bambini (non a caso molti di loro furono battezzati Vittorio, come celebrazione o come auspicio), quasi tutti i nostri nonni ancora in vita ci sono passati. Quello che per noi è “roba da prima guerra mondiale", per loro è la Grande Guerra.
La prima guerra che diede all'umanità il senso di massa della mostruosità di un conflitto industrializzato (nel quale valeva ormai poco il valore individuale e nulla il codice cavalleresco) ebbe inizio con un attentato terroristico, di cui rimase vittima l'erede al trono dell'Austria-Ungheria, Franz Ferdinand, con sua moglie, in una città anche oggi straziata dalla guerra: Sarajevo. Lo studente bosniaco Gavrilo Princip. anche lui convinto della necessità di cambiare il suo mondo con un gesto esemplare, riuscì a piazzare una rosa di pallottole sulla bianca divisa del principe e sul ricco abito della sua sposa. Fu la campana che suonò per il vecchio impero multinazionale e per tutta un'Europa, convinta dell'inarrestabilità del progresso ma ancora fortemente contadina. Nulla sarà più come prima.
Da una scintilla la catastrofe
L'attentato di Sarajevo fu la causa accidentale che provocò la Prima Guerra Mondiale, un grande massacro che rivoluzionò la carta geografica dell'Europa
Sarajevo fu la scintilla, Gavrilo Princip l'artificiere. I compassati signori in cilindro, marsina e feluca delle cancellerie europee erano impegnati a seguire, con sobria attenzione, gli eccitanti ed intricati sviluppi dell'ennesima crisi locale.
L'espressione "polveriera dei Balcani” è vecchia come le nostre nonne. La Turchia, dopo la rivoluzione modernista dei giovani turchi, aveva capito che solo concedendo l'autonomia ed eventualmente l'indipendenza ai popoli slavi ad essa sottomessi poteva sopravvivere. La Serbia coltivava già allora il grande sogno di essere il faro e la guida dei popoli slavi meridionali. L'Austria si sentiva sul collo il fiato degli irredentismi locali. Con una mossa a sorpresa, Vienna procedette all'annessione della Bosnia-Erzegovina di cui deteneva l'amministrazione, appoggiata senza riserve da Berlino. La Russia, grande protettrice di tutti gli slavi, non digerì l'iniziativa anche se fu costretta a subirla. Francia, Germania e Inghilterra si studiavano con sospetto e intanto si armavano. Londra e Berlino rinforzavano la loro flotta navale, composta di navi con linee stupende, che svolgeranno un ruolo marginale nel conflitto.
Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro sentivano che l'ora della riscossa contro l'odiato oppressore turco stava arrivando e nel 1912, stretti nella Lega Balcanica, attaccarono e sconfissero i turchi, indeboliti dalla guerra in Libia. Subito dopo, i compagni di strada erano già pronti a prendersi per la gola. Furono i bulgari, inebriati dal successo, a scatenare la seconda guerra balcanica (1913) per imporre la loro volontà a Serbia e Grecia. Gli andò male: intervennero Turchia e Romania e la partita fu vinta dalla Serbia, che ebbe il territorio raddoppiato e il prestigio moltiplicato per mille. Soltanto un'illusione: Belgrado si trovava ormai a fronteggiare direttamente Vienna e la vecchia capitale mitteleuropea non poteva tollerare oltre il processo di disgregazione dell'impero.
L'atmosfera politica internazionale era carica di elettricità: Francia e Germania erano rimaste rivali e la Germania giunse alla graduale convinzione che la Russia volesse una guerra per frenare l'egemonia prussiana. La gigantesca tenaglia franco-russa avrebbe impaurito chiunque: il programma di riarmo pluriennale di Pietroburgo e l'approvazione della ferma triennale in Francia (1913), nonché il riavvicinamento politico tra queste due Potenze, legittimavano le previsioni più fosche.
Alcuni incerti tentativi di mediazione non ebbero effetto e pochi giorni dopo scoppiava la guerra, una piccola guerra locale per mettere a posto quattro slavi arroganti. E invece, come in un mortale Risiko, la Russia decretò la mobilitazione parziale, e Berlino lanciò l'ultimatum (31 luglio) perché fosse sospeso il concentramento di truppe zariste. La Francia rispose a Berlino che avrebbe badato ai suoi interessi in un eventuale conflitto russo-tedesco.
UN RISIKO MORTALE. Il 1° agosto vi furono la mobilitazione simultanea di Francia e Germania e la dichiarazione tedesca di guerra allo zar. Un giorno dopo il Belgio rifiutò la richiesta per il transito di truppe tedesche quando ancora tecnicamente i due Paesi non erano in guerra. Per tutta risposta, il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Francia scardinando la frontiera belga; il giorno seguente Londra dichiarava guerra alla Germania.






Nessuno aveva capito (e meno degli altri i militari) che l'artiglieria avrebbe dominato la scena, il filo spinato avrebbe avvolto in una ragnatela assurda ogni piano tattico e strategico e che la mitragliatrice, un goffo tubo di stufa senza baionetta, avrebbe detto l'ultima parola.
CALVARIO DI FANGO. All'inizio non sembrò davvero così. L'avanzata tedesca su Parigi fu fulminante, Joffre salvò la Francia in extremis sulla Marna, i generali tedeschi Hindenburg e von Ludendorff schiantarono con sapienti manovre ferroviarie i russi a Tannenberg ed ai laghi Masuri, i russi sfondarono il fronte austriaco a Rava Ruska in Galizia, con 750 treni i tedeschi volarono in soccorso degli austriaci e con una complicatissima e selvaggia battaglia a Lodz bloccarono l'avanzata russa.
Pochissimi generali hanno capito che questa è una guerra d'assedio che si combatte con meno eroismo e con più metodo. I tedeschi mettono a punto la tattica di infiltrare con reparti scelti le prime linee nemiche e poi lanciare attacchi brevi e concentrati, mentre tutti gli altri fino all'arrivo del carro armato (un rozzo schiacciafili spinati) vanno avanti a lanciare reggimenti al massacro.
La nostra entrata in Guerra
In tutto il bailamme del 1914 l'unica grande assente è l'Italia. Visto che l'Austria non si è consultata prima di dare inizio alle ostilità e che soprattutto ha dichiarato guerra mentre la Triplice Alleanza prevedeva l'assistenza reciproca solo in caso di difesa da un attacco, Roma non si ritiene legata da quel patto.
Il Paese è agitato dal dibattito fra interventisti e non interventisti, ma i carabinieri sono all'opera da diverso tempo con discrezione ed efficacia. La Triplice era in crisi da parecchi anni e i carabinieri nelle stazioni venete di confine avevano attivato un discreto servizio d'informazioni. Anche allora erano seguite avidamente le storie di spie bellissime, amanti infide di potenti ambasciatori e gallonati generali, ma la normale realtà dei servizi era molto meno seducente.
I servizi di informazione compivano ogni genere di azione. Ricordate le fughe incredibili attraverso il Muro di Berlino? Ottanta anni fa la cortina di ferro esisteva per gli irredentisti italiani che non volevano servire più sotto l'odiata aquila bicipite, specie, se erano ufficiali dell'imperial-regio esercito come il barone Raimondo Buffa. A risolvere il problema provvide il servizio segreto. Prima un'opportuna convalescenza tolse il barone dal servizio attivo, poi la moglie preparò un pacco di biancheria da spedire. Al ritiro, in luogo sicuro, i carabinieri aprirono la cesta dalla quale uscì l'irredentista.






Il 26 aprile 1915 l'Italia firmò il patto di Londra con il quale si impegnava ad entrare in guerra entro un mese
IL PODGORA MALEDETTO. Ancora una volta le nostre forze armate, in apparenza moderne e potenti, avevano sofferto di due mali piuttosto cronici nella storia militare nazionale: improvvisazione e sottocapitalizzazione. La prima era conseguenza della criminale segretezza con cui erano state condotte le trattative di Londra. Salandra era talmente ansioso di condurre in porto il suo complesso gioco politico che non aveva nemmeno informato il capo di Stato maggiore dell'esercito, in modo che si potessero approntare i piani necessari dopo un così radicale rovesciamento delle alleanze. La seconda derivava dall'inveterata tendenza a fare, come si dice, “le nozze con i fichi secchi", specialmente nel campo militare, salvo poi indignarsi per le spese militari eccessive e flagellarsi alla prima sconfitta.
Il 24 maggio le truppe varcarono solennemente il Piave con l'intento, peraltro logico, di avanzare oltre l'Isonzo puntando su Lubiana e riducendo il pericoloso saliente del Trentino, ma le vere operazioni poterono cominciare soltanto a metà giugno.
La prima offensiva dell'Isonzo si concluse con 1.916 morti, 11.500 feriti, 1.600 tra dispersi e prigionieri con le truppe aggrappate (in condizioni di autentica disperazione) in trincee di fortuna ai bordi dell'altopiano carsico e bersagliate costantemente dal nemico in posizione dominante.
Fu necessaria uni seconda offensiva, sempre con l'obiettivo di prendere i punti chiave della difesa di Gorizia e di allargare le teste di ponte oltre l'Isonzo. A questa seconda azione prese parte il reggimento Carabinieri Reali, al comando del colonnello Antonio Vannugli. Si trattava di una unità pianificata da lungo tempo (1905), costituita di fresco due giorni prima dello scoppio del conflitto, composta dalle compagnie della Legione Allievi e da volontari delle Legioni territoriali di Firenze, Ancona, Palermo, Bari e Napoli, forte di 2.500 uomini e 65 ufficiali. Il morale degli uomini era altissimo, le divise erano i tipici grigioverde da combattimento, quasi identici per tutte le armi e tutti i reparti.
La vigilia del macello
Sono le memorie di un allora giovane tenentino, Franco Mazzarelli, poi divenuto un severo generale, a restituire intatte le sensazioni di quell'unità votata al sacrificio. La missione dei due battaglioni del reggimento è di passare attraverso una breccia aperta con una poderosa offensiva ed entrare per primi a Gorizia in modo da assumere subito il controllo della città. Un compito importante che agli occhi degli uomini è secondo solo alla voglia di affrontare direttamente il nemico.
Il pomeriggio del 6 luglio, con tutti gli ufficiali a rapporto, vengono fuori altri dettagli scoraggianti. Non ci sono quegli articoli di uso corrente come borracce per l’acqua, bombe a mano, pinze tagliafili, maschere antigas. Abituati ad un'organizzazione che funziona, i carabinieri fanno partire il tenentino per il comando di corpo d'armata a Cormons con le richieste. "No, guardate, per voi a breve non è previsto nessun assalto. Dovete invece andare in trincea sulla collina del Podgora ed aspettare un po'. I materiali? Per ora non c'è fretta. Ve li facciamo arrivare appena possibile". Non è che l'organizzazione non esista, ha soltanto regole kafkiane a cui tutti devono rassegnarsi, carabinieri inclusi.








Musi lunghi, ma ancora molta voglia di battersi, i carabinieri raggiungono le posizioni di Lora Podgora di fronte alla famigerata quota 240 e danno il cambio al 36° Fanteria. Le trincee sono in un punto raccapricciante, dominato interamente dal fuoco nemico, e sono ammorbate da un tanfo nauseabondo non solo per gli escrementi, ma anche per i cadaveri insepolti nella terra di nessuno. I militi tengono duro, nonostante tutto, nonostante i turni pesanti, il rancio gelido una volta al giorno e le infezioni intestinali coleriformi. Continuano a scavare sotto il fuoco nemico quei camminamenti protetti di avvicinamento a quota 240 che serviranno per l'assalto finale.
Il 18 luglio arrivano i primi ordini di combattimento in occasione di una dimostrazione per appoggiare un attacco nel settore vicino. Solo allora arrivano 80 pinze tagliafili, poche vecchie maschere antigas e 50 bombe a mano, quanto basta appena per una compagnia. Comunque le azioni di danneggiamento ai reticolati hanno un discreto successo e comportano perdite in numero limitato. Il 19 dal comando di brigata Pistoia arriva l'ordine di assaltare per le 11 la quota 240. Alle 10,20 un batteria di cannoni a tiro rapido da 75 millimetri comincia a battere i nidi di mitragliatrici avversari. Mancano pochi minuti al macello.
COME ALLA PARATA. Alle 11 precise il colonnello Vannugli comanda: "Avanti per l'assalto!". Segue l'ordine "Alla baionetta" e l'indimenticabile "Savoia!" al momento di uscire dalle trincee. Chi ha visto il film Uomini contro o ha letto Un anno sull'Altopiano di Emilio Lussu può facilmente visualizzare la scena.
Secondo gli ordini, l'assalto del reggimento Carabinieri Reali deve essere compiuto alla baionetta e senza sparare. Nemmeno un colpo parte da quegli uomini che continuano a manovrare sotto la falce impazzita della morte come se fossero in piazzi d'armi e che cercano di proteggere i loro ufficiali. Gli austriaci non solo riescono a bloccare col fuoco l'avanzata di quei valorosi, ma piazzano una mitragliatrice quasi alle spille degli attaccanti con effetti devastanti. Gli italiani non si sbandano e non arretrano di un pollice. Perfino gli austriaci sono colti dal fascino di quella scena di strage irreale. Alla fine, decimati ma non fiaccati, i militi ricevono l'ordine di fermarsi e riorganizzarsi per respingere un contrassalto, mentre si progetta di compiere un altro sforzo con altra fanteria. Per fortuna ci si rende conto che senza artiglieria sarebbe un sacrificio vario. Suona la ritirata. Quella maledetta quota non verrà mai espugnata all'assalto in tutta la guerra.
Sui sopravvissuti e sui cadaveri fioccano gli elogi. Arrivano tempestivi in ordine gerarchico quelli dei comandanti di brigata, divisione, corpo d'armata, armata e qualche anno più tardi quelli delle storie ufficiali. Arriveranno anche le medaglie: 9 d'argento, 33 di bronzo, 14 croci di guerra. Povere cose rispetto alle vite sprecate nel grande carnaio.
Finalmente a Gorizia!
La guerra continua ed i carabinieri sono dappertutto per assicurare tutta una somma di servizi poco visibili, ma utilissimi: posti di sicurezza, piantoni fissi, vedette stabili di contraerea, ronde negli abitati, perlustrazioni sulle vie ordinarie e linee di tappa, vigilanza sulla realizzazione di opere militari, servizio di polizia sui treni, corrieri postali, prevenzione e repressione dello spionaggio, servizio informazioni, interrogatorio dei prigionieri, scorte valori, servizio di scorta alle autorità, servizio delle tradotte, scorte ai carreggi, salvacondotti e permessi, repressione della diserzione, vigilanza degli stabilimenti militari e repressione di reati ai danni dell'amministrazione.
I reparti vengono resi più agili e numerosi. Il glorioso reggimento Carabinieri Reali viene trasformato in tre battaglioni autonomi e tre compagnie autonome vengono create in aggiunta. Quando gli austriaci scatenano la Strafexpedition (spedizione punitiva) nel maggio 1916, i reparti autonomi vengono rapidamente riconfigurati in 39 plotoni. Il 16 giugno scatta la controffensiva e si aggiungono altri 24 plotoni di carabinieri.
Gli austriaci sono esausti e la loro logistica è in crisi, da maggio si combatte quasi senza interruzione. Il fronte comincia a scricchiolare: quell'Isonzo che sembrava invalicabile viene superato di slancio dalla marea grigioverde; quota 240, la Hamburger Hill dei Carabinieri, si arrende; chi ancora resiste accanitamente nelle caverne è spazzato dalle granate a mano e dai lanciafiamme.
Mentre l'Arma mobilitata ha triplicato i suoi effettivi nell'ottobre 1917, quella territoriale comincia con la legione provvisoria autonoma Carabinieri Reali ad espandere nei territori appena liberati la sua rete di controllo. Il comando si trova ad Udine, mentre i comandi delle due Divisioni sono ad Udine e Gorizia. La rete è infittita da una Divisione della legione di Verona dislocata nella provincia di Udine.
Prima e dopo Caporetto
Pochi giorni prima che gli austrotedeschi vibrassero la loro mazzata tra Tolmino e Caporetto, si tenne a Villa Vicentina (12 settembre 1917) una grande cerimonia per la consegna di 35 medaglie al valore ai militi dell'Arma, destinata a rinsaldare il morale e ricordare gli eroismi fino ad allora compiuti. Sua Altezza Reale, il Duca d'Aosta, comandante della Terza Armata, pronunciò con orgoglio la chiusa del suo discorso: “La vostra missione è di pace e di guerra. o benemeriti soldati. Pace bellique, voi meritate, o Carabinieri, tutta intera la nostra riconoscenza, la riconoscenza dell'Italia. Bravi”.
Nell'aria aleggiavano ancora le parole di D'Annunzio declamate quattro mesi prima (il 12 giugno) per commemorare il capitano Vittorio Bellipanni, un altro eroe: "E’ l'Arma della fedeltà immobile e dell'abnegazione silenziosa; l'Arma che nel folto della battaglia e al di qua della battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, e nel pericolo durevole, dà ogni giorno uguali prove di valore, tanto più gloriosi quanto più avara le è la gloria ......”
Guerra lampo? Non ancora. ma tra i gagliardi fanti bavaresi che scardinavano le deboli difese italiane vi era un tenente prussiano, un certo Erwin Rommel, che non dimenticherà la lezione appresa tra le nebbiose alture di Caporetto.
I nostri furono presi in contropiede, sotto tutti i punti di vista.
Nel giro di cinque giorni gli austro-tedeschi raggiunsero la linea del Tagliamento, vanificando gli sforzi di due anni di guerra e tante sanguinose battaglie. Il generale tedesco von Berrer fu audace da entrare a Udine a bordo della sua automobile: pagò cara la sua arroganza perché due carabinieri lo centrarono senza nemmeno chiedergli i documenti.
LA FEDELISSIMA. Fu in quei giorni bui e frenetici, mentre le truppe della Seconda Armata rifluivano penosamente verso i pochi ponti rimasti sul Tagliamento, che la Fedelissima si rivelò determinante. Soltanto un'arma d'élite, all’'obbedienza quasi gesuitica, poteva restituire una parvenza di ordine a una massa di soldati demoralizzati e fuggiaschi, incalzati dappresso dal nemico vittorioso.
Alla fatica del ripiegamento su tutto il fronte dalle Alpi al mare si aggiunsero amare e meschine polemiche. Cadorna non esitò a diffondere un disonorante comunicato in cui, per scagionarsi come comandante supremo, attribuiva la disfatta alla viltà dei propri soldati. Poi si scatenarono le accuse e i memoriali incrociati fra generali preoccupati soltanto di scaricare le proprie responsabilità: tutto sulla pelle dei poveri fanti.
Non bastava. Cadorna, convinto che fosse necessario un esempio punitivo ordinò sul posto la decimazione dei reparti: una misura disciplinare terribile che si adotta in casi estremi. E quello non era davvero un caso che giustificasse una misura del genere nei confronti di uomini costretti a combattere in condizioni disperate.
Alcuni mesi prima (aprile-maggio 1917) la decimazione era stata spietatamente applicata per reprimere la rivolta di tutto l'esercito francese esasperato dai massacri compiuti sulla sua pelle.
Decimare significa allineare alla meglio il reparto in questione e far percorrere le righe da ufficiali che tirano fuori un soldato ogni dieci a caso. “Tu, fuori. Uno, due, tre .... fuori tu!": in un silenzio di tomba risuonano le voci di morte tra i volti grigi di stanchezza dei soldati disfatti. Molti si incolonnano in silenzio verso una morte infame, qualcuno grida, piange, va condotto a forza, altri pregano.
C'è solo una cupa tristezza, il capo chino sotto la pesante responsabilità di un dovere ferreo e spietato, nei ranghi dei carabinieri ai quali è affidato l'orrendo compito. Un muro invisibile di odio separa i soldati innocenti, colpevoli solo di aver umanamente ceduto, e i militi, colpevoli di incarnare l'estremo senso del dovere anche di fronte ad ordini crudeli.
La scarica del plotone di esecuzione abbatte le vittime di questo rito sacrificale. I reparti hanno lavato un'onta non loro.
Verso la vittoria
Ci vogliono due meridionali e il generoso scatto di reni e d'orgoglio di tutta una nazione per rovesciare la situazione. Tocca al siciliano Vittorio Emanuele Orlando ricucire in fretta come presidente del Consiglio le ferite politiche e psicologiche della sconfitta. Tocca al napoletano di origini spagnole, Armando Diaz, ridare fiducia e conforto ai soldati violentati dalla sconfitta. Finalmente ci si cura di più del benessere fisico e morale dei combattenti. Si creano uffici di propaganda che spiegano alla truppa, in larga parte contadina e poco istruita, perché si combatte, e si impara a usare la truppa con maggiore criterio. In poche settimane la tempra della nazione spezza l'orgoglioso attacco austro-tedesco sul Piave: l'offensiva Radetsky segna l'inizio della fine del secolare e decrepito impero.
Decine di sezioni e plotoni di Carabinieri si distinguono nella tenace resistenza accanto ai loro commilitoni delle altre armi, meritando più volte l'encomio solenne. I marescialli Conrad von Hoetzendorf e Boroevic non credono ai loro occhi: dove sono quegli italiani che erano stati dileggiati come vigliacchi, buoni solo a scappare? Il baldanzoso grido di guerra "Nach Mailland" muore sulle labbra, non rivedranno mai più la Madonnina del duomo di Milano.
Nell'ottobre 1918 tocca finalmente agli italiani montare la loro offensiva, quella finale. A un anno esatto da Caporetto, il Piave viene ripassato dalle truppe italiane. Per tre giorni gli austro-tedeschi resistono con valore e disperazione, ma non c'è niente da fare contro la valanga grigioverde. Il fronte si spezza, i reparti slavi si ammutinano, così come la flotta austriaca a Pola, la cavalleria si apre a ventaglio nelle retrovie indifese. Trento e Trieste sono liberate.
Un contributo non trascurabile è stato dato anche dall'aviazione per la prima volta impiegata in massa nella Grande Guerra. Anche lì vi è la presenza di valenti carabinieri.
per approfondimenti Arma Carabinieri


















































CORPO DI POLIZIA MUNICIPALE DI BARI

Bari, 27.05.2008
Comunicato Stampa

Oggi presso il Comando Centrale della Polizia Municipale di Bari, si è svolta la cerimonia di premiazione del personale che ha partecipato alla gara di tiro con pistola “ 3° Trofeo San Nicola “, organizzato dal Comando di Polizia Municipale di Bari.
La gara si è svolta sabato 24 e domenica 25 maggio presso la sede del Tiro a Segno Nazionale di Bari, ed ha visto partecipare 72 tiratori, tra Ufficiali e Agenti della Polizia Municipale.
Alla cerimonia ha presenziato il Comandante del Corpo Col. Stefano Donati, che ha consegnato i premi ai vincitori delle varie specialità unitamente al Presidente del Tiro a Segno Nazionale sig. Perta Giovanni, presente alla cerimonia con tutti i suoi collaboratori.
La gara oltre che motivo di divertimento e di competizione fra colleghi ha avuto lo scopo di esercitare il personale all’uso dell’arma in dotazione.
La gara è stata perfettamente organizzata grazie alla professionalità e alla disponibilità dell’istruttore di tiro operativo della Polizia Municipale, Carlucci Enrico e del suo collaboratore Manzari Lorenzo.
La gara si è sviluppata su quattro serie da 5 colpi su sagoma posizionata ad una distanza di 25 metri.
Al termine della difficile gara tutti i partecipanti sono stati all’altezza della situazione, ed hanno dimostrato di saper usare l’arma in dotazione in tutta sicurezza, ottenendo anche risultati di tutto rispetto.
La graduatoria è stata divisa in tre categorie, uomini, donne, e personale civile.
I primi classificati delle tre categorie sono stati per la categoria uomini, l’agente di Polizia Municipale Petrelli Nicola, in servizio di Pronto Intervento presso il Comando del quartiere S. Paolo, per la categoria donne, l’agente di Polizia Municipale Cazzorla Annamaria, in servizio presso la squadra di Polizia Giudiziaria e per il personale civile il dirigente Dr. Partipilo Giancarlo.

N.B. con la presente si invia la foto del 1° classificato categoria uomini, Agente di Polizia Municipale Petrelli Nicola.

lunedì 26 maggio 2008

COMUNICATO STAMPA DEL COMANDO PROV. DEI VIGLI DEI FUOCO DI BARI

I Cavalieri del Fuoco...omaggiano il commilitone, caduto durante il servizio.
Angelo Jacobellis, eroe di Grumo Appula.
Domenica 25 maggio nel Comune di Grumo Appula è stata intitolata una nuova strada alla memoria del Vigile del Fuoco Angelo Jacobellis caduto in servizio il 30/10/1988 a seguito di un intervento di soccorso presso l’aeroporto di Brindisi per assistenza all’atterraggio di un aereo passeggeri di linea.
Jacobellis decedeva lasciando la moglie con un figlio piccolo ed un altro in arrivo, tutti presenti alla cerimonia dell’intitolazione su invito del Comandante Provinciale Giovanni Micunco..
Sul posto dell’inaugurazione della strada è stata celebrata anche una funzione religiosa in memoria del vigile Jacobellis. Dopo i saluti di rito delle autorità e la commemorazione del Vigile caduto in servizio, da parte di un picchetto formato dai colleghi presenti sul posto con i labari e la bandiera del Comando Provinciale di Bari, sono stati gli stessi Vigili del Fuoco ad affiggere simbolicamente la targa all’inizio della strada.

MULTINATIONAL TASK FORCE WEST

COMUNICATO STAMPA-Cap. Domenico Occhinegro

Donazione di materiale da costruzione alla comunità serba di Brestovik
(Pec/ Peje) Brestovik – 26 maggio 2008 Continua l’attività di cooperazione civile e militare nel contesto dell’operazione Joint Enterprise in Kosovo. Il Generale di Brigata Agostino Biancafarina, comandante della multinational task force west, ha consegnato, sabato 24 maggio, al capo villaggio della comunità serba di Brestovik, un villaggio a 20 Km da Pec/Peje la cui attività predominante è l’agricoltura, materiale edile per la realizzazione di un ricovero per macchine agricole.
Il team Project della CIMIC ha preparato il progetto per la messa in opera del ricovero che sarà realizzato con il concorso degli abitanti del villaggio.
L’impegno economico del progetto è stato di circa 3000 euro i materiali sono stati consegnati in loco.

venerdì 23 maggio 2008

LA MASSONERIA IN PIEMONTE DAL 1860 AL 1925

di Marco Novarino
Saggista

A Torino nasce la massoneria post-unitaria
La massoneria piemontese, dopo un momento di crescita e prosperità attraversato nel periodo napoleonico, scomparve totalmente durante la Restaurazione.Il 16 febbraio 1856, dopo più di quarant’anni di silenzio e totale inattività delle logge massoniche subalpine, venne pubblicato sul periodico torinese "La Ragione" un documento, stilato dalla loggia belga "Les Philadelphes" di Verviers, intitolato Nuovo programma dei Liberi-Muratori 1. La pubblicazione del programma della loggia belga provocò una accesa polemica nell’ambiente democratico torinese, da cui emersero in pectore con forza tutti gli aspetti e le contraddizioni che caratterizzeranno la massoneria non solo piemontese ma italiana fino al 1925.Oltre alla discussione su "La Ragione" altri due elementi però concorsero alla creazione di un terreno fertile su cui la massoneria poté impiantare le sue radici.In primo luogo la strategia politica di Cavour, che, pur non essendo massone, conosceva il ruolo giocato dall’Istituzione in Europa negli anni precedenti ed era circondato da consiglieri e collaboratori iniziati, o in procinto di esserlo, nelle logge massoniche; in secondo luogo una forte corrente anticlericale sostenuta in ambito politico da esponenti della sinistra liberale come Angelo Brofferio, Agostino Depretis, Francesco Crispi, Celestino Peroglio, Felice Govean, Casimiro Teja, Luigi Petracqua e Michelangelo Castelli, tutti frequentatori delle prime logge costituitesi a Torino nei primi anni sessanta. Fu in questa Torino razionalista, anticlericale, attraversata - secondo una espressione di Augusto Comba - da «un certo afflato massonico, non ancora rappreso in organizzazioni ben definite» 2 che l’8 ottobre 1859 venne costituita la loggia Ausonia3 che diede immediatamente vita al Grande Oriente Italiano. Questo organismo, costituito il 20 dicembre 1859, visse a Torino un primo momento di sviluppo fino a quando il Gran Maestro Francesco De Luca non trasferì la sede a Firenze.Per tutto questo periodo le logge torinesi d’indirizzo moderato, Ausonia, Progresso, Cavour, Osiride, Tempio di Vesta 4 svolsero un ruolo fondamentale nella storia della massoneria italiana. Inizialmente i quadri dirigenti furono prevalentemente di fede cavouriana preoccupati di estendere a livello nazionale l’organizzazione e neutralizzare l’opera del centro massonico palermitano, denominato Supremo Consiglio della massoneria italiana, vicino agli ambienti garibaldini e retto da un sistema rituale - il Rito Scozzese Antico e Accettato - antagonista a quello dei moderati subalpini.La diversità ideologica fu la vera causa del dissidio, malgrado la ripetuta enunciazione di un totale agnosticismo nelle questioni politiche, e la scelta rituale fu operata non in base a considerazioni esoteriche ma al perseguimento di strategie profane. L’utilizzo da parte dei democratici del Rito Scozzese, Rito noto per la rigidità con cui si accedeva ai gradi superiori e per il diverso coinvolgimento operativo a seconda del grado acquisito, rispondeva inizialmente alla necessità di poter contare su una struttura organizzativa simile a quella delle organizzazioni settarie e quindi di tipo "oppositivo" e antisistema. Invece la struttura a tre gradi (apprendista, compagno, maestro), adottata dai moderati, era funzionale a un progetto incentrato totalmente sullo sviluppo degli elementi di mediazione, una sorta di "camera di compensazione" dove le diverse tendenze politiche agissero nella legalità e, pur mantenendo la loro autonomia d’azione e di giudizio, dimostrassero una piena adesione alla Corona e alle istituzioni.Nelle prime tre Assemblee generali massoniche il gruppo torinese, (affiancato dalle logge Fratellanza di Mondovì, Santarosa di Savigliano e Vagienna di Cuneo) riuscì nell’intento di raggruppare un notevole numero di logge sull’intero territorio nazionale ma dovette, già nell’Assemblea fiorentina del 1863, cedere gradatamente il comando alla corrente democratica, riunitasi principalmente nell’altra loggia torinese, la Dante Alighieri5, che durante quegli anni favorì la costituzione delle logge Campidoglio, Stella d’Italia, Marco Polo e La Fratellanza 6, tutte operanti a Torino.Nel 1865 terminò la centralità di Torino nella massoneria italiana e le logge torinesi di matrice moderata entrarono in una profonda crisi quantitativa e qualitativa.

La crisi del 1865 e la lenta ricostruzione
Sulla massoneria, dal punto di vista numerico, sia per quanto riguarda le logge che per il numero degli affiliati, il trasferimento nel 1965 della capitale da Torino a Firenze ebbe pesanti conseguenze.In effetti si passò dalle dieci logge presenti sul territorio a due solamente ma il dato realmente importante è che dal 1865 queste divennero logge "normali": cioè non furono più i centri ispiratori e propulsori di progetti a livello nazionale, ma semplici logge "torinesi", composte da massoni residenti stabilmente a Torino, impegnati nella vita politica e sociale di una città che il traumatico trasferimento della capitale aveva reso debole e vulnerabile. Dopo il 1865 riemersero i gravi problemi, come ad esempio il pauperismo, che le attività politico-amministrative e lo sviluppo urbano di metà Ottocento erano riuscite in parte a risolvere. Ancora durante il periodo postunitario a Torino il fenomeno della mendicità e del vagabondaggio era rilevante e la chiusura di molte attività, come le officine statali di forniture militari e ferroviarie, creò migliaia di disoccupati in cerca di un nuovo lavoro. Il contatto quotidiano con questa realtà rafforzò la consapevolezza nei massoni torinesi che era arrivato il momento di cambiare strategia e, dopo anni di totale disinteresse, incominciare ad applicare i principi di solidarietà e filantropismo che erano alla base del vincolo liberomuratorio.La massoneria piemontese - che peraltro fino alla fine del secolo riuscì a insediarsi stabilmente solo a Torino - si distinse negli anni successivi per altre peculiarità.In primo luogo è opportuno sottolineare il rifiuto da parte delle logge aderenti al Grande Oriente d’Italia di assumere ruoli dirigenti a livello nazionale, svolta che le condannò in pratica all’autoemarginazione.La sporadica presenza di massoni piemontesi negli organi direttivi a tutti i livelli (Grande Oriente d’Italia, Rito Scozzese Antico ed Accettato, Rito Simbolico Italiano), la scarsa corrispondenza con la Giunta del Grande Oriente d’Italia, come si desume dai verbali, e le rare notizie sulla vita massonica pubblicate dalla "Rivista della massoneria italiana", non possono essere imputate solo al numero ridotto di logge operanti in Piemonte (tra il 1864 e il 1871 le logge piemontesi erano 14 - di cui molte demolite o messesi "in sonno" dopo il 1865 - e rappresentavano il 5% circa della logge all’obbedienza del G.O.d’I. 7 mentre in un elenco del G.O.d’I. del 1888 compaiono solo 4 logge a Torino e una a Novara su un totale di 139 8). In altre situazioni analoghe, dal punto di vista quantitativo, ben diverse furono le capacità d’intervento e di condizionamento sugli organi direttivi nazionali.L’altro dato significativo è che sia la "Pietro Micca-Ausonia" che la "Dante Alighieri" dimostrarono un tasso di politicizzazione nettamente inferiore alla media nazionale. Non che fossero due logge "anglosassoni", ma sicuramente il lato esoterico e filantropico-solidaristico ebbero il sopravvento sull’impegno politico. Si distingueranno invece per la solidarietà internazionale espressa a favore dei popoli oppressi e l’impegno per l’arbitrato internazionale e la pace. Queste particolarità affondavano le loro radici nel decennio 1860-1870.Il primo decennio postunitario rappresentò per la massoneria torinese una straordinaria stagione; pose le basi per la rinascita della liberomuratoria in Italia e riuscì a mantenerla su posizioni legalitarie. Questo imprinting, malgrado la sconfitta dei moderati, venne assimilato dai massoni di segno democratico che misero al riparo il Grande Oriente d’Italia da velleità rivoluzionarie. Anzi, attraverso il continuo confronto nelle logge si accelerò l’evoluzione politica di quanti - come Mordini, Bargoni, Bertani e Crispi - pur con percorsi diversi si allontanarono dal radicalismo rivoluzionario accentuando la loro svolta legalitaria.La presenza a Torino di personaggi come Frapolli, Levi e Fabretti permise che all’interno delle logge subalpine si sedimentasse una cultura esoterica e un rigoroso rispetto della ritualità massonica ponendo freno ad una eccessiva politicizzazione che avrebbe snaturato l’essenza dell’Istituzione.Ultimo, ma non per ultimo, i massoni torinesi, aldilà dell’appartenenza allo schieramento moderato o democratico, assorbirono due comportamenti fondamentali delle antiche corporazioni muratorie: l’insegnamento e la solidarietà, non solo sotto forma di beneficenza e filantropismo.L’insegnamento e la solidarietà, che nelle corporazioni medievali erano applicate a favore dei propri membri, vennero con il passaggio dalla massoneria "operativa" a quella "speculativa" rivolte verso l’esterno in nome del progresso e della scienza. Questa vocazione alla filantropia e alla pedagogia trovò un terreno fertile nelle logge torinesi che iniziarono ad applicarla non appena si trasformarono da organi dirigenti nazionali a semplici officine liberomuratorie 9.

A sostegno dei più deboli.La costruzione di un associazionismo laico
Le difficoltà della massoneria subalpina nel periodo seguente rientrarono, come abbiamo già detto, in un contesto generalizzato di crisi che investì Torino dopo il trasferimento della capitale.In questa fase storica emerse il ruolo della massoneria subalpina nel progetto complessivo di costruzione di una morale e di un associazionismo laico da contrapporre alla forte presenza, in campo sociale e assistenziale, del mondo cattolico 10.La partecipazione dei singoli massoni alla nascita dell’associazionismo laico torinese può essere inquadrata all’interno di una precisa strategia massonica?Incontestabilmente il paradigma associazionista nacque nell’ambito delle logge torinesi aderenti al Rito Simbolico Italiano, al cui interno si aggregarono e sedimentarono i caratteri specifici della massoneria di stampo democratico-radicale. Nella prima metà degli anni ottanta Secondo Laura fondò (con il contributo decisivo delle logge torinesi) il primo ospedale infantile d’Italia, il Regina Margherita, che avrebbe avuto un grande sviluppo e mantiene tuttora la sua importanza e le sue essenziali funzioni.Un’altra impresa che vide il concorso di vari massoni torinesi - assieme a Tommaso Villa, che ne divenne il principale organizzatore - fu l’Esposizione Nazionale Industriale Artistica del 1884, iniziativa determinante per la ripresa morale ed economica della città, concepita all’interno di quel progetto di "mostrare il progresso", progetto non solo massonico ma frutto di una convergenza con il pensiero positivista particolarmente sviluppato a Torino. Scorrendo i documenti e gli articoli prodotti dalle logge torinesi, risultano evidenti le aspettative che esse riponevano nel progresso scientifico visto come il motore fondamentale per lo sviluppo dell’umanità, nell’educazione intesa come promozione dell’emancipazione morale e intellettuale degli italiani, fondato sui principi della libertà, dell’eguaglianza, della fraternità, della scienza e del progresso.Dalla fine degli anni ’80 ai primi anni del Novecento le iniziative filantropiche dei massoni si moltiplicarono: sorgevano l’Istituto nazionale per le figlie dei militari, L’Istituto per i rachitici, la Colonia agricola Bonafous, le Cucine popolari e i Bagni popolari; la Casa Benefica per i giovani derelitti, importante realizzazione in cui s’impegnò specialmente il massone Luigi Martini; L’Istituto contro l’accattonaggio "Pane quotidiano"; la Società per gli asili notturni 11; la Società torinese per Abitazioni popolari voluta principalmente da Tommaso Villa e Luigi Pagliani, che dopo l’esperienza di direttore generale della sanità pubblica tornò a Torino occupandosi principalmente di igiene applicata all’ingegneria e all’architettura.In campo culturale e pedagogico va ricordato il Museo nazionale del Risorgimento, voluto da Tommaso Villa; la Dante Alighieri per la difesa della cultura italiana; l’Università Popolare e l’associazione studentesca universitaria Corda Fratres 12. Creazioni massoniche furono l’Associazione nazionale italiana per l’istruzione, e le Scuole Officine Serali per la formazione degli operai specializzati. Non dimentichiamo altre iniziative come la Società protettrice degli animali - a cui si dedicò particolarmente Timoteo Riboli, amico e medico di Garibaldi - e la sezione torinese della Lega internazionale della pace e della libertà - presieduta da David Levi, l’intellettuale più prestigioso della massoneria torinese - e la Società per l’Arbitrato e per la Pace 13.Un’iniziativa innovativa, trasformata in realtà dai massoni, in quella che stava diventando la città dell’automobile fu la Croce Verde 14, associazione volontaria finalizzata agli interventi accelerati di soccorso e di trasporto, particolarmente nei casi d’infortuni sul lavoro. L’ultimo, non per importanza, tassello di una rete associativa "dalla culla alla tomba" fu la Società per la cremazione fondata nel 1882 15.Con il suo progressivo radicamento nella società torinese l’associazionismo laico e massonico entrò in diretta concorrenza con quello cattolico, inasprendo il dissidio con la Chiesa cattolica.Una particolare attenzione pertanto deve essere riservata all’attività antimassonica dei cattolici - molto intensa dopo l’enciclica di Leone XIII Humanum Genus 16 - portata avanti attraverso l’impegno della sezione torinese dell’Unione antimassonica, la "Rivista antimassonica", il quotidiano subalpino "L’Italia reale" e soprattutto la rivista "La democrazia cristiana in difesa dei figli del popolo" che pubblicò la rubrica "Pantheon giudaico massonico", particolarmente virulenta nei confronti dell’ebraismo, considerato con la massoneria, «agente del liberalismo».Notizie su quella che era definita «empia setta eminentemente occulta e tenebrosa, l’orrido dragone che suggerisce ogni male o l’abominevole setta di perdizione»17 appariranno frequentemente su queste riviste condannando in ogni momento il ruolo della massoneria nella costruzione di una morale e di una società laica.La caduta in disgrazia di Adriano Lemmi, parallela a quella di Crispi, ripropose il monito del torinese David Levi che esortava la massoneria a non legare i suoi destini a un monarca o a un uomo politico. La crisi che scosse la massoneria italiana alla fine del secolo non provocò gravi ripercussioni in ambito torinese, perché malgrado lo stretto legame tra le logge simboliche torinesi e quelle milanesi, i massoni torinesi non seguirono Malachia De Cristoforis, leader indiscusso della massoneria ambrosiana, nella scissione che portò alla nascita del Grande Oriente Italiano.

Sviluppo e contraddizioni dall’età giolittiana all’avvento del fascismo
Nel giugno del 1896 venne eletto, come successore di Lemmi, Ernesto Nathan, il quale sembrava adatto, per la sua militanza democratica, unita a grande equilibrio personale, a traghettare la massoneria italiana verso nuovi orizzonti, liberandola dall’ipoteca repressiva crispina, senza, tuttavia, aggravarne i dissensi.La politica, perseguita sotto la gran maestranza di Ernesto Nathan, riscosse il plauso dei massoni piemontesi e favorì la nascita di nuove logge su tutto il territorio. Oltre alle torinesi Dante Alighieri, Ausonia, Cavour, Giordano Bruno, Ariodante Fabretti e Propaganda nacquero tra il 1890 e il 1905 importanti logge in zone con deboli radici liberomuratorie come quelle di Novara (Ugo Foscolo e Indipendenza) e del Canavesano (Il Progresso ad Ivrea e Liberi Canavesani a Forno Canavese) e nel Biellese (Verità a Biella). Ma soprattutto rinacquero logge in città con forte presenza massonica soprattutto nel periodo napoleonico e nel primo decennio postunitario come ad Alessandria (oltre la Gagliaudo fondata nel 1869 si costituirono la Carlo A. Valle e la Verità e Fede) e Asti (Hasta Pompeia, Cosmopolita e Vittorio Alfieri).Il successore di Lemmi impose una linea assai diversa e più duttile, ma non meno attiva sul piano politico, in cui la massoneria gestì in prima persona, o promosse in modo più o meno indiretto, iniziative tendenti a ricomporre le contraddizioni esplose a fine secolo nella società e nella politica italiana. Nell’imminenza della crisi di fine secolo, e poi nel corso di essa, interventi mediatori di parlamentari e politici locali massoni favoriranno la ricerca di nuove prospettive. Queste iniziative portarono alla stagione dei blocchi popolari, che in occasione di elezioni politiche o nella formazione di amministrazioni locali, utilizzò i rapporti massonici per favorire collegamenti fra esponenti di diversi settori politici, a partire dai socialisti riformisti arrivando fino a quegli esponenti della classe di governo che si definivano genericamente liberali, passando per i repubblicani e per i radicali.Sicuramente non casuale fu la situazione che si produsse a Torino nel 1906. Dopo la dura presa di posizione del Gran Maestro Ferrari, che espulse Tommaso Villa e altri notabili massoni18 per aver appoggiato una lista locale insieme ai clericali 19, nella classe politica subalpina si realizzò, sollecitata dalle logge, una convergenza tra socialisti riformisti, gruppi industrialisti e giolittiani 20 per rendere tangibile quel «vento di modernità » che secondo Luigi Einaudi spirava su Torino dai primi del nuovo secolo 21.Tra la fine dell’800 e il 1923 il G.O.d’I. triplicò la sua base associativa. Si può ipotizzare che questa forte crescita fosse dovuta alla maggiore apertura, manifestatasi a partire dalla Gran Maestranza di Ettore Ferrari, nei confronti dei ceti meno abbienti fino a quel momento esclusi - sia per un disegno strategico preciso ma soprattutto per una quota d’adesione non sostenibile - e a una attenzione costante verso settori democratici e socialriformisti desiderosi di amministrazioni locali moderne ed efficienti. Questa svolta che diede i suoi frutti in Piemonte a partire dal 1906 è evidenziata da una notevole crescita di logge che passarono, solo a Torino, da 4 a 9 nel periodo 1904-1914 e da 9 a 14 nel successivo decennio (con picchi d’iniziazione negli anni 1910-11 e 1921-22), ma soprattutto un radicamento massonico sull’intero territorio regionale soprattutto in zone con tradizioni liberomuratorie in epoca napoleonica e nei primi anni postunitari ma totalmente "in sonno" per circa quarant’anni.Nell’Alessandrino si costituirono logge e triangoli, oltre che ad Alessandria, ad Acqui, Casale Monferrato, Novi Ligure e Tortona; nel Cuneese triangoli ad Alba, Borgo San Dalmazzo, Caraglio, Costiglione Tinella, Ceva, Valdieri e in città con significativi passati massonici come Cuneo (sede di due logge nel periodo napoleonico e ben tre logge tra il 1864 e il 1866), Mondovì, Saluzzo Savigliano; nel Novarese e nel Vercellese con triangoli ad Andorno, Borgosesia, Domodossola, Valle Mosso, Varallo, Verbania e in particolar modo a Vercelli dove esattamente dopo 100 anni dalla demolizione della loggia Les Coeurs Unis veniva creata, nel 1913, la loggia Galileo Ferraris; e infine in provincia di Torino dove la medie e piccole città si liberano dalla sudditanza subalpina e costituirono logge autoctone come a Bardonecchia, Pinerolo, Rivarolo, Rivoli, e Torre Pellice.La Prima guerra mondiale mutò profondamente la composizione socio-politica del G.O.d’I. in Piemonte che nel periodo 1919-21 visse un momento di tumultuoso sviluppo con la creazione di 13 nuove logge. Durante il primo dopoguerra si creò una cesura e si modificarono ulteriormente gli assetti interni, la struttura delle logge subalpine e la politica dei massoni torinesi si identificò totalmente con il progetto di «organizzare i ceti medi», voluto dal Grande Oriente d’Italia a partire dal 1920. L’iniziale adesione al fascismo e il successivo ripensamento 22, accompagnato dalle numerose violenze perpetrate dagli squadristi nei confronti dei massoni e delle loro sedi, costituirono l’epilogo della massoneria piemontese che ebbe tra il 1860 e il 1925 alterne fortune, ma senza dubbio svolse un ruolo importante nella società civile costituendo una rete di relazioni, radicate territorialmente, che culminò con la moltiplicazione degli interventi in campo sociale, attraverso una capillare presenza all’interno dell’associazionismo laico.

Note
1. "La Ragione", n. 70, 16 febbraio 1856.
2. A. Comba, Per una storia della massoneria nel Risorgimento italiano, manoscritto inedito. Ringrazio l’autore per avermi gentilmente concesso la visione.
3. I primi cinque verbali della loggia "Ausonia" furono rinvenuti da Adolfo Colombo nell’archivio di Felice Govean e pubblicati per la prima volta nel suo saggio, Per la storia della massoneria nel Risorgimento italiano, in "Rassegna storica del Risorgimento, 1914, fasc. I, pp. 53-89. Ora questi documenti fanno parte dell’Archivio privato degli eredi del Dott. Vito Risucci, fotocopiati dal Prof. Augusto Comba e messi gentilmente a nostra disposizione.
4. La loggia Progresso venne fondata nell’autunno 1860, la Cavour il 17 dicembre 1861, l’Osiride l’8 aprile 1862 e la Tempio di Vesta il 19 giugno 1863.
5. La loggia Dante Alighieri venne costituita il 7 febbraio 1862 all’obbedienza del G.O.I. Dopo aver chiesto l’adesione al Supremo Consiglio di Palermo ed essere rientrata nel G.O.I. si staccò definitivamente il 24 maggio 1863. Sulla nascita e lo sviluppo della loggia Dante Alighieri e delle logge da essa gemmate rimandiamo alla nostra tesi Storia della massoneria a Torino (1860-1870), Università di Torino, Fac. di Scienze della Formazione, A.A. 1997-98 e L. Polo Friz, Una grande loggia: la Dante Alighieri di Torino, Hiram, n. 1 (2000), pp. 63-66.
6. La loggia Campidoglio venne costituita il 9 agosto 1862, la Stella d’Italia e la Marco Polo il 25 maggio 1863 e alcuni giorni dopo La Fratellanza. Cfr. La M:.[Madre] • [Loggia] C:.[Capitolare] Dante Alighieri sotto gli auspici delle Potenze Massoniche di Rito Scozzese antico ed accettato, a tutti i F:.F:.[Fratelli] Liberi Muratori della G:.• [Loggia] dell’Universo, Torino, Tip. Vercellino, 1863.
7. L. Polo Friz, Logge in Italia dal 1815 al 1870, in "Massoneria oggi", 1998, 4, pp. 36-40.
8. Elenco delle loggie massoniche della comunione italiana, Civelli, Roma, 1988.
9. Cfr. A. Comba, La massoneria tra filantropia e pedagogia, in A. Comba, E. Mana, S. Nonnis, La morte laica. Storia della cremazione a Torino (1880-1920), Torino, Paravia, 1998, p. 179-181.
10. Cfr. F. Abba, Torino. Sue istituzioni igieniche, sanitarie, filantropiche e sociali, Torino, 1911.
11. Sull’Asilo notturno Umberto I rimandiamo a una nostra ricerca in corso di pubblicazione. Ringraziamo il Presidente, Sergio Rosso, per averci messo a disposizione l’archivio e concesso la riproduzione di alcuni documenti.
12. Sull’associazione Corda Fratres cfr. R. Jacchia, La Corda Fratres in Italia, Padova, 1902, che raccoglie scritti e discorsi pronunciati in manifestazioni della Corda Fratres e il periodico "Corda Fratres", stampato a Torino a partire dal 1898. Ma soprattutto adesso cfr. A.A. Mola, Corda Fratres. Storia di un’associazione internazionale studentesca nell’età dei grandi conflitti (1898-1948), Bologna, CLUEB, 1999.
13. Sulla partecipazione massonica alle correnti pacifiste italiane cfr. M. Novarino, La solidarietà al di là dei confini: l’impegno della massoneria a favore della pace e per la libertà dei popoli, in "Il laboratorio" (Firenze), n. 23 (1996), pp. 23-32; C. Spironelli, Garibaldi e la pace nella pubblicistica pacifista italiana (1882-1915), in "Nuova Delta", 1997, n. 47, pp. 18-25.
14. Sulla Croce verde presieduta da Cesare Lombroso e di cui il Consiglio direttivo era composto totalmente da massoni, cfr. M. Properzi, P. Abrate, Vassili Bonucci, 90 anni di storia verde, Torino, s.e, 1997.
15. Sulla nascita e lo sviluppo del paradigma cremazionista a Torino cfr. A. Comba, E. Mana, S. Nonnis, La morte laica. Storia della cremazione a Torino (1880-1920), Torino, Paravia, 1998.
16. Cfr., R. Esposito, Socialismo e massoneria nell’insegnamento di Papa Leone XIII, in A. Mola (a cura), Stato, chiesa e società, Foggia, Bastogi, 1993, pp. 287-304.
17. Cfr. A. Chiarle, La massoneria secondo la rivista "Civiltà cattolica", ed. a cura dell’autore, Savona, 1986, VI volumi; R. Esposito, Pio IX e la massoneria, in AA.VV, Atti del convegno di ricerca storica sulla figura e sull’opera di Papa Pio IX, Senigallia, 1974, p. 238-39. Rimandiamo a questo interessante studio di Padre Esposito per ulteriori aggiornamenti sugli epiteti applicati alla massoneria durante il pontificato di Pio IX e ripresi dalle riviste cattoliche e in particolare da "Civiltà cattolica".
18. Nei confronti di Tommaso Villa, dei Sen. Giacinto Cibrario e Angelo Rossi, dell’On. Edoardo Daneo e di Cesare Frescot, Achille Durio, Adolfo Bona si scatenò, secondo A. Mola «una accesa lotta da parte della ramificata e potente rete di logge, sospinte a palesare con minor discrezione uomini e intendimenti dal timore di vedere dissipati in breve ora gli esiti di un lavoro ormai semisecolare». Cfr. A.A. Mola, L’amministrazione civica: tra ordinamenti istituzionali e politica, in AA.VV, Torino città viva. Da capitale a metropoli 1880-1980, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1980, p. 22.
19. «Il Gran Maestro d’Italia, applicando l’art. 126 delle Costituzioni, ha escluso dalla massoneria i fratelli: Avv. Adolfo Bona; Avv. Giacinto Cibrario, senatore; Avv. Edoardo Daneo, deputato; Achille Durio; Ing. Cesare Frescot; Angelo Rossi, senatore; Avv. Tommaso Villa, deputato, perché alleandosi coi clericali per le imminenti elezioni amministrative in Torino, vennero meno ai principi fondamentali ed all’indirizzo dell’Ordine, che neanche ai fratelli inattivi è lecito violare» ASGOI, Processi verbali della Giunta del Consiglio dell’Ordine, 214 Adunanza, giovedì 25 gennaio 1906.
20. V. Castronovo, Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977, p. 165-166.
21. «Sulla nostra città spira un vento di modernità. Dopo essere stata per anni la città della compagnia della lesina, con tutti i vantaggi e i danni propri della tendenza, come imposte miti, debiti ristretti, spese risecate, poche spese pubbliche, scarsa iniziativa, sembra ora che Torino voglia mettersi alla testa delle città consorelle». L. Einaudi, Acqua potabile, gas, impianto idroelettrico e piano regolatore a Torino, in Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Torino, Einaudi, p. 144.
22. Sui rapporti tra fascismo e massoneria cfr., F. Cordova, Massoneria e fascismo, in A. M. Isastia (a cura), Il progetto liberal-democratico di Ettore Ferrari, Milano, Angeli, 1997, pp. 114-130; R. Di Mattei, Un dibattito su fascismo e massoneria, in "Critica storica", 1977, dicembre, pp. 771-774; A. Mola, Massoneria e fascismo sulla «questione nazionale», in AA.VV., Storia della società italiana, vol. 21 La disgregazione dello stato liberale, Milano, Teti, 1982, G. Vannoni, Massoneria, fascismo e chiesa cattolica, Bari, Laterza, 1980.




giovedì 22 maggio 2008

LA VIA DEL SALE-IL METODO PANTELLINI

di Guido Paoli
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Nel numero 21 di Scienza e ConoscenzaSegui le parole chiave di questo numero!- Evolvi il tuo cervello. Intervista inedita a Joe Dispenza.- Cervello e creatività, la dimostrazione che è la coscienza ad avere un effetto causale sul cervello e non viceversa.- Il DNA non detta il nostro destino. Quanto le credenze e la nostra intenzione possono modificare i nostri geni.- DNA antenna. Il DNA non codifica solo le proteine ma sembra agire anche come attivatore/inibitore del metabolismo cellulare.- Caccia ai pianeti in altri soli. Un osservatorio planetario globale.- Tutti x 1, 1 x tutti. Intervista a Vittorio Marchi.- Archetipi neuroni gravità. Applicazioni cliniche della teoria del tutto.- Il mal di zucchero e di proteine. Diabete e terapie naturali.- La via del sale. Il metodo Pantellini nella soluzione al problema cancro (in anteprima in questa newsletter!).- Dall’ombra del glutine alla memoria dell’acqua, i misteriosi meccanismi delle allergie.- Dalla parte della madre. Intervista a Marshall Klaus sul parto attivo.- La paura di perdere il sole. L’archeologia prima degli Inca.
In Anteprima: dal numero 21 di Scienza e ConoscenzaLa scienza negata: l’ascorbato di potassioLa via del saleIl metodo Pantellini nella lotta al “problema cancro”di Guido Paoli
IntroduzioneLa storia dell’ascorbato di potassio (sale derivato dalla vitamina C, totalmente atossico e privo di effetti collaterali almeno alle dosi consigliate di utilizzo) nasce “casualmente” (come spesso succede nelle scoperte scientifiche) nel 1948, quando un orafo amico del chimico fiorentino Gianfrancesco Valsé Pantellini, malato di tumore inoperabile allo stomaco ottenne dei benefici inattesi e straordinari bevendo delle limonate alle quali per errore aggiungeva bicarbonato di potassio al posto del comune bicarbonato di sodio. Pantellini rimase sorpreso e sbalordito di un fatto che non riusciva a spiegarsi e, da uomo di scienza curioso ed attento ai particolari oltre che rigoroso nel metodo e nell’analisi, volle approfondire a fondo questo fatto per capire se si fosse trattato di un evento casuale, dovuto ad una serie di coincidenze fortunate ed irripetibili, oppure se ci fosse qualche motivo “serio” per il quale un composto apparentemente così semplice potesse aver prodotto un risultato così impensabile.Quindi separò i componenti principali dal succo di limone (rispettivamente, in ordine di concentrazione decrescente, acido citrico, acido tartarico ed acido ascorbico) e li salificò separatamente con il bicarbonato di potassio, ottenendo in tal modo sali di potassio (rispettivamente citrato, tartarato ed ascorbato di potassio) che fece assumere per 20 giorni, sempre separatamente, a quattro malati di tumore in fase avanzatissima, con il consenso e l’accordo dei loro medici curanti. Lo stesso Pantellini riferì che la somministrazione di citrato e tartarato di potassio non portarono alcun beneficio nei malati, mentre l’assunzione di ascorbato di potassio cambiò radicalmente non solo la loro qualità di vita ma soprattutto le conoscenze di Pantellini sulle cause dei tumori [biblio1-2]. Infatti il funzionamento della materia vivente viene prevalentemente indagato cercando di individuare la “molecola malata”, quello che alcuni chiamano il “determinismo segreto della malattia”, attraverso l’analisi sequenziale di interazione di singole molecole.Una visione completamente diversa emerge se guardiamo le proprietà collettive della materia. Infatti, i sistemi biologici non sono semplicemente “pezzi” di materia da assemblare ma sono sistemi aperti che possono scambiare informazioni con l’ambiente circostante sotto forma di energia e materia ed attraverso processi dinamici. Inoltre, tutti questi processi avvengono in soluzione acquosa che evidenzia forme di aggregazione straordinariamente sorprendenti, introducendo fenomeni di cooperatività e coerenza per orientare nel modo migliore il flusso di informazioni. In questo senso, le patologie possono essere viste come difetti di comunicazione e l’analisi delle interazioni che avvengono soprattutto a distanza (alcuni diametri molecolari) coinvolge un livello di indagine di tipo fisico legato all’elettrodinamica quantistica, all’analisi dei sistemi dinamici, allo studio delle strutture dissipative [3-6].
La mutazione cellulare: danno diretto o indiretto sul DNA?L’indagine del cancro segue la linea genetica, come danno indotto dall’accumulo di mutazioni in classi specifiche di geni del DNA (gli oncogeni). A causa di questo, le informazioni che dal DNA sono indirizzate alle “officine cellulari” (i mitocondri) per la costruzione di specifiche proteine od enzimi sono errate. Così le sostanze prodotte avranno un comportamento anomalo od addirittura potranno anche non essere utilizzate poiché incomplete.L’orientamento che ha guidato finora questo indirizzo di ricerca è centrato sul cosiddetto Dogma Centrale della Biologia Molecolare, elaborato dal Premio Nobel Francis Crick e noto anche come l’assioma: “un gene, una proteina”, secondo il quale l’informazione si sviluppa seguendo un flusso unidirezionale, dal DNA verso i mitocondri per la sintesi delle proteine, senza interagire quindi con l’ambiente citoplasmatico.Ma ci sono molte questioni aperte che mettono pesantemente in discussione questa visione a cominciare dal fatto che ci sono molte più proteine che geni codificanti, e continuando poi con i marcatori epigenetici, i geni che producono “solo” RNA, lo splicing alternativo, il controllo della complessità cellulare, i meccanismi di autoregolazione genetica. Molti “addetti ai lavori” iniziano a dire chiaramente (e concordo pienamente) che il dogma di Crick è concettualmente errato ed il DNA risulta soggetto ad uno scambio bi-direzionale delle informazioni con l’ambiente citoplasmatico.In tal modo si capisce come, per una corretta comprensione dei meccanismi degenerativi, diventi decisivo dare una risposta alla domanda: la mutazione genetica che provoca la trasformazione della cellula in senso cancerogeno avviene per un danno diretto sul DNA, oppure è una conseguenza di processi che avvengono nella “periferia” della cellula (nel citoplasma) e che vengono “letti” dal DNA come una spinta alla mutazione per “adeguarsi” ad un ambiente che sta cambiando? In sostanza, la mutazione genetica è la causa o l’effetto della degenerazione cellulare? La risposta a questa domanda potrebbe veramente aprire scenari completamente nuovi negli studi sul genoma come pure nella comprensione delle cause fisiologiche del cancro.
Ascorbato e ribosato di potassioÈ su questa base che si inseriscono gli studi e le ricerche sull’ascorbato di potassio, ora potenziato con il ribosio, portati avanti dalla Fondazione Pantellini [7-8] e dagli Enti Pubblici di ricerca con cui sono state attivate collaborazioni, in particolare il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Parma (Prof.ssa Ortalli e Dott.ssa Croci) [9-11]. Questo composto sembra evidenziare importantissimi effetti sui meccanismi fisiologici che innescano il processo di cancerogenesi [12].Infatti, l’impiego di ascorbato e ribosato di potassio, al di là dei risultati ottenuti in quasi sessant’anni di attività di ricerca, trovano la loro giustificazione profonda nell’ipotesi che i processi di degenerazione cellulare nascano da interruzioni nei processi di comunicazione provocati da squilibri locali che avvengono a livello della membrana cellulare. L’azione di queste molecole da una parte mantiene la corretta concentrazione di potassio nell’ambiente citoplasmatico delle cellule “sane”, attraverso l’azione di carrier dell’acido ascorbico e la funzione di catalizzatore del ribosio, che rende più rapido il trasferimento del catione nei comparti cellulari, mentre cercano di inibire i processi di duplicazione incontrollata. Nel caso del cancro, tali molecole sembrano in grado di limitare ed anche esaurire le risorse energetiche delle cellule neoplastiche in quanto favoriscono l’eliminazione del glucosio di cui le cellule tumorali sono ricche.È da notare che gli studi sul metabolismo del ribosio risalgono agli anni ’70 del secolo appena concluso [13] e che questo monosaccaride non è mai stato impiegato come tale in ambito sanitario. Il suo utilizzo rappresenta quindi una novità in campo internazionale.
Ruolo fisiologico del potassio e del sodioIl potassio, in condizioni fisiologiche di base, è il principale catione intracellulare con una concentrazione media dell’ordine di 150 mMol/l ed è il regolatore critico per quanto riguarda il controllo del metabolismo cellulare, svolgendo la funzione di cofattore ed agendo come attivatore degli enzimi [14]. Permette inoltre una corretta attività delle proteine attraverso un particolare processo chiamato salificazione reversibile dei loro gruppi amminici (NH), anche di strutture cicliche come gli anelli pirrolici (presenti negli amminoacidi: istidina, prolina e triptofano), ed amminici (NH2) in ambiente leggermente acido. Nell’ambiente extracellulare la sua concentrazione oscilla fra 4 e 5 mMol/l. L’importanza del potassio è stata recentemente messa in evidenza in alcuni articoli sui meccanismi di apoptosi cellulare [15-17].Il sodio, che svolge una funzione importantissima per il bilancio idro-salino dell’organismo e per il trasporto del glucosio nelle cellule [18], ha un’elevata affinità chimica con il potassio mostrando concentrazioni inverse rispetto a questo: approssimativamente 150 mMol/l nell’ambiente extracellulare e circa 5 mMol/l nel citoplasma.Questo fatto si traduce in un importante gradiente di concentrazione dei due cationi fra l’interno e l’esterno della cellula, svolgendo un ruolo cruciale nei meccanismi di conduzione dei potenziali d’azione e di percezione sensoriale.
Stress ossidativi e processi degenerativiI già citati studi del Dott. Pantellini e della Fondazione Valsé Pantellini, hanno permesso di ipotizzare che, in presenza di stress ossidativo, possa essere provocato un danno a livello della membrana cellulare ed in particolare della cosiddetta pompa sodio-potassio (che regola il trasporto attivo fra i due cationi), con conseguente squilibrio nelle concentrazioni dei due elettroliti che iniziano un processo di diffusione “semplice” dalle regioni con maggiore concentrazione a quelle con minore concentrazione, con il risultato di una perdita di potassio dal citoplasma ed una sua sostituzione con il sodio, fatto già evidenziato fin dal 1930 [19].L’eccesso di sodio intracellulare, attraverso variazioni locali significative di pH, modifica i siti di legame per il potassio negli enzimi e nelle proteine, inducendo la distruzione del carattere aromatico degli anelli pirrolici che vengono così aperti e svolgendo quindi un’azione biologica totalmente diversa. Abbiamo allora un radicale cambiamento delle funzioni enzimatiche e proteiche, con informazioni distorte che arrivano al DNA, che quindi potrebbe “adeguare” la sua funzione ai cambiamenti che avvengono nel citoplasma.Inoltre l’incremento di sodio dentro la cellula non solo trasferisce calcio dai depositi mitocondriali, ma soprattutto porta quantità sempre più elevate di glucosio nel citoplasma. In questo modo si modificano i processi di respirazione cellulare con un aumento importante della glicolisi, che può spingere la cellula ad una duplicazione incontrollata proprio per l’assenza di controllo metabolico.Siamo convinti che questa catena di eventi costituisca il meccanismo di innesco biochimico della degenerazione cellulare.
Metodi e risultatiL’ascorbato ed il ribosato di potassio si ottengono estemporaneamente a freddo miscelando il contenuto di una bustina di acido ascorbico e ribosio (rispettivamente 150 mg e 3 mg) e quello di una bustina di bicarbonato di potassio KHCO3 (300 mg) in 20 cc di acqua. I componenti devono essere in forma cristallizzata purissima (livello di purezza non inferiore al 97%) e, essendo instabili se mescolati a secco, devono essere mantenuti separati.Il composto, in presenza di una patologia neoplastica, viene somministrato in generale tre volte al giorno:- la mattina a digiuno (15-20 minuti prima di colazione);- 45 minuti prima di pranzo e cena.I dati presentati si riferiscono ad un campione di 1.200 pazienti con differenti tipi di tumore in fase avanzata e, per la maggior parte, con precedenti interventi chirurgici e pregressi trattamenti radio e polichemioterapici, trattati con ascorbato di potassio (il ribosio è stato introdotto in questi ultimi anni) e seguiti dai propri medici curanti per tutto il tempo di trattamento.
DiscussioneQuesti dati, anche se solo orientativi sulle potenzialità del composto, sono da mettere in evidenza con la citata azione del potassio a livello intracellulare grazie all’azione di carrier dell’acido ascorbico e l’effetto catalizzatore del ribosio. Infatti, la presenza sempre più rilevante di potassio nelle cellule tumorali ha l’effetto di indurre la fuoriuscita di sodio (e di glucosio, per il loro stretto legame) dal citoplasma, producendo:- una nuova modificazione di pH intracellulare;- una rapida riduzione delle riserve nutritive, riducendo la glicolisi e reintroducendo i sistemi di controllo sulla mitosi cellulare; in tal modo è possibile tentare di inibire la duplicazione incontrollata.Non deve sorprendere più di tanto che un composto così semplice possa mostrare effetti così importanti, perché si tratta di elementi fisiologici fondamentali per il corretto funzionamento dei sistemi biologici.È importante sottolineare che l’ascorbato ed il ribosato di potassio ci permettono di operare su diversi livelli:- in prevenzione, mantenendo le corrette concentrazioni degli elettroliti e regolando il metabolismo cellulare;- in presenza di rischio degenerativo, offrendo alla cellula una possibile azione di protezione e correggendo il bilancio elettrolitico.;- in presenza di patologia degenerativa per tentare di inibire i processi metabolici alterati e la duplicazione incontrollata.In conclusione questi dati, a nostro modo di vedere, orientano a ritenere che la degenerazione cellulare sia innescata da processi di “anomalia citoplasmatica” e non da un danno diretto sul DNA, e che un corretto studio di base sui meccanismi che producono il cancro non possa prescindere dalla valutazione dei processi di comunicazione ed informazione cellulare sia a breve che a lunga distanza, superando il Dogma Centrale e guardando al meraviglioso processo della vita integrando quanto più possibile competenze diverse.
L’autoreGuido Paoli si è laureato in Fisica nel 1987, presso l’Università degli Studi di Firenze, con una tesi in campo medico-nucleare relativa ad una tomografia per emissione di fotoni in cascata. Ha successivamente conseguito (1993) il titolo di Dottore di Ricerca in Fisiopatologia del dolore e si è occupato, durante la sua attività presso l’Ospedale di Careggi a Firenze, di analisi dei sistemi sensoriali nel gruppo di ricerca coordinato dalla Prof.ssa M.R. Voegelin. È membro della Società Italiana di Fisica. Dalla metà degli anni ’90 ha iniziato una collaborazione con il Dott. Gianfrancesco Valsé Pantellini relativamente agli studi sul meccanismo d’azione dell’ascorbato di potassio nelle patologie degenerative. Dal 1999 è Responsabile Scientifico della Fondazione Valsé Pantellini e dal 2004 ne è anche Vice-Presidente.E' possibile contattare l'autore via e-mail: guido.paoli@pantellini.org.
Bibliografia1 - Valsé Pantellini G (1970) “Breve cenno sulla genesi dei tumori e sopra una eventuale terapia dei medesimi con sali di potassio e in particolare con ascorbato di potassio”. Rivista di Patologia e Clinica, XXV (5), pp.219-2252 - Valsé Pantellini G (1974) “Legami idrogeno (H) e salificazione degli stessi da parte del potassio (K) nella strutturazione della materia vivente”. Rivista di Patologia e Clinica. XXIX (4), pp.193-1983 - Preparata G (1995): QED Coherence in Matter - World Scientific, Singapore4 - Spaggiari PG, Tribbia C (2005): Medicina Quantistica. 2° Ed. Tecniche Nuove, Milano5 - Popp FA (1985): Nuovi orizzonti in medicina. La teoria dei biofotoni. Nuova Ipsa Ed., Palermo6 - Bellavite P (1988): Biodinamica. Tecniche Nuove, Milano7- Valsé Pantellini G (1997): Il cofattore K+. Cinquant’anni di ricerca e terapia contro i tumori. Andromeda Ed. Fuoricollana n.15, Bologna8 - Valsé Pantellini G. Paoli G (1999) “Meccanismo d’azione dell’ascorbato di potassio nei sistemi biologici”. LXXXV Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisica, Pavia, p.1919 - Croci S, Ortalli I, Pedrazzi G, Paoli G, Monetti D (2000) “Azione protettiva dell’ascorbato di potassio sull’ossidazione dell’emoglobina in globuli rossi umani”. LXXXVI Congresso Nazionale della Società Italiana di Fisica, Palermo, p.18110 - Croci S, Pedrazzi G, Paoli G, Monetti D, Bronzetti G, Ortalli I (2001) “Potassium ascorbate as protective agent in oxidation of red cells. Abstract of the International Conference on Antioxidants in Cancer Prevention and Therapy”, Athens (Greece):1571-157211 - Croci S, Pedrazzi G, Paoli G, Monetti D, Ortalli I (2002): Potassium ascorbate as protective agent in the oxidation of the red blood cells. Hyperfine Interactions (C). Proceedings of the International Conference on the Applications of the Mössbauer effect (ICAME 2001). M.F. Thomas, J.M. Williams, T.C. Gibb Ed.(s), Kluwer Academic Publishers, pp.241-24412 - Paoli G (2003) The biomagnetic nature of cancer and the role of potassium ascorbate and ribose against cellular degeneration. J. New Energy, 7(3), pp. 114-11913 - Pizzichini M, Micheli V, Marcolongo R, Marinello E (1978): Metabolismo del ribosio nell’uomo. Boll. Soc. It. Biol. Sper. (LIV), pp. 420-42414 - Moran LA, Scrimgeour KG, Horton HR, Raymond SO, Rawn JD (1996): Biochimica. 2nd Ed., McGraw-Hill Italia, Milano15 - Hughes F, Bortner C, Purdy G, Cidlowski J (1997): Intracellular K+ suppresses the activation of apoptosis in lymphocytes. J. Biol Chem., (272), pp.30567-3057616 - Hughes FM Jr, Cidlowski JA. (1999) Potassium is a critical regulator of apoptotic enzymes in vitro and in vivo. Adv. Enzyme Regul., 39, pp.157-17117 - Montague J, Bortner C, Hughes F, Cidlowski J (1999) A necessary role for reduced intracellular potassium during the DNA degradation phase of apoptosis. Steroids, 64, pp.563-56918 - Lehninger AL (1979): Biochimica. Zanichelli, Bologna19 - Von Euler H, Skarzynski B (1945) La biochimica dei tumori. Einaudi. Torino. Cap.II, pp. 78-83
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LA LEGGENDA NERA DI RAIMONDO DI SANGRO

di Gaetano Marabello (Pres. del Comitato Scientifico)

Che fosse un “uomo mirabile nato a tutto osare”, come si legge sulla sua lapide, sta a dimostrarlo la splendida Cappella che ha lasciato nel pieno centro di Napoli. E che la sua aspirazione “affinché nessuno lo dimentichi” si sia sinora avverata risulta dall’incessante flusso di presenze in questa costruzione, chiamata “Pietatella” dall’antico dipinto miracoloso di S. Maria della Pietà che campeggia sull’altare. Sul misterioso principe di Sansevero, che ne portò a termine l’edificazione, se ne son dette e scritte di tutti i colori, e ciò anche grazie all’interessato che fece di tutto perché ciò avvenisse. Quest’uomo eclettico e “filosofo di spirito” fu definito da Antonio Genovesi “molto dedito alle (arti) meccaniche”: Ma a questo passatempo, davvero inusuale per gli aristocratici del suo tempo, egli aggiungeva - a detta sempre del Genovesi - una “fantasia” così “forte” da riuscire sia a farsi battezzare “riavulo” (diavolo) dal popolino più superstizioso, sia a mettere in forte sospetto le autorità civili ed ecclesiastiche.
Egli nasce a Torremaggiore (FG) nel 1710 da una nobile famiglia, che risale a Carlo Magno. Rimane presto orfano di madre. Suo padre Antonio si dà ad una vita dissoluta, nel corso della quale uccide sia il padre di una giovane che ha stuprato, sia il sindaco del paese natale che lo ha denunziato. Pentitosi, entrerà poi in clausura meritandosi da parte del figlio una delle statue più celebri che si ammirano oggi nella Cappella: il Disinganno. A seguito della morte dei due fratelli maggiori e del nonno Paolo, Raimondo diventa ad appena sedici anni il VII principe di Sansevero ed eredita circa 600 feudi. Studia nel collegio romano dei Celestini, dove apprende tra l’altro dell’esistenza dei “Libri proibiti” che il Vaticano ritiene capaci di aprire la via alla magia nera. Coronerà il suo sogno di poterli leggere solo nel 1745, quando Benedetto XIV l’autorizzerà ad accedere agli Archivi segreti. La sua vita si conclude tragicamente nel 1771 per un probabile tumore contratto nel corso dei suoi esperimenti. Nel corso della sua esistenza riuscì ad attuare una simbiosi abbastanza singolare tra una visione naturalistica dell’alchimia e dell’ermetismo e una smania di sperimentazione chimica e meccanica che in lui fu quasi ossessiva. Il suo palazzo che si vede ancora su piazza S. Domenico a Napoli divenne una sorta di laboratorio alchemico, dove ogni notte – stando al racconto di Salvatore di Giacomo – “fiamme vaganti, luci infernali (…)guizzavano dietro gli enormi finestroni che danno sul pianterreno”. Quando si applicava alla fucina, infatti, la sua natura gaia, limpida e barocca subiva una trasformazione tale da apparire quasi luciferina. E come se non bastasse le sue invenzioni, fatte per stupire il prossimo o per compiacere lo stesso re Carlo di Borbone, andavano di pari passo con le leggende più terrificanti. Si vociferò di sette cardinali scuoiati per esser trasformati in comode poltroncine, nonché di fanciulli comprati dalle famiglie più povere e poi castrati per farne “voci bianche” per il teatro S. Carlo ed infine di schiavi uccisi inoculando nelle loro vene un liquido metallizzante. I suoi aiutanti fecero il resto, perché misero in giro voci incredibili di gamberi secchi fatti risuscitare, di lumi eterni che non si affievolivano mai o di spettri apparsi nel corso di esperimenti a base di fosfina emessa dai cadaveri. Racconti questi che fecero presto sussurrare, ogni volta che tuonava, che il principe stava scarrozzando per i vicoli il demonio in persona. Persino la sua morte fornì materia per le dicerie, avvalorate dal fatto che la sua tomba non ne contiene stranamente il corpo. Si disse che si fosse fatto tagliare a pezzi per poter poi risorgere intatto il 40° giorno (le allusioni al rituale massonico sono evidenti), ma che un’imprevista apertura anticipata del sarcofago avrebbe fatto fallire la sua rinascita. A parte ciò, per sfuggire ai fulmini della legge canonica, i suoi successori distrussero buona parte delle formule lasciate da quest’uomo forse troppo moderno per la sua epoca. Non si sa quindi quante delle invenzioni, da lui vantate nella “Lettera apologetica” che ci ha tramandato, siano frutto di millanteria e quante invece no. Per tutte, ricordiamo che nella tipografia, che impiantò nei suoi sotterranei, mise a punto un sistema all’avanguardia per la stampa a più colori con una sola “passata di torchio” (tecnica oggi usata per le stampanti a colori). Avendo pubblicato libri contrari alla dottrina cattolica, finì nel mirino della Congregazione dell’Indice e, per giustificare il “maligno gergo” usato, dovette scrivere una supplica che però non venne accolta. Chiusa prudenzialmente la tipografia, si dedicò all’edificazione del tempio di famiglia oggi noto come Cappella Sansevero. Dilapidò il suo patrimonio nell’impresa, tanto da dover affittare parte del suo palazzo per pagare le maestranze. Ad un certo punto, finì addirittura in prigione quando il ministro Tanucci, che lo detestava ritenendolo complice del suo estimatore Federico II di Prussia, scoprì che gli inquilini erano dei biscazzieri. Appianato comunque ogni debito grazie ad un matrimonio d’interessi contratto dal primogenito, continuò a celare all’interno della Cappella i suoi interessi mai sopiti per l’esoterismo. Ha lasciato in tal modo sulla pietra un’infinità di messaggi, sui quali si dilettano da allora i tanti patiti dell’occultismo. Ne potremo eventualmente riparlare in un’altra occasione. Per ora basterà dire che la sua personalità eccezionale lo portò a divenire Gran Maestro della loggia “Rosa d’ordine magno” (anagramma di Raimondo de Sangro). In tale veste riuscì nell’intento di unificare le due anime, militare e borghese, della massoneria partenopea. Purtroppo per lui, in conseguenza della bolla pontificia “Providas Romanorum pontificum” del 28 maggio 1751, il suo protettore Carlo di Borbone bandì a sua volta la massoneria dal regno (editto del 2 luglio). Raimondo de Sangro, convocato a corte, fu indotto ad abiurare al giuramento di loggia e a consegnare una lista degli adepti. Nella circostanza, egli denunziò probabilmente solo quelli che erano legati per convenienza al potere civile e religioso e che, proprio per questa ragione, non subirono grosse conseguenze. Salvò in tal modo (anche grazie ad un “provvidenziale” incendio sprigionatosi in contemporanea tra le carte del suo palazzo) quei “fratelli”, che obbedivano alle concezioni speculative del “Rito scozzese antico e accettato” cui egli aderiva. Insomma, una diavoleria in tutto degna di un tipo sulfureo come lui..

mercoledì 21 maggio 2008

INTERVISTA AL PRESIDENTE NAZIONALE DI CONFEDILIZIA

Miei cari amici e lettori del blog. Vi presento il Dott. Antonio Laurenzano, collega giornalista e grande Lions, oltre che amico, nonchè componente del Comitato Scientifico del blog. Abbiamo bisogno dell'amicizia sempre, proprio come abbiamo bisogno dei proverbiali fondamenti della vita, il fuoco... l'acqua... e l'aria... "Ogni amico costituisce un mondo dentro di noi, un mondo mai nato, fino al suo arrivo, ed è solo tramite questo incontro che nasce un nuovo mondo".Diamo il benvenuto ad antonio.

RECUPERARE RIGORE E MORALITA’!
Presentato l’ultimo libro di Corrado Sforza Fogliani

“Il diritto, la proprietà, la banca”

di ANTONIO LAURENZANO

E’ arrivato in libreria il libro “Il diritto, la proprietà, la banca”, Spirali Editore, di Corrado Sforza Fogliani, presidente nazionale di Confedelizia. Autore di numerose pubblicazioni giuridiche (fra le quali Il Codice della banca, Il nuovissimo Codice delle locazioni, e il Codice del condominio), dirige anche l’”Archivio delle locazioni e del condominio”. E’ opinionista di alcuni quotidiani nazionali. E’ fondatore e tuttora consigliere della sezione piacentina di Italia Nostra. A Corrado Sforza Fogliani, allievo di Luigi Einaudi, abbiamo posto alcune domande sui temi più importanti trattati nel libro.

D-La mancanza di certezza dell’ordinamento tributario italiano è causa di un crescente contenzioso tributario: diventa sempre più difficile il rapporto tra fisco e contribuente. Quali le cause e i possibili rimedi?
R-“Da anni subiamo una ipertrofia legislativa che non conosce limiti. La mancanza di certezza della legge tributaria intesa come prevedibilità delle conseguenze giuridiche e fiscali è divenuta ormai una costante. Siamo in presenza di una frantumazione della legislazione tributaria, di un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge. Il nostro ordinamento tributario non può continuare ad essere caratterizzato dalla casualità e dall’arbitrio per questioni di cassa, occorre invece meno improvvisazione e più rigore da parte del Legislatore”.

D-Cosa pensa dello Statuto del contribuente salutato nel 2000 come un “patto di civiltà giuridica”, volto a dare chiarezza e trasparenza alle disposizioni tributarie? Molti principi restano del tutto astratti senza alcun effetto giuridico.
R-“Lo Statuto sconta un peccato originale: l’essere stato approvato con legge ordinaria senza alcuna valenza di carattere costituzionale, consentendo in tal modo pericolose fughe in avanti. Non a caso, lo scorso maggio, la Corte dei Conti ha censurato l’azione del Legislatore muovendo una serie di rilievi soprattutto sulla violazione del divieto di retroattività della norma tributaria”.

D-In qualità di Presidente della Confedilizia, Lei è spesso intervenuto, anche sulla stampa nazionale, a “difesa della proprietà come condizione della libertà e della democrazia, concetti indissolubili l’uno dall’altro”. Qual è il Suo pensiero sul disegno di legge del Governo Prodi sulla trasformazione del catasto immobiliare da reddituale in patrimoniale, costruito cioè sulla base del valore degli immobili e non sul loro effettivo reddito?
R-“E’ questa la grande paura che incombe sulla proprietà edilizia: mettere a regime un catasto truffa, senza alcun legame con il territorio, ispirato da una evidente logica anti-proprietaria, perché tutte le imposte di natura patrimoniale, come l’ICI, sono inevitabilmente espropriative. Per combattere l’impunità patrimoniale ed eliminare le sperequazioni sarebbe sufficiente attivare la revisione dei classamenti delle singole unità immobiliari. Non c’è alcuna valida ragione di censire la proprietà edilizia sulla base di coefficienti costruiti arbitrariamente per la solita questione di gettito, senza una verifica oggettiva in termini di redditività.”



D-La fiscalità sugli immobili, per effetto anche della manovra Visco-Bersani del luglio 2006, secondo la stampa specializzata, è giunta a livelli di guardia. Non c’è il rischio di paralizzare il mercato immobiliare già in difficoltà per l’aumento dei tassi bancari d’interesse e, più in generale, della crisi economica delle famiglie?
R-“La fiscalità immobiliare avrebbe bisogno di interventi decisi, in termini di riduzione del peso delle imposte e di semplificazione del quadro normativo. Vi sono due misure che si presentano particolarmente urgenti da adottare: la prima è l’introduzione della cosiddetta cedolare secca sugli affitti del 20% al fine di rilanciare il mercato delle locazioni, l’altra è quella della eliminazione dell’ICI , un’imposta patrimoniale inserita in un ordinamento tributario improntato alla redditualità”.


D-Pagare le tasse, secondo l’ex Ministro dell’Economia Padoa Schioppa, deve essere un piacere per ogni cittadino. Un suo predecessore, l’ex Ministro Siniscalchi sosteneva che “fiscalismo ed evasione” sono due vizi che si sorreggono a vicenda”. Come giudica la fiscalità nel nostro Paese?
R-“Secondo Oscar Giannino l’evasione è una forma di difesa, perché un fisco-rapina colpisce la libertà dell’individuo. Il superamento di questo paradosso è sicuramente un fatto di cultura, ma è pur vero che solo riducendo drasticamente la spesa pubblica improduttiva, i costi della politica, i tanti sprechi di danaro pubblico, si potrà porre rimedio al fiscalismo che oggi soffoca l’iniziativa privata e le impedisce di sviluppare al meglio le potenzialità e le energie di cui essa dispone. Una riduzione del prelievo fiscale gioverebbe anche ai consumi e quindi a una maggiore produttività delle aziende con ricaduta positiva sui livelli occupazionali e sui poteri d’acquisto dei salari. In sintesi, significa riattivare un circolo virtuoso dell’economia.”

D-Quale futuro prevede per le banche locali? Potranno sopravvivere alle sirene nazionali e internazionali dei grandi accorpamenti?
R-“Rispondo con una metafora. Le banche locali sono un po’ come la salute: si apprezzano quando si perdono. Svolgono una importante funzione sociale al servizio del territorio, dalle famiglie alla piccola imprenditoria. E mentre le grandi banche guardano i bilanci delle aziende, le banche locali guardano negli occhi il proprio cliente, nella comune ambizione di far crescere il comune tessuto socio-economico, Il loro futuro è legato alla sensibilità imprenditoriale di chi le gestisce”.

D- Il nuovo Governo che si è insediato a Palazzo Chigi quale strada dovrà percorrere per fare uscire il Paese dalla profonda crisi di identità e di valori in cui è caduto?
R-“Credo che l’Italia debba guardarsi dal buonismo ad ogni costo e riaffermare il comune senso del dovere. Credo sia necessario recuperare rigore e moralità, fare un elogio della cattiveria, se per cattiveria si intende la difesa dei nostri valori, la difesa dello Stato di diritto, la difesa della libertà.”

E’ questo il pensiero di Corrado Sforza Fogliani per “alimentare la speranza di un secondo Rinascimento per l’Italia del Terzo Millennio”.

lunedì 19 maggio 2008

LA BRIGATA CORAZZATA "PINEROLO" IN AZIONE...

Multinational Task Force West
Public Affairs Office


COMUNICATO STAMPA (Cap. Domenico Occhinegro)

19 maggio 2008
LA MNTF-W TERMINA I LAVORI PER LA REALIZZAZIONE DI UN CAMPO SPORTIVO POLIFUNZIONALE E PARCO GIOCHI

La cellula CIMIC (Cooperazione Civile-Militare) italiana nell’area della Municipalità di Decane ha realizzato un parco giochi con annesso un campo sportivo multifunzionale.
La cerimonia di inaugurazione del campo sportivo, sito nella località di Piskavica – Lediva – Mirov, villaggio di Junik, è stata presenziata dal Generale di Brigata Agostino Biancafarina, comandante della MNTF-W (Multinational Task Force West), e la sua realizzazione è stata basata sul progetto di un architetto locale.
Il terreno comunale su cui è nata l’opera all’inizio dei lavori si presentava come un dirupo incolto. I lavori, durati circa due mesi, sono stati portati a termine dalla ditta ELCOM di Gjakova; l’impegno economico è stato di circa 25 mila euro.
La Task Force a guida italiana con sede nella base "Villaggio Italia" in Belo Polje considera di preminente interesse tutte quelle attività rivolte a migliorare le condizioni di vita del Kosovo attraverso interventi mirati soprattutto nel settore scolastico, sanitario e sportivo.
La presenza del Generale Biancafarina, inoltre, testimonia l’impegno di KFOR non solo a garantire sicurezza e tranquillità alla popolazione Kosovara, ma anche a migliorarne le condizioni economiche e sociali per favorire la ricostruzione di un clima di reciproca tolleranza e democratica convivenza.

domenica 18 maggio 2008

I LIONS, UN AIUTO (LCIF) IMMEDIATO ALLA CINA.

Cari Amici,
Come socio ventennale del Lions Club Internationl, mi pregio di porre alla V/s attenzione il messaggio appena ricevuto dal Presidente Internazionale della Fondazione del Lions, Jimmy Ross.
I Lions, l’unica e sola organizzazione più grande del mondo, non governativa, in prima linea, invia aiuti alla martoriata Cina. Ecco il testo di Jimmi Ross.
Contattare:
Dane LaJoye, Public Relations Division Manager
Lions Clubs International
630-468-6764
E-mail: http://wpop11.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi?Act_V_Compo=1&mailto=Dane.LaJoye@lionsclubs.org&ID=I0Tf_qGTnyLGIEc_lrp6mCX19XJ_0ZCvUeBDuJWumCQSm3dMOrLzu&R_Folder=aW5ib3g=&msgID=30&Body=0
Nicole Brown, Communications Department Manager Lions Clubs International Foundation630-468-6887E-mail: http://wpop11.libero.it/cgi-bin/webmail.cgi?Act_V_Compo=1&mailto=Nicole.Brown@lionsclubs.org&ID=I0Tf_qGTnyLGIEc_lrp6mCX19XJ_0ZCvUeBDuJWumCQSm3dMOrLzu&R_Folder=aW5ib3g=&msgID=30&Body=0

Per Diffusione Immediata

I Lions hanno Devoluto $1,5 Milioni per le azioni di soccorso a seguito del terremoto che ha colpito la Cina
L’unica organizzazione internazionale di volontari in Cina. i Lions clubs rispondono ai bisogni immediati e a lungo termine.

Oak Brook, Illinois, USA, 14 maggio, 2008—Oggi la Fondazione di Lions Clubs International (LCIF) ha annunciato che devolverà US$1,5 milioni a favore delle azioni di soccorso dirette dai Lions in Cina.

I Lions e la LCIF stanno già rispondendo al potente terremoto che ha colpito la provincia di Sichuan nella Cina centrale, Lunedì 12 maggio. I Lions di Hong Kong e di Macau hanno raccolto US$600.000 e LCIF ha stanziato una somma iniziale di US$500.000 che andranno a ricoprire i beni di prima necessità, inclusi farmaci, vestiario, coperte, disinfezione dell’acqua e alloggi temporanei. I Lions hanno già inviato 5.000 tende per gli sfollati e altre ancora stanno per essere inviate. Attraverso una fitta rete di soci dei Lions clubs in Hong Kong e Cina, i Lions ed LCIF stanno inviando squadre di soccorso nelle aree colpite.

“Essendo l’unica organizzazione di volontariato in Cina, la Fondazione di Lions Clubs International collabora direttamente con i Lions della regione per valutare i bisogni immediati e agire tempestivamente. Attraverso la nostra rete di base, composta da Lions delle aree colpite, abbiamo i mezzi per consegnare le forniture di soccorso alle vittime, molto rapidamente,” afferma il Presidente della Fondazione di Lions Clubs International, Jimmy Ross.

La LCIF prevede che le donazioni dei Lions nel mondo supereranno i US$400,000 nel corso della prima settimana. Questi fondi aiuteranno a rispondere ai bisogni immediati. I fondi raccolti dai Lions nel corso delle settimane che seguiranno saranno utilizzati per finanziare lavori di ricostruzione e riabilitazione a lungo termine, vale a dire abitazioni, scuole e cure oftalmologiche.

I Lions hanno una lunga tradizione di collaborazione con il governo cinese per offrire servizi umanitari. Sin dal 2002, Lions Clubs International è la prima e unica organizzazione di volontariato ufficialmente riconosciuta dal Governo cinese. Il governo cinese ha emesso un ordine esecutivo firmato dal primo ministro per fondare ufficialmente due Lions club Pilota in Shenzhen and Guangdong. Oggi, ci sono 1.655 soci di Lions clubs in 79 clubs in Cina oltre a 1.429 Lions in 62 clubs in Hong Kong e Macau.

I service dei Lions ebbero inizio in Cina nel 1997 con il programma SightFirst. SightFirst è un programma di lotta contro la cecità, finanziato dalla LCIF che lotta contro la cecità prevenibile. Attraverso SightFirst China Action, LCIF ha investito oltre US$30 milioni per costruire cliniche oftalmologiche e sradicare la cecità prevenibile. Il governo cinese ha aggiunto la somma supplementare di US$200 milioni. Questi fondi hanno permesso di finanziare 4,6 milioni di operazioni alle cataratte in Cina and Tibet, di creare 104 unità per la chirurgia oftalmologia nelle zone rurali e di formare il personale oftalmologico destinato alle popolazioni rurali povere.
Per sostenere questo soccorso, le donazioni possono essere versate a Fondi Lions di Soccorso d’Emergenza a favore delle vittime colpite dal terremoto in Cina. Le donazioni permetteranno di soddisfare i bisogni immediati e aiuteranno a finanziare i lavori di ricostruzione a lungo termine.
I donatori fuori dagli Stati Uniti possono:
Donare online immediatamente specificando che la donazione è a favore dei “Fondi Lions di Soccorso d’Emergenze a favore delle vittime colpite dal terremoti in Cina." http://wpop11.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=Yr36HiCL7vVIdY1/eDSm2hYn0qsnwLSuPYOgJJ%2B0hfiOvideYDJTVQOIy8LKt/G5g2Mr1NpFfcQ%3D&Link=http%3A//www.lionsclubs.org/EN/content/nonmember%2D1.shtml
Fare una donazione tramite carta di credito (MasterCard, Visa oppure American Express) faxando a LCIF il nome riportato sulla carta, data di scadenza della stessae l’ammontare donato. Il No. Di Fax della LCIF il seguente 630-571-5735.
Inviare un assegno in dollari alla LCIF. L’assegno dovrà essere emesso su banca americana e intestato alla LCIF. Vogliate scrivere "Lions China Earthquake Disaster Relief Fund" sull’assegno ed inviarlo alla LCIF, 300 W. 22nd St., Oak Brook, IL 60523, USA, Attn.: Donor Services.
Versare la donazione in valuta locale sul conto di LCI specificando “Fondi Lions di Soccorso d’Emergenze a favore delle vittime colpite dal terremoti in Cina" e inviarne una copia ad LCIF a mezzo fax (630-571-5735).
Eseguire un bonifico bancario. Per ottenere istruzioni o se avete bisogno di informazioni riguardo ad altre opzioni, vogliate contattare LCIF Donor Services al seguente indirizzo http://wpop11.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=Yr36HiCL7vVIdY1/eDSm2hYn0qsnwLSuPYOgJJ%2B0hfiOvideYDJTVQOIy8LKt/G5g2Mr1NpFfcQ%3D&Link=http%3A//www.lionsclubs.org/EN/content/mailtlcif%40lionsclubs.org oppure telefonando a 630-571-5466, int. 404.
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La Fondazione di Lions Clubs International il ramo umanitario di Lions Clubs International, la piu’ grande organizzazione di servizio al mondo con i suoi quasi 1,3 milioni di soci in 202 aree geografiche e paesi. LCIF stata classificata dal Financial Times tra le migliori organizzazioni non governative con cui stabilire una collaborazione. Inaugurata nel 1968, LCIF lavora nel dominio della prevenzione della cecità e delle cure oftalmologiche da oltre 15 anni attraverso il programma SightFirst. Per ottenere ulteriori informazioni riguardo alla LCIF e alla Campagna Sightfirst II visitate http://wpop11.libero.it/cgi-bin/vlink.cgi?Id=Yr36HiCL7vVIdY1/eDSm2hYn0qsnwLSuPYOgJJ%2B0hfiOvideYDJTVQOIy8LKt/G5g2Mr1NpFfcQ%3D&Link=http%3A//www.lcif.org.