Questo sito è a disposizione di tutti coloro che intendono inviare i loro pezzi, che dovranno essere firmati, articoli sulle gesta della Cavalleria Antica e Moderna, articoli di interesse Sociale, di Medicina,di Religione e delle Forze Armate in generale. Il sottoscritto si riserva il diritto di non pubblicare sul Blog quanto contrario alla morale ed al buon gusto. La collaborazione dei lettori è cosa gradita ed avviene a titolo volontario e gratuito, per entrambi.
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lunedì 24 settembre 2007
Il Delegato Mandamentale dell' U.N.C.I.
Cari amici, il sottoscritto è stato nominato Delegato Mandamentale per Bari, dal Console Regionale e dalla Segreteria Generale dell'U.N.C.I. (Unione Nazionale Cavalieri d'Italia), per effettuare una selezione riguardante i nominativi che aspirano alle Onorificenze di Cavaliere, Ufficiale, Commendatore ecc...della Repubblica Italiana. L'Ordine al merito della Repubblica Italiana (O.M.R.I.) è il più alto degli Ordini dello Stato Italiano, ed è stato istituito con D.L. N. 178 del 3 marzo 1951 e reso operativo nel 1952. La Tua eventuale domanda-proposta sarà da me inviata alla Segreteria Generale, al fine di darTi il giusto riconoscimento acquisito: riconoscimento benemerenze nelle arti, nelle lettere, nelle arti, nell'economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte ai fini sociali, filantropici e umanitari, nonchè per lunghi e segnalati servizi nelle cariche civili e militari. In tal caso, coloro che si riconoscono per il giusto riconoscimento le succitate Onorificenze, possono invire il proprio C.V. via e-mail: vitalepietrolions@libero.it. Cavallereschi saluti, Pietro
L'Illuminato Federico II di Hohenstaufen
(De Arte Venandi cum Avibus)
“Se vi rendeste conto quanto è duro e difficile di mantenere quasi da soli una fiaccola tradizionale accesa in un tale odierno periodo di progressivo e universale OSCURAMENTO”. (proverbio)
Carissimi, mi permetto di porre alla Vostra attenzione un nostro orgoglio Pugliese:
I Castelli Federiciani. Molto si è detto e scritto. Non Vi dirò nulla di nuovo in queste righe ma desidero riproporVi un “percorso” Magico, credo che faccia bene un po’ a tutti sognare di tanto in tanto..
..stupor mundi la Magica Puglia…Tra il 1230 e il 1270. L’Italia meridionale fu teatro di uno dei più folgoranti episodi di arte imperiali. L’impeto di rinnovamento era legato all’eccezionale e versatile figura di Federico II di Hohenstaufen, alla curiosità, alla sua straordinaria cultura (anche esoterica) alle sue iniziative politiche ed amministrative, ai suoi molteplici interessi ed ai suoi gusti raffinati in fatto di scienze e di arte, che gli valsero l’appellativo appunto di stupor mundi: lo stupore del mondo! Nipote di Federico Barbarossa, ebbe il regno meridionale dalla madre Costanza, unica erede della dinastia normanna degli Altavilla, ed a quella terra guardò sempre come luogo prediletto e ad essa si dedicò totalmente all’intento di riorganizzarla amministrativamente e politicamente. Cardine del nuovo assetto federiciano fu la realizzazione di una rete di castelli a presidio dei confini territoriali, delle coste e delle vie di comunicazione, e di castelli urbani per il controllo interno. I nuovi fortilizi si andarono ad aggiungere alla già consolidata catena di castelli, che rappresentava uno degli aspetti peculiari e più affascinanti della regione. La tipologia della fortificazione fino ad allora più diffusa era quella del torrione, unico e compatto, adatto a contenere le guarnigioni ma anche gli ambienti residenziali, il cosiddetto mastio, di cui nell’Italia meridionale c’era stata grande diffusione nel periodo normanno. Da queste forme si originarono le strutture castellari più complesse, che in Puglia assunsero l’aspetto raffinato e spettacolare delle costruzioni promosse da Federico II (il re normanno si avvalse presso la corte di maestri operativi che conoscevano le arti segrete delle costruzioni… scalpellini itineranti, abili con gli attrezzi… per la sgrossatura di enormi blocchi di pietra viva, per gli scopi edificatori…). I castelli pugliesi, insieme alle cattedrali romaniche, rappresentano infatti, da Foggia allo Ionio, un vero e proprio simbolo regionale, l’emblema di una dimensione storica che racchiude aspetti culturali, sociali, paesaggistici, politici ed architettonici: fortezza, caserma, residenza, prigione, tribunale, corte, chiesa, fattoria, luogo di rifugio militare e spirituale, centro direzionale e politico. Ripercorrere l’itinerario dei castelli federiciani in Puglia significa frugare nell’anima dei luoghi che conservano ancora l’incanto di storie antiche e il “segno” lasciato da un uomo ILLUMINATO. Tali aspetti di bellezza e “peculiarità” regionale possono essere letti alla luce della personalità di Federico II, uomo di straordinaria ricchezza intellettuale, che amò circondarsi di sapienti e di conoscitori delle lingue orientali, che seppe andare oltre i dogmi della cultura occidentale, con una propensione per l’alchimia, che gli valse l’accusa di eretico (e scomunica) da parte della Chiesa…Lo stesso Federico II entrò nella storia della scienza con il suo trattato di falconeria, De arte venandi cum avibus, vera espressione del suo grande amore per la caccia, (e per le donne) un libro d’arte corredato da uno straordinario apparato illustrativo.
Federico II in Puglia
Non si può ricostruire esattamente la forma del palazzo imperiale fatto edificare da Federico II a Foggia nel 1223, in occasione dell’elevazione del centro Foggiano della Capitanata a capitale regia. Ne rimane infatti solo un’arcata di portale percorsa da un fitto motivo vegetale di foglie di acanto, sorretta da mensole-capitello scolpite a raffigurare l’aquila imperiale, e un’epigrafe distribuita su cinque righe che ne ricorda la costruzione per volontà dell’Imperatore, ad opera del protomagister Bartolomeo da Foggia. Questi resti testimoniano l’interesse di Federico verso l’arte antica attraverso il recupero di stilemi classici, nell’ambito di un programma decorativo che corrisponde alla volontà di affermare ideologicamente e politicamente la figura dell’imperatore attraverso il suo simbolo, l’aquila. Federico II diede grande importanza alla residenza di Foggia, dove si ritiene che amasse passare gran parte del periodo più freddo dell’anno. Si trattava infatti di una costruzione molto estesa, arricchita all’interno da decorazioni marmoree, da un ampio giardino decorato con statue e fontane; tutto ciò testimonia il grande accanimento dell’imperatore alla città e alla Capitanata. La stessa epigrafe superstite, oltre a ricordare gli anni di regno di Federico ed il nome di protagonista ed esecutore dei lavori, parla di Foggia come sede inclita, ossia “sede preferita” . Il portale e l’epigrafe sono oggi murati presso una delle pareti laterali del Museo Civico della città; nel Museo si conserva peraltro un Augustale di Federico II, una moneta che ricorda nell’iconografia le monete di epoca augustea, dove l’imperatore è effigiato con la corona di lauro e col mantello degli imperatori romani. Alla memoria dello stupor mundi si lega anche un altro dei tanti castelli pugliesi, quello di Monte Sant’Angelo, nelle vicinanze di Foggia. Attorno al nucleo originario di epoca normanna si svilupparono i consistenti interventi promossi da Federico II, anche se la revisione globale delle strutture risale agli Aragonesi. Secondo la tradizione in questo castello l’imperatore svevo soggiornò con Bianca Lancia, e vi fece nascere il figlio Enzo.
Il Palazzo Imperiale di Foggia e il Castello di Monte Sant’Angelo
Cari amici, come sapete l’Imperatore Federico II fu un collezionista appassionato di oggetti e sculture antiche (sotto il dominio svevo, infatti, rinacque l’arte raffinatissima del cammeo in pietre dure, a strati di colori diversi), per acquisire i quali era disposto a spendere somme enormi al fine di raccoglierli, con spirito già profondamente antiquario, presso i propri castelli, in particolare in quello di Lucera. Nel castello di Lucera l’imperatore svevo aveva, inoltre, condotto in colonia i molti arabi che aveva sconfitto in Sicilia; si occupava di questi saraceni appassionandosi all’arte di cui erano portatori, essendo profondamente attratto dalla loro cultura. Lo stesso castello di Lucera fu edificato in un periodo posteriore alla permanenza di Federico II in Oriente, dove si era recato in occasione della crociata del 1228-29; inoltre, l’imperatore aveva trascorso l’infanzia a Palermo era stato in contatto con la cultura musulmana. Risale all’intervento a Lucera il cosiddetto palatium, innalzato a partire da 1233 posto all’interno della cinta poligonale turrita edificata in epoca angioina; si tratta di un’alta torre articolata su tre livelli e rafforzata alla base dalle volte ad archi rampanti del pianterreno, probabilmente coperta in origine da volte ogivali. Restano oggi scarsi ruderi del poderoso basamento a scivolo, contenente camere con feritoie per il tiro degli arcieri. Per quanto non più leggibile nella sua interezza, è chiaro che si tratta di una struttura tipicamente federiciana, in cui la forte ispirazione classica si manifesta attraverso l’impegno di forme gotiche, spelendidamente miscelate al repertorio dell’arte cistercense. Indirettamente legato a Federico II è anche il monumentale castello di Manfredonia, edificato intorno alla metà del XII sec. Per volere di Manfredi, figlio naturale dell’Imperatore e Bianca Lancia, a protezione della città che egli stesso aveva fondato per ospitare gli abitanti della vicina Siponto, che era stata resa impraticabile dalle paludi e dalle conseguenze di alcuni rovinosi terremoti. Il castello, sorto con un impianto a scacchiera e proteso verso il mare, è costituito da un nucleo centrale quadrato con quattro torri angolari di fondazione Manfrediana. Fu portato a compimento da Carlo D’Angiò e assunse proprio in epoca angioina una fisionomia organica con cortina muraria esterna che comprende anche tre torri cilindriche quattrocentesche. Il castello ospita oggi l’unico Museo Archeologico Nazionale della provincia di Foggia, la cui istituzione risale alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando il Comune di Manfredonia donò il castello allo Stato. Le esposizioni attualmente allestite hanno il loro punto di forza nella mostra delle steli daune, straordinarie lastre rettangolari di pietra decorate da ornati geometrici e scene figurate, datate al VII e VI sec. A.C. Altrettanto interessante è il lapidario, la cui esposizione è composta da elementi architettonici e da materiali epigrafici di età romana e medievale, provenienti prevalentemente dall’area archeologica di Siponto.
Sua Maestà Castel del Monte ad Andria (Ba)
Tutti sappiamo di Castel del Monte, fiumi di inchiostro, lo hanno “dipinto”prima di noi, questo meraviglioso manufatto. Certamente ora non sarò io a scoprire l’acqua calda, riproponendovi e “ridipingendo” questa possente “creatura”. Si, perché di creatura animata trattasi!, esso il castello, continua a vivere attraverso le pietre, i simboli le luci e le ombre, che non finiranno mai di stupirci. Vi parlerò di Castel del Monte in modo discorsivo e letterario, con un taglio, per lo più decisamente giornalistico, sarete voi, cari lettori, ha guidare la mia penna attraverso la Vostra Sapienza, Saggezza e pazienza.
Castel del Monte possiede un valore universale eccezionale per la perfezione delle sue forme, l’armonia e la fusione degli elementi culturali venuti dal nord dell’Europa, dal mondo Mussulmano e dall’antichità classica. E’ un capolavoro unico al mondo dell’architettura medievale, che riflette l’umanesimo del suo fondatore: Federico II di Svevia (20° Sessione Commissione UNESCO, Merida Messico 1996). La motivazione con cui l’UNESCO ha dichiarato Castel del Monte patrimonio mondiale dell’umanità ne sintetizza a pieno la peculiarità di monumento in cui la variegata cultura del committente, Federico II di Hohenstaufen, meglio si esplica. All’eco romanica dei leoni stilofori del portale, alle citazioni classiche dei motivi decorativi utilizzati negli archivolti delle porte-finestre del cortile o del timpano spezzato dello stesso portale, al repertorio ornamentale dei mosaici arabi dei pavimenti, si affianca la “modernità” del gotico oltre alpino dei capitelli a crohet e degli archi ogivali. Ma a caratterizzare fortemente il castello, facendone un unicum, e soprattutto la ricorrente presenza del numero otto e della forma ottagonale, entrambi legati a significati simbolici. L’ottagono ritorna nella pianta dell’edificio, in quella del cortile, negli otto torrioni angolari, dando a Castel del Monte una configurazione architettonica da alcuni interpretata come una “corona di pietra” simbolo indelebile di quel potere regale sempre ostentato e strenuamente difeso con i nemici e gli usurpatori di Federico II, sovrano dai molteplici interessi culturali , definito all’epoca stupor mundi
I castelli dell’entroterra
I castelli rappresentano gli elementi principali attraverso il quale l’Hohenstaufen volle affermare il poter imperiale sul territorio, e, nell’affermazione del proprio potere, seppe dar forma a vere e proprie meraviglie edilizie. All’intento politico erano associate forme di diletto e di passatempo care all’imperatore, come il collezionismo di oggetti antichi e di pregio, e l’arte venatoria. Federico II promosse molteplici interventi di costruzione o di rimaneggiamento di un gran numero di castelli: quelli pugliesi rappresentano alcune tra le massime espressioni architettoniche. L’edificazione di alcuni questi monumenti consentì all’imperatore di praticare il suo sport preferito, la caccia con il falcone. Lo Svevo raggiungeva le varie residenze con la propria numerosa corte, composta da armigeri, falconieri, consiglieri, notabili e servitori. Per regolare gli interventi sui castelli e sulle residenze imperiali già esistenti, sui quali si doveva intervenire con operazioni di ripristino, Federico II emanò uno statuto, detto Statutum de reparatione castrorum (1231), che impegnava a partecipare i lavori anche le comunità locali e che prevedeva che i catelli fossero edificati nelle città e nei porti più importanti dello Stato.Oltre ai castelli furono costruiti anche molte domus di caccia, poste in prossimità di zone boscose particolarmente adatte allo svolgimento dell’arte venatoria. Tra i presidi federiciani dell’entroterra pugliese si devono ricordare, da nord verso sud, tra l’altro, i castelli di Gioia del Colle e di Gravina in Puglia. Quest’ultimo oggi ridotto in rudere di cui si conservano solo i muri perimetrali, era un castello di caccia, nonché una delle poche costruzioni fatte erigere ex novo da Federico II. Particolarmente importante, anche in relazione all’attuale destinazione museale (dal 1977 è sede del Museo Archeologico Nazionale), è castello di Gioia del Colle. Frutto di un’operazione di recupero di strutture preesistenti, l’edificio ha caratterizzato da una solida muratura esterna a piccole bugne (ispirata forse a struttura militari orientali) trattata con particolare perizia, specialmente nel taglio sapiente delle pietre applicato attorno a porte e finestre. Le mura di questo castello sono tra le migliori soluzioni costruttive federiciane, sia dal punto di vista dell’armonia d’insieme che da quello del piacevole effetto coloristico, nonché cromatico, tanto da poter essere paragonato ad alcuni manufatti architettonici fiorentini del Trecento Tra le diverse opere fortificate del periodo svevo, il Castello di Gioia del Colle rappresenta, inoltre, una di quelle che conserva maggiormente integro l’impianto architettonico, realizzato in posizione dominante quale baluardo difensivo lungo le strade che da Bari conducevano a Taranto, in modo da collegare l’area adriatica a quella ionico-tarantina. La tradizione vuole che l’imperatore abbia più volte soggiornato nel castello gioiese durante gli spostamento dalla residenza imperiale di Foggia e dal castello di Lucera verso la Sicilia, insieme a Bianca Lancia. Secondo la tradizione Bianca Lancia – sospettata di essere infedele – fu imprigionata da Federico II nella torre e lì avrebbe dato alla luce Manfredi.
I Castelli della Costa:
All’indomani della crociata che l’aveva visto impegnato in oriente (1228-.’29), Federico II fece erigere nell’Italia meridionale castelli e palazzi dall’architettura ispirata alle costruzioni che aveva avuto modo di vedere nelle terre straniere, generalmente caratterizzati da un’impostazione planimetrica quadrangolare. Una delle massime espressioni dell’intervento federiciano in Puglia è dato dagli splendidi castelli fatti erigere, o ristrutturare in prossimità della costa, le cui caratteristiche comuni sono da riconoscere nella forma di forma quadrata, nel cortile interno e nelle torri angolari, anch’esse quadrangolari, secondo l’impostazione che caratterizza anche i castelli svevi siciliani. Sulle strutture solide e compatte cominciano a comparire gli espedienti tipici dell’architettura gotica, splendidamente miscelati agli stilemi dell’arte cistercense. La robustezza delle murature esterne è alleggerita da finestre archiacute, da volte a crociera a sesto acuto sottolineate da membrature, da capitelli finemente scolpiti e da peducci e mensoline, anch’esse ingentilite da particolare scultorei. Particolarmente imponenti nelle loro strutture quadrilateri rinforzate da torri angolari e torrioni lungo le mura, i castelli di Trani e di Bari, assolvevano ad esigenze difensive, offrendo al contempo ampie zone residenziali distinte da quelle prettamente militari. L’ingresso alla corte del castello di Bari avviene mediante un portale dall’archivolto figurato che ha un valore simbolico e rappresenta l’universalità del potere imperiale, come sottolinea la presenza del concio in chiave, dell’aquila di Federico. Da qui ci si immette, poi, in un atrio scandito da campate con volte a crociera, il quale introduce a sua volta una loggia coperta da volte sorrette da paraste e colonne. La preziosa plastica dei capitelli è decorata sia con il simbolo di Federico - l’aquila - , sia con decorazione vegetale stilizzata di chiara matrice islamica. Un capitello pregevole e scolpito con testine di guerrieri. Alcuni capitelli recano la firma del lapicida che li scolpì: Mele da Stigliano (Mt) e Ismael. Analoghe solidità ed eleganza caratterizzano i castelli di Trani, importante roccaforte del regno di Sicilia, fatto edificare da Federico II nel 1233 a sorveglianze delle direttrici varie di accesso da nord e sull’orizzonte marino. L’impianto quadrangolare, rinforzato da possenti torri angolari, è centrato da un cortile interno che conserva le strutture superstiti di una loggia medievale; dopo i restauri, durati circa un ventennio, sono state recuperate ampie sale dell’interno. Fu dimora prediletta di Manfredi, figlio di Federico II, che vi celebrò le sue seconde nozze con Elena d’Epiro. Ristrutturato da Carlo V nel 1533, fu ammodernato nelle strutture secondo le nuove tecniche difensive imposte dalle armi da fuoco, con il rinforzo del fronte meridionale e la costruzione dei bastioni a angolari. Il bastione quadrato di nord-ovest ospita il Museo del Castello, in cui conservano alcuni dei più importanti reperti ceramici e lapidei provenienti dagli scavi effettuati nel monumento. Oltre a frammenti di vasellame in proto maiolica con decorazioni desunte dalle tradizione bizantina ed islamica (sec. XII), sono presenti una vasta rassegna di frammenti scultorei ed un’interessante antologia della produzione artistica pugliese riferita ai secoli XIII-XV.
Per le ricerche effettuate sui Castelli Federiciani di Puglia, ringrazio la Direz. Reg. di Puglia – Soprintendenza per i beni Architettonici e per il paesaggio per le province di Bari e Foggia.
Le Catacombe? Chiesa Cristiana Primitiva?
“…quando cadono i massi ci si affretta a frantumarli e a rimuoverli per la sicurezza della strada…: lo stesso vale per certe definizioni umane. Nel corso dei secoli un termine può perdere il significato originario; bisogna allora sostituirlo con un altro, più consono ai tempi. E’ il caso della parola “iniziato”, che ha smarrito il proprio senso, come è accaduto il termine “unto”. Cari amici, invece dunque di dire “iniziato” o non “iniziato” dite piuttosto “conoscitore” o “ignorante”, “sapiente” o no. Ma per dire iniziazione meglio ancora sarebbe usare il termine “educazione”. Si eviterebbe di sminuire quell’idea, e la parola sarebbe più adatta ai tempi moderni…” (anonimo)
E’ un luogo comune superato dalla critica storica quello di ritenere che le catacombe abbiano addirittura costituito il luogo abituale e segreto di riunione per i cristiani durante il lungo periodo delle persecuzioni. Oggi non si può dire, come si è fatto nei secoli scorsi, che con Costantino la Chiesa potè finalmente uscire dal buio delle catacombe per iniziare a professare alla luce del sole e liberamente la sua fede.
Ed allora dove avvenivano abitualmente le riunioni della Chiesa primitiva sia durante le persecuzioni che nei periodi di tregua tra un persecuzione e l’altra?
Chi si immagina o pensa che i fedeli della Chiesa fondata personalmente da Gesù Cristo abbia potuto riunirsi in locali ampi, sontuosi e belli, tali da potersi chiamare “chiese”, o “cappelle”, è del tutto fuori dalla realtà storica. A quei tempi, quando i dodici apostoli andavano ancora in giro per il mondo predicando il Vangelo e quando l’apostolo Paolo scrivendo le sue lettere usava la parola “chiesa”, il significato di questa parola non indicava mai un locale di riunione, ma sempre soltanto un gruppo di persone, una circoscrizione più o meno piccola di fedeli.
Così infatti leggiamo nei seguenti versetti tratti dalle lettere dell’apostolo Paolo e degli Atti degli Apostoli: “…le chiese dell’Asia vi salutano. Aquila e Priscilla, con la chiesa che è in casa loro, vi salutano molto nel Signore” (1Corinzi, 16:19).
“Paolo, prigione di Cristo Gesù, e fratello Timoteo,…e alla chiesa che è in casa tua” (Filemone, 2).
“Ora v’era in Cesarea un uomo chiamato Cornelio, centurione della coorte detta l’Italica…Ora Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi intimi amici. E come Pietro entrava, Cornelio fattoglisi incontro, gli si getto ai piedi, e l’adorò. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: Levati, anch’io sono un uomo! E discorrendo con lui, entrò e trovò molti radunati quivi…E comandò che fossero battezzati in nome di Gesù Cristo. Allora essi lo pregarono di rimanere alcuni giorno con loro” (Atti 10:1-48). “Una certa donna di nome Lidia, negoziante di porpora, della città di Tiatiri…dopo che fu battezzata con quei di casa ci pregò dicendo: Se mi avete giudicata fedele al Signore, entrate in casa mia e dimoratevi…Poi annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti coloro che erano in casa sua…E subito fu battezzato lui con tutti i suoi”(Atti 16:14-33).
Anche le lettere di Ignazio di Antiochia testimoniano che nelle case di tanti membri della Chiesa di allora si svolgevano riunioni di fede ed altre attività di religiose.
Nelle case private dei membri, dunque, e solamente all’interno di esse, ebbe luogo la prima evangelizzazione compiuta da vari apostoli itineranti.
Uno scrittore cattolico esperto del settore così scrive in merito:
“La casa era dunque la cellula madre del servizio del Vangelo e quindi il luogo di riunione dei convertiti. Un cristiano che disponeva di una casa sufficientemente grande , la metteva a disposizione del missionario e, secondo le regole dell’antica ospitalità, vi tratteneva i membri della famiglia durante il soggiorno o ad ogni passaggio dell’apostolo; questi, al suo giungere, faceva della casa il proprio quartier generale, e i fratelli erano informati della data del suo arrivo.
L’ambiente domestico divenne così la culla della comunità, alla quale forniva un centro di irraggiamento, assicurandone la continuità…
Quando vi era spazio sufficiente per una comunità che contava più di quaranta o cinquanta membri ed era in continuo aumento, veniva affittata una sala, che più delle volte il proprietario veniva per offrire in dono alla comunità…
La chiesa di Dura-Europos (Mesopotamia) era un’abitazione privata, e certo a Roma le cose si svolsero allo stesso modo”(Adalbert G. Hamman, Le prime comunità cristiane (95-197)Bur, Milano 2001, pp.178-179).
I primi cristiani, dunque, non potevano permettersi il lusso di possedere dei locali ampi ed idonei destinati unicamente al culto, come invece avviene oggi nelle chiese piccole e grandi di tutto il mondo, si riunivano regolarmente in case private.
La svolta definitiva, irreversibile e totale si ebbe con l’scesa al potere imperiale di Costantino. Prima di allora i cristiani si incontravano ed aggregavano liberamente in una o in un’altra casa o “domus” privata, nei diversi quartieri di ogni città, in base a criteri di vario genere, quali la vicinanza, l’etnia, la lingua e simili.
Ma durante le terribili persecuzioni subite dalla Chiesa, tali locali erano sempre tutti ben noti ai servizi segreti dell’impero, e da essi sotto controllo grazie agli infiltrati che frequentavano saltuariamente tutti i rioni e rami della Chiesa. I locali adibiti alle riunioni religiose, di solito, divennero oggetto di minacce e irruzioni da parte della polizia di Stato, e di misure repressive di ogni genere da parte della magistratura romana. I loro padroni, in base ai vari editti imperiali, dopo aver subito il carcere, spesso chiusero la loro vita col martirio. E tutte le suddette “case” presto o tardi finirono requisite, espropriate o addirittura distrutte. Cosicché alla fine delle persecuzioni, cioè nei primi anni del secolo IV, se ci fossero stati ancora dei fedeli desiderosi di riunirsi, sarebbero stati impossibilitati a farlo, anche per questa causa di ordine strutturale e puramente logistico, cioè per mancanza di locali a ciò disponibili. A questo punto mi sembra doveroso chiedermi: Come avvenne il passaggio dalle riunioni tenute in “case” o “domus” private a quelle avvenute nelle grandiose basiliche costruite a spese dello Stato per ordine di Costantino? Rispondere a questa domanda non è per nulla facile. Bisogna, infatti, iniziare sfatando in diffusissimo luogo comune su questo argomento. Da sempre è stato scritto da parte dei cattolici che con l’avvento di Costantino, al potere imperiale, la chiesa cristiana, risorta sana e vegeta dalle persecuzioni, fu dotata dall’imperatore Costantino di innumerevoli basiliche ampie e splendide sia a Roma che in tutto l’impero. Le cose, per la verità, andarono molto diversamente. L’imperatore Costantino, infatti, non creò le grandi basiliche perché servissero come locali di riunioni per i cristiani, ma perché vi si potessero svolgere le riunioni della sua nuova religione e della sua nuova chiesa, quella da lui destinata a diventare l’unica religione dell’impero, quella universale o Cattolica. Chi conosce Costantino non riesce a pensare che egli abbia potuto profondere capitali enormi per le riunioni dei cristiani o dei seguaci di qualsiasi altra religione dell’impero.
In quelle nuove e grandi basiliche, quindi, si praticava il culto al dio Costantino e si riunivano solamente i fedeli della Chiesa Protocattolica, cioè di quella costantiniana.
Esse furono trasformate in chiese deuterocattoliche, cioè in chiese che cominciarono ad assumere lentamente e sistematicamente una fisionomia cristiana solamente in seguito, dopo la scomparsa di Costantino dalla scena dell’impero, cioè dopo l’anno 337, e dopo l’interregno dei suoi figli durato 24 anni, dal 337 al 361 quando i suoi figli intenti com’erano a scannarsi a vicenda, si disinteressarono alquanto della politica religiosa. A tale periodo successe, dall’anno 361 al 363, l’impero di Flavio Claudio Giuliano, figlio di un fratellastro di Costantino, passato alla storia con l’appellativo di Apostata, attribuitogli da Fozio per avere abiurato la fede cristiana. Dunque, dal 363 in poi, i dirigenti della chiesa Protocattolica poterono iniziare a dare un nuovo volto alla loro chiesa creando così la fase deuterocattolica. Si badi, però, che si trattò sempre di una svolta cauta, poco appariscente e lenta, ma comunque mirata e decisa. Ma tali ex basiliche costantiniane, durante tutta la loro storia evolutiva, conservarono sempre il nome di chiese cattoliche, nelle quali, cioè si esercitava ufficialmente il culto dell’unica religione pagana di tutto l’impero.
Fu a questo punto che sull’unica chiesa pagana, chiamata Cattolica, intervennero in modo massiccio i fondatori teoretici sia dottrinali che morali della Chiesa Deutorocattolica, una chiesa originariamente del tutto pagana in una chiesa che progressivamente si cercherà di far apparire come se fosse stata cristiana sin dalle sue origini. Tale trasformazione, invece, avvenne molto lentamente, come vedremo meglio in seguito.
Bibliografia:
Architettura Arte e Religione di Angelo Scarpulla.
l'Arte Reale di Dante Alighieri
“O voi che avete gl’intelletti sani,
Mirate la dottrina che s’asconde
Sotto il velame delli versi strani!”
Da ragazzo sui banchi di scuola ho studiato Dante in versione scolastica. La mia giovane età non permetteva di entrare in sintonia profonda e capire appieno il significato di quello studio, tutto era impostato sulla memoria ripetitiva di “apprendista-scolaro”…..Sant’Agostino dottore della Chiesa, soleva dire in uno dei suoi poderosi trattati: “non ti posso Amare se prima non ti conosco” e quindi, credo che, gran parte dell’intero Universo e della sua creazione sia avvenuto sentitamente attraverso un atto d’Amore.
Detto ciò amici lettori cosa in realtà volesse trasmetterci il buon Dante Alighieri con queste frasi?. Dante ci vuole indicare in modo mirato che nella sua opera vi è un senso nascosto! forse una dottrina? In cui il senso apparente è soltanto un velo, e che deve essere “svelato” e che va ricercato da coloro i quali sono capaci di “penetrarlo”. La Divina Commedia, nel suo insieme, l’Autore, meglio qualificato di ogni altro, per informarci che il “viaggio” si possa interpretarsi in più sensi. A parte le divergenze di vedute che i vari commentatori si trovano generalmente impegnati, sono invece in accordo nel riconoscere, l’Opera di Dante Il senso filosofico, o piuttosto se vogliamo, filosofico-teologico ma, anche un senso politico sociale, inoltre credo che Dante, ci avverte di “cercare” un altro senso: che può essere un senso propriamente iniziatico e metafisico nella sua assenza, e, credo in ragione, che, questo tratto dell’Opera, può essere esplorato diversamente nella Divina Commedia e che forse sia completamente sfuggito alla maggior parte degli studiosi e amanti di tale disciplina. Vediamo di esplorare assieme, cari lettori, quest'affascinante percorso.
C’e un momento storico nella vita d’Europa che è stato deciso per la sua formazione: è il momento in cui viene istituita la corte e si sviluppa un ideale armonioso e di validità universale basato sull’amore: l’amore cortese.
Corte, nel latino medievale cortis, (dal latino antico cohors, “cortile di fattoria”), indica le costruzioni e territori adiacenti a un castello di un signore. Per sovrapposizione con un’altra parola latina, curia, che stava ad indicare il patriziato romano, la corte passò ad indicare il luogo di raduno dei cittadini più degni, la piccola nobiltà, intorno al signore.
La piccola nobiltà è costituita a corte soprattutto da giovani che il feudo paterno non basta a mantenere. Sono tutti scapoli, è una donna, la moglie del feudatario, la donna, a comandare. Le tensioni sensuali, e quelle derivanti dalla situazione sociale, economica e politica a corte fra la piccola nobiltà e l’aristocrazia, vengono superate per mezzo del più potente degli istinti umani, l’amore. L’amore diventa un principio di ordine sociale che impedisce ai singoli di abbandonarsi ai propri interessi particolari, che permette l’adattamento allo stile di corte ed è indispensabile per raggiungere la perfezione. Questo adattamento, l’obediensa di Guglielmo IX, diventa la legge suprema che permette alla piccola nobiltà e all’aristocrazia di convivere. Cortesi si diventa attraverso l’amore e la cortesia non è altro che misura (mezura).
Cortese è quindi chi si comporta secondo i valori della nobiltà, in opposizione a ciò che è basso moralmente e socialmente villano. In seguito, utilizzato come segno di distinzione della borghesia (elegante, gentile, di buone maniere), restò a definire i valori legati agli ideali cavallereschi elaborati nelle corti europee, quindi su valori laici e non, si badi bene, su valori della Chiesa.
Ma, necessariamente, l’amor cortese diventa lo spasimare dell’amante, la rinuncia incessante al desiderio dei sensi. Ciò porta da una parte ad una continua spinta alla spiritualizzazione e alla idealizzazione della donna, e dall’altra ad una proiezione dello sforzo di integrazione della piccola nobiltà nell’aristocrazia che vede nella castellana il simbolo di una nuova situazione sociale e politica da raggiungere. Forse inaspettatamente, l’amor cortese crea ideali validi universalmente fondati sull’avventura cavalleresca. L’avventura che in latino è adventura, participio futuro di advenio, “ciò che sta per accadere”, nella letteratura francese e pio nel ciclo bretone o ciclo di Artù, venne ad indicare l’esperienza assoluta del cavaliere, la ricerca di una prova che testimonia il suo valore, la singolarità del suo destino, la possibilità di perfezionamento etico e la potenza magica dell’amore.
Nella seconda metà del 1100, Chretien de Troyes scriveva romanzi su Lancillotto, Tristano e Parsifal. In quest’ultimo romanzo, detto anche il racconto del Graal, viene illustrato quell’amore cortese che affascinerà per lungo tempo la cultura europea. Lancillotto ama Ginevra moglie di Re Artù, mentre Tristano s’innamora di Isotta, promessa allo zio, Re Marco di Cornovaglia, e muore con lei. Ma senza Parsifal neanche Tristano e Lancillotto sarebbero esistiti. Perché quest’ultimi rappresentano soltanto delle varianti della materia originaria che è Parsifal.
Parsifal, un giorno che si sfrenava a lanciare puntute lance nell’erba tutt’intorno a lui, si ritrova all’improvviso circondato da cavalieri dall’armatura luccicante. Stupito, vuole emulare tanta bellezza, diventa cavaliere e si vota alla ricerca del Graal. Parsifal è infantile, ignorante di ciò che gli altri uomini giudicano astuto e opportuno. Quanto incontra la sua donna si accontenta di baciarla e di starle accanto tutta la notte. In una delle sue avventure Parsifal vede una barca che scende il filo della corrente. Due uomini vi sono seduti. Immobile li attende. L’uomo seduto avanti pesca con la lenza infilando nell’amo come esca un pesciolino. E’ il Re pescatore, che invita Parsifal in una torre. L’uomo è ferito a un’anca. Mentre discorre con lui Parsifal vede passare dalla sala un araldo che porta una lancia di ferro bianco, una goccia di sangue cola dalla sua punta. Poi arriva una fanciulla lanciata e bella, che ha per le mani un Graal fatto dell’oro più puro. Educato a tacere Parsifal non domanda a che cosa serve quel Graal…il racconto è come un sogno interrotto che in molti hanno poi cercato di spiegare e di chiarire. Nessuno c’è riuscito.
Se Dante non si fosse commosso per personaggi come Parsifal, Lancillotto, e Tristano, neppure sarebbe esistita la Divina Commedia, né quant’altro di onorevole l’Occidente donerà poi al mondo. Dopo Cervantes e Wagner, l’ultimo ad accorgersene fu, poco prima della seconda guerra mondiale, il francese trentatreenne Denis de Rougemont. A lui si deve un titolo tra i più belli mai pensati “L’amour et l’Occident “ per un libro dalla fervida voglia di unità. Secondo de Rougemont, la storia dell’Occidente si potrebbe comprendere soltanto attraverso l’amore cortese e gli errori dell’Occidente non sarebbero altro che un fraintendimento amoroso, ed è a causa di esso che l’Occidente non riesce a realizzarsi.
Gli “iniziati” o seguaci d’amore:
In Dante ritroviamo l’amore idealizzato e irraggiungibile, simbolo di perfezionamento etico e di conoscenza, secondo l’uso dell’allegoria e della simbologia in voga in quei tempi. Luigi Valli ne “Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore” dice che i Fedeli d’Amore nascondevano sotto il linguaggio convenzionale dell’amore, idee mistiche ed iniziatiche. I Seguaci dell’Amore, fingendo di parlare della donna parlavano del loro tendere alla Sapienza di Dio. Così Dante identificava la Donna Gentile con la filosofia e con la teologia. La poesia mistica e filosofica pseudo amorosa, ricca anche di significati politici, giunse forse in Occidente dall’Oriente e fu assorbita dai poeti provenzali e in Italia da poeti siciliani, emiliani e toscani. I seguaci dell’Amore si basavano sulle credenze gnostiche che tanto condizionavano la vita spirituale nel medioevo. Tuttavia il loro movimento non significò soltanto gnosticismo era iniziato di una “philosophia universalis” a sfondo politico. Infatti, tutti i poeti cantori dell’amore per donne angeliche, in fondo abbastanza simili e prive di una peculiare personalità, ma sapientissime distributrici di dottrina, erano uomini d’azione e tendenzialmente ghibellini (in Italia: Federico II, Manfredi, Pier delle Vigne, Jacopo da Lentini, Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Cino da Pistoia, Francesco da Barberino, Cecco d’Ascoli). Sarebbe molto strano che uomini di così netta coloritura politica e religiosa e per i quali la vita era un impegno attivo, avessero parlato d’amore in senso tradizionale soltanto. Basti pensare alla vita di Dante, al suo impegno politico a Firenze contro la Chiesa, il suo esilio affrontato con coraggio ed al quale coerentemente non rinunciò anche quando avrebbe potuto alfine tornare nella sua città. La dottrina de “iniziati” o seguaci d’Amore era quindi teologica e politica e, sebbene cristiana nello spirito, era invisa alla Chiesa che vedeva in essa una forza di coesione tra le menti migliori del tempo ed un possibile pericolo. Secondo il Valli i seguaci d’Amore non erano semplici vagheggiatori di donne angeliche ma un gruppo che meditava progetti seri. A conferma di ciò si può citare ciò che uno di questi poeti, Guido Orlandi, scrisse al suo capo, Guido Cavalcanti, proponendogli di fare una parata dei Fedeli d’Amore armati, a cavallo e a suon di trombe (usate in guerra, e non di corni, strumenti abitualmente usati nelle cavalcate di caccia) in occasione del giorno di Pasqua. Era nei giorni di Pasqua infatti che si avevano tutti quegli innamoramenti (che erano iniziazioni) come negli incontri fra Dante e Beatrice e tra Petrarca e Laura. I seguaci d’Amore appoggiarono tutti gli imperatori che tentarono di riorganizzare le cose in Italia: prima Federico II, poi Arrigo VII e poi Carlo IV. Essi peò non erano una semplice setta politica e ghibellina: si orientarono verso l’Impero perché speravano che la Chiesa corrotta fosse sconfitta e che si potesse ritornare alla purezza ed alla santità della Chiesa originaria. Quindi, il loro movimento, benché si richiamasse alle idee gnostiche ed all’antico pitagorismo italico, era profondamente cattolico nel suo spirito. E in questo ideale ritroviamo Dante nella sua globalità universale.
Ho esaminato la seguente bibliografia:
Nella Vita Nuova: “tutti li fedeli d’amore”. Seguendo, tutti i miei pensier parlano d’amore; e hanno in lor sì gran varietate…;
Donne ch’avete intelletto d’amor, / ì vò con voi de la mia donna dire/non perch’io creda sua laude finire, / ma ragionar per isfogar la mente…;
Amore e l cor gentil sono una cosa, / sì com’il saggio insuo dittare pone / e così esser l’un sanza l’altro osa, / com’alma razional sanza ragione…;
Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta, / ch’ogne lingua deven tremando muta / e li occhi no l’ardiscon di guardare…;
Donna pietosa e di novella etate, / adorna assai di gentilezze umane, / ch’era là v’io chiamava spesso Morte, / veggendo li occhi miei pien di pietate..;
Oltre la spera che più larga gira / passa l sospiro ch’esce del mio core: / intelligenza nova, che l’Amore / piangendo mette in lui, pur su lo tira…
e ancora Rime:
Così nel mio parlar voglio esser aspro / com’è ne li atti questa bella petra, / la qual ognora impetra / maggior durezza e più natura cruda…;
la famosa canzone dell’esilio di Dante:
Tre donne intorno al cor mi son venute, / e soggonsidi fore; / chè dentro siede Amore, / lo quale è in signoria de la mia vita…(attenzione a questo passo: le tre donne rappresentano la giustizia divina, quella umana e la legge divina o positiva).
Il viaggio esoterico di Dante:
L’opera principale di Dante, La Divina Commedia, come si sa narra in prima persona il viaggio del poeta nei tre regni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, ciascuno divisibile in dieci parti. La Commedia è un’opera dottrinale, che trasmette verità religiose, morali e filosofiche. Secondo il metodo dell’allegoria le singole fasi del viaggio nascondono altri significati che non sono quelli più manifesti.
Orbene il viaggio, che inizia l’8 aprile del 1300, nella note di venerdì Santo, e dura circa una settimana, permette a Dante di capire la struttura dell’universo, di conoscere la condizione delle anime dopo la morte e di giungere alla visione di Dio. La guida di Dante è prima Vigilio nell’Inferno e Purgatorio, a rappresentare la ragione umana che guida l’uomo a un primo livello di conoscenza, e poi Beatrice nel Paradiso, immagine simbolica ed allegoria dei valori che conducono alla conoscenza di Dio, la fede e la scienza divina che consente di cogliere il mistero delle cose.
Il nuovo Vertice del Lions Club "Bari Host"
Venerdì 29 giugno 2007 presso il Grand Hotel Riva del Sole – Giovinazzo
si è celebrata la rituale assemblea di tutti i Soci del Lions Club Bari Host.
Alla manifestazione sono intervenute le massime Autorità Lionistiche del Distretto 108/Ab. Apulia
Il Presidente Dott. Vincenzo Dormio, (Presidente uscente) nel corso della serata, e, dopo un suo intervento-relazione dell’Anno trascorso ha passato il maglietto dopo il tradizionale tocco di campana all’Ing. Pasquale Di Ciommo nuovo Presidente.
Quest’anno il Lions Club Bari Host compie il Cinquantenario della sua fondazione, il Presidente Di Ciommo con l’ausilio e la partecipazione tutti i soci del Club sarà alla guida di un anno che deve essere degnamente celebrato soprattutto per onorare l’impegno nel servizio di chi ci ha preceduti, impegno che oggi ci consente di essere orgogliosi di essere Lions e di appartenere al Lions Club Bari Host.
Il Presidente Di Ciommo, nel corso della serata, si è rivolto anche agli amici e colleghi presenti, soprattutto ai nuovi Presidenti di tutti i Club Lions della città coinvolgendoli come cellule operative in un effervescente percorso e che ha spiegato per i festeggiamenti del Cinquantennale. “PERCOSO DI LUCE” di Libertà, di Fratellanza, di noi LIONS “Cavalieri dei non vedenti”.
Un Service per la Città di Bari senz’altro unico a livello nazionale e forse europeo.
(già nel 1925 i paladini del lionismo accettarono la sfida di Hellen Keller di diventare “Cavalieri dei non vedenti” ed un suo tema conduttore volendo ribadire ed attestare verso la società quest’impegno noi abbiamo progettato il service del Cinquantenario. Ecco il programma del Presidente Di Ciommo:
Con questo Service, accettato dall’Amminiatrazione Comunale di Bari, realizzeremo nel centro murattiano un percorso ad anello per non vedenti ed ipovedenti di oltre due chilometri. Sarà un percorso di luce e di libertà per coloro che non possono godere piena luce.
Il percorso sarà realizzato sui marciapiedi con mattoni tattili che guideranno, secondo le norme vigenti, i non vedenti e gli ipovedenti e trasmetteranno loro le segnalazioni di un percorso libero, le relative deviazioni, gli ostacoli valicabili o invalicabili. Ciò consentirà di passeggiare per la città in piena autonomia e farà sentire la nostra presenza attraverso l’ausilio delle indicazioni che noi realizzeremo in modo indelebile per loro.
Il percoso chiuso ad anello, lungo un quadrilatero, abbracciare il centro murattiano snodandosi lungo le principali arterie del centro di Bari, Via Crisanzio, Via de Rossi, Corso Vittorio Emanuele, Via Argiro, Via Prospero Petroni.
Ma ciò non soddisfaceva, pensiamo di collegare il percorso con un ulteriore tratto tattile ad una postazione di partenza centrale, fruibile e nota, alla Piazza Aldo Moro, la piazza della stazione centrale, ove sarà ubicato anche un pannello tattile in linguaggio Braille che darà le informazioni del percorso che quindi partirà dalla stazione e si8 snoderà nel centro murattiano.
A noi Lions tutto questo fa sognare. La gioia e l’entusiasmo che mettiamo, in serena e fraterna Amicizia, nei nostri Services, ci farà sentire vicini ai non vedenti con un sostegno concreto, indelebile e perenne che certamente sarà l’inizio di tante strade di Luce e di Libertà nella nostra città.
Questo Service ha avuto la piena condivisione dell’Amministrazione comunale, il plauso dell’Unione Italiana Ciechi e dell’AREM (Agenzia Regionale per la mobilità)
Grazie all’AREM, sono stati coinvolti anche i gestori ferroviari affinché operino attrezzando i marciapiedi delle stazioni lungo i binari con mattoni e percorsi per non vedenti che si collegheranno al nostro; forse raggiungeremo il sogno che ogni non vedente che arriva in treno nella città di Bari appena scende dalla carrozza trova un percorso che non lo abbandona avremmo realizzato il nostro obbiettivo con il light motif.
Come vedete (a concluso il Presidente del Lions Club Bari Host Ing. Pasquale Di Ciommo) ci sarà tanto da lavorare e questa service cittadino ci vedrà impegnati in tante manifestazioni ed attività che accompagneranno l’attuazione di questo service cittadino; questo sarà il filo conduttore dell’operato del cinquantennale, un operato da estrinsecare con la convinzione e la partecipazione emotiva di sempre che poniamo nel donare e verso che doniamo, deve essere non solo un semplice atto di generosità, ma un impegno reale e concreto.
A conclusione dell’evento, il Presidente Di Ciommo, ha ringraziato tutta la platea al fine di un anno Lionistico il nostro Governatore Lions Antonio Covella, per la sua dedizione, la sua disponibilità, il suo profondo senso del lionismo, in una parola sola per la sua bontà d’animo; l’impegno sostenuto con l’organizzazione del novantennale del lionismo è stato un onore nell’essergli a fianco e l’occasione, conoscendo sempre più a fondo il nostro Governatore, per acquisire da lui lo stilo ed il senso del lionismo.
Nel corso della serata sono stati nominati i nuovi componenti del nuovo Direttivo del Lions Club Bari Host che collaboreranno per la realizzazione del cinquantennale. Il Dott. Pietro Vitale è stato nominato Addetto Stampa del Club ed ha ricevuto dal Presidente Dormio l’appreciation of the invaluable services and cooperation extended for 15 years.
I Lions Club Bari "Host". Educazione allo sport
“…la curiosità, proprietà connaturale dell’uomo, figliuola dell’ignoranza, che partorisce la scienza, all’aprire che fa della nostra mente la meraviglia, porta questo costume: ch’ove osserva straordinario effetto in natura, come cometa, parelio o stella di mezzodì, subito domanda che tal cosa voglia dire o significare…”
(Giambattista Vigo).
Inizio con spirito Lionistico e fraterna amicizia questo nuovo viaggio di responsabile Educazione allo Sport, che il Governatore Elio Loiodice ha voluto assegnarmi per l’anno 2007/2008, sentendomi come colui che parte, che come colui che resta. Un “viaggiare con gli occhi della mente” che, come un aquilone, segue il vento che spira intorno a lui, vagheggiando mete che suscitano la sua curiosità e che spera di raggiungere.
Sono legato all’idea del viaggio da un ideale e robusto Filo d’Arianna che collega simbolicamente il sogno e la voglia di novità del viaggiatore, con la forte emozione di chi lo saluta, agitando un fazzoletto bianco, simbolo di affetto, gioia e amore, preoccupazione e speranza; sentimenti tutti che provo e condivido con chi ha partecipato a questa iniziativa.
Caro Governatore, cari amici Lions, cari amici Lettori, in questi giorni di tremenda calura resta difficile immaginare che ci sia qualcuno disposto a correre sotto il solleone, ma quando arde la passione sportiva è duro resistere alla sfida, praticamente impossibile se il richiamo proviene dal Gruppo Podistico Associazione Bersaglieri di Bari, (organizzato dal Ten. (cdo) Giuseppe Cianciola, Corpo Militare Ausiliario – E.I. Ordine di Malta). Di cui riferisce:
Domenica 22 luglio 2007, circa 350 appassionati della corsa, si sono ritrovati ad Adelfia (Ba) per la 2^ “Correndo tra i Vigneti” una simpatica, manifestazione inserita nel calendario del Coni-Fidal che prevedeva un percorso di km. 9,6 da svolgersi lungo le vie del centro cittadino e successivamente attraversando le campagne e vigneti, dove l’uva regina faceva bella mostra di sé, per poi entrare nel paese con sprint finale nella piazza centrale. Fin qui niente di eccezionale a parte i 40° all’ombra, che hanno fiaccato in tanti, soprattutto i più anziani, tra cui c’erano arzilli ottantenni, nonostante l’organizzazione sportiva si fosse attrezzata di fornire acqua da bere e docce volanti per rinfrescare i concorrenti, ma era proprio l’ossigeno a mancare.
Poco prima della partenza lo speaker annunciava la presenza di uno starter d’eccezione, Pietro Mennea! Tra lo stupore dei presenti per la sorpresa, si è levato un “oooh… ma chi è Mennea, soprattutto dalla componente giovanile dei partecipanti, con esplicito riferimento alla dantesca questione…Ma come chi è Pietro Mennea?!!, come si fa ad ignorare colui che per vent’anni ha detenuto il record di uomo più veloce del mondo, e, che gli valse il soprannome di “Freccia del Sud”. L’uomo Mennea, venuto dal profondo Sud, da quella allora piccola Barletta, capace di sfidare tutto e tutti, raggiungere la cima e restarci per tanto tempo. Chi non ricorda i mitici duelli con il gigante russo Valerj Borzov e lo squadrone U.S.A., e ancora, in quel pomeriggio di agosto di trent’anni orsono, Citta’ del Messico quando davanti ad un televisore dalle immagini in bianco e nero, Mennea vinse il record del mondo sul filo dei 200 mt. a 19’97. Per molti italiani e meridionali emigrati in tutto il mondo è stata l’occasione per un riscatto d’orgoglio ancora più importante perché proveniva da uno di loro, un uomo del Sud.
Ma, purtroppo lo Star-System divora tutto, e con gran velocità le sue stelle, anche queste sono ancora sulla cresta dell’onda, figuriamoci trent’anni dopo. Una persona schiva e riservata come Pietro Mennea, come in certe occasioni, non si è certo tirato indietro… come non ricordare il suo indice puntato contro le galline dalle uova d’oro che circolano nel mondo dello sport, a suo dire sporcandolo? Un personaggio che non è mai stato dimenticato dai veri appassionati dello Sport e che domenica, increduli di averlo a portata di mano, gli hanno tributato un bagno di folla con richieste di foto ricordo ed autografi.
Per finire, non possiamo certamente fare una colpa se i nostri giovani non conoscono chi sia Pietro Mennea, perché è compito di tutti (anche dei Lions) affidare alle generazioni l’importanza dei valori che rappresenta tutto lo Sport ed esaltare le imprese di uomini come Pietro Mennea che dello sport rappresentano il Valore Aggiunto
Per la cronaca, la gara podistica di Adelfia è stata vinta (manco a dirlo) da un atleta componente dell’Ass. Bersaglieri di Bari. Ad ogni partecipante oltre al pacco gara, hanno ricevuto un cesto colmo di uva regina.
venerdì 21 settembre 2007
La Vita è nel sangue, del dott. Filippo Portoghese
Cari lettori, giorni or sono ho avuto l’onore e il piacere di avvicinare per motivi personali il dott. Filippo Portoghese (Dirigente del Reparto di Urologia presso l’Ente Ecclesiastico Ospedale “Miulli” in Acquaviva). Il dott. Portoghese è anche Direttore di Redazione e Segretario della Rivista S.A.L.U. news (http://www.salu.it/) – Organo ufficiale della società Appulo-Lucana di Urologia. Non vi parlerò ora, delle doti professionali del dott. Portoghese circa il suo prestigioso incarico di Dirigente medico, ma come collega giornalista e autore di un pezzo su SALU news, che è di interesse sociale, oltre che umanitario.
Il dott. Portoghese (è una bella figura d’uomo, attraente, affabile e modesto, alto circa un metro e ottantasei, fisico atletico) mi ha autorizzato di pubblicare su * a il “Palazzuolo” e sul Blog: http://www.corpomilitaresmom.blogspot.com/ il suo articolo apparso sulla Rivista S.A.L.U. news n. 7 – luglio 2007.
E gli scrive:
TRAPIANTO DI RENE SENZA SANGUE PER UN TESTIMONE DI GEOVA.
Gli urologi Pugliesi all’avanguardia negli interventi minivasivi e con risparmio di emotrasfusioni, ad Acquaviva nuove frontiere per il risparmio delle trasfusioni nelle prostatectomie e cistectomie radicali.
L’equipe diretta dal Prof. Francesco Paolo Selvaggi – Direttore della Clinica di Urologia dell’Università di Bari – ha compiuto di recente nel mese di giugno 2007 un delicato intervento di Trapianto di rene in una paziente affetta da insufficienza renale cronica in fase uremica, testimone di Geova.
Come è noto gli appartenenti a questa Religione (riferisce Portoghese) non accettano alcun tipo di emotrasfusioni, pertanto programmare un intervento in cui il tempo vascolare su grossi vasi è preminente rappresenta davvero un rischio.
Per gli appartenenti a questa Religione in Italia circa 235 mila in 3070 Congregazioni – la vita è nel sangue (atti 15.28-29) e una sua alterazione non è ammissibile. Anche se nel 2000 il C.C. ha cambiato gli aspetti più estremi della Religione, ammettendo alcune concessioni, l’Ostacolo Rosso – come citato nel libro di Patrizia Santovecchi I Figli di un Dio Tiranno – rappresenta ancora un serio impedimento per i seguaci della Religione fondata nel 1870 in USA da Russel.
Del resto lo Stato italiano è autore di un specifico progetto di legge (v. Parlamento Italiano aprile 2007) teso alla tutela degli aspetti etici dei seguaci della Torre di Guardia.
Il prof. Selvaggi, coadiuvato dalla sua equipe fra cui il prof. Battaglia, Martino, Limitone, è stato in grado di assicurare preventivamente la paziente (A.M.G.) che in ogni caso non avrebbe effettuato alcuna trasfusione né durante né dopo l’intervento, perfettamente riuscito (…tantum Religio potuti suadere malorum…Lucrezio de Rerum natura I,v.101).
Le manovre chirurgiche sono durate circa tre ore e la degenza post operatoria si è conclusa dopo otto gg. Ovviamente - continua il dott. Portoghese – in questi casi del tutto particolari – come è prassi in ogni Reparto, si cerca di essere oltremodo attenti nei procedimenti emostatici intraoperatori. Anche in Altri Centri – Di Venere di Bari, Acquaviva delle Fonti – sono stati operati casi simili, ottenendo il risultato clinico grazie alle sulturatrici meccaniche, all’Ultracision e al Ligasure, a clips a tenuta stagna, alla macchina cuore polmone e ai vaso expander, presidi sanitari riservati ai Reparti a più alta specializzazione e dove sono compiuti interventi maggiori.
Grazie a queste attrezzature e terapie si riesce a limitare le trasfusioni evitando le perdite ematiche. Per eseguire tali interventi è necessario un grande affiatamento fra l’equipe anestesiologica e quella chirurgica. Questi orientamenti sono gli stessi che hanno spinto all’acquisizione in Puglia della apparecchiatura Robotica da Vinci, attualmente in uso presso la U.O.C. di Urologia dell’Ospedale Miulli.
Si tratta di una sofisticata attrezzatura robotica usata specie nei grossi interventi sul piccolo bacino come Prostatectomie radicali e Cistectomie, che consente di operare tramite una consolle distante dal paziente. L’uso delle pinze e delle forbici da parte dell’operatore avviene in un piano tridimensionale, ci riferisce il prof. Vincenzo Di Santo che dall’ottobre del 2006 utilizza personalmente il da Vinci, permettendo movimenti precisissimi e risparmio completo di sanguinamento. Un aiuto opera invece sul campo dedicandosi alla divaricazione, all’uso delle suture e alla aspirazione. Con questa metodica sono stati già operati in Puglia quasi 80 pazienti con risultati migliori per la continenza, l’erezione e il risparmio di trasfusioni rispetto alla chirurgia open. L’intervento dura circa 3-4 ore e prevede una breve degenza post operatoria. Il catetere viene rimosso dopo 5 gg. Previo esame cistografico.
Anche in campo ginecologico siamo a conoscenza che presso il Di Venere di Bari il Prof. Filippo Maria Boscia persegue gli stessi scopi e ottiene ottimi risultati in Ostetricia e Ginecologia.
lunedì 17 settembre 2007
Richista di pubblicazione su questo sito
Ti sarei veramente grato se potessi pubblicare ,o far pubblicare su altre testate , queste mie semplici parole dedicate a degli amministratori pubblici e professionisti che in questi tempi di “vacche magre” dal punto di vista della morale e dell’etica, sono degni della stima e della fiducia di tutti noi e meritano di essere additati come esempio.
Grazie Giuseppe Cianciola , via Di Tullio 23 70124 Bari 080.5421160
Si è sempre pronti a criticare le istituzioni , a sparare addosso a tutti a tutti quelli che le rappresentano , ma con la stessa franchezza bisogna riconoscere i giusti meriti quando queste invece funzionano , e lo fanno in silenzio , senza tanta pubblicità , ma impegno e fatica per raggiungere l’obbiettivo prefissato .
Ed era proprio questo il clima che si respirava l’altra sera presso la struttura messa a disposizione dal Centro Commerciale IperCoop “La Mongolfiera” di Japigia rappresentata dalla Direttrice Annalisa Evangelista sulla “piazza” dello stesso .
Qui , attraverso un accordo biennale con il Comune di Bari , sono stati ceduti in comodato gratuito alla Circoscrizione Japigia – Torre a Mare la struttura fissa ( che fa da sala riunione , centro di ascolto , deposito per attrezzature sportive e giochi ) , il parco giochi e gli impianti Sportivi (campi di calcetto , pallavolo e basket ) , che a loro volta sono stati affidati in gestione alle Associazioni “Maieutica” e “Lupi di San Francesco”. Quest’ultima gestita dalla Dr.ssa Serafina Grandolfo in collaborazione con il C.S.I. Centro Sportivo Italiano propone la promozione allo sport intesa come educazione allo sport e quindi alla socializzazione e organizza attività sportive su iniziativa della Commissione Servizi Sociali , perfettamente rappresentata dal Dr.Nico Carnimeo persona sensibile e preparata , e della Commissione Sport e Cultura , presente il Dr.Mansueto .
Maieutica è invece una Associazione diretta dalla Dr.ssa Simona Tundo che riunisce i maggiori esperti cui i Servizi Sociali affidano attraverso Bandi di Gara la cura dei casi di minori disagiati o diversamente abili. I progetti prevedono che i ragazzi vengano seguiti sin da piccoli nel loro percorso formativo tramite il sostegno alle famiglie prima , in ambito scolastico successivamente facendo sì che il tutto abbia una continuazione ed evitando che trattandosi di un quartiere di periferia cadano facilmente vittime del degrado . E’ indiscutibile che il lavoro svolto dagli assistenti sociali sia stato fondamentale nell’individuare e segnalare i 64 casi più bisognosi d’aiuto.
La cerimonia di giovedì 6 settembre a conclusione del progetto “soggiorno estivo” che la Circoscrizione Japigia – Torre a Mare organizzava per il terzo anno consecutivo e che voleva essere un premio per la buona volontà dimostrata dai ragazzi. E’ stato così che un gruppo di ragazzi ha usufruito di un periodo di vacanza presso il Lido di S.Francesco alla Rena e l’Acquapark di Japigia.
L’altro gruppo invece è stato ospite di un agriturismo nel Brindisino . Qui la prova per la dr.Tundo e i suoi collaboratori era veramente ardua perché inserita in un programma ambizioso e coraggioso: nella stessa struttura era presente un gruppo di ragazzi della Circoscrizione Murat S.Nicola accompagnati dalla Dr.Campanelli. L’esordio non è stato dei migliori e non lasciava presagire niente di buono : l’ambiente ostile ( gli stessi proprietari non si sono fatti scrupolo nel chiedere di “ghettizzare” i ragazzi ) , la diffidenza fra ragazzi appartenenti a due quartieri che storicamente non si sono mai amati , il marcamento stretto da parte degli assistenti in un rapporto di uno a uno.
Ma il tempo , la bravura degli attivatori nel coinvolgere i ragazzi e farli sentire liberi hanno avuto il sopravvento e gioco, felicità e spensieratezza hanno preso il posto di ansia e preoccupazione.
I ragazzi fra mare , piscina , giochi d’acqua , attività ludica e attività sportiva si sono veramente divertiti come testimoniato dalle immagini racchiuse in un videoclip realizzato dalla dr.Tundo le cui copie sono state distribuite ai tutti i partecipanti . Il tutto sotto lo sguardo compiaciuto dei Presidenti delle due Circoscrizioni Dr.Niceta Tommasi ( assente il dr.Leccese) ed. il Dr Mario Ferorelli.
domenica 16 settembre 2007
Il Piccolo Mondo Antico
“…una discussione può a volte far trionfare la verità, ma più sovente non serve che a inquinare lo spazio…chi insegna deve sapere fino a qual punto l’allievo può discutere senza irritarsi...sono cose da sapere, perché la Fratellanza vive soprattutto di equilibrio!!" (anonimo)
Cari lettori, la storia che vi racconterò ha qualcosa di straordinario, forse oggi non è più concepibile come in alcuni antichi Circoli d’Italia il tenore di vita comportamentale dei tempi andati, i giovani direbbero sei vecchio, e, purtroppo il vecchio molto spesso è relegato in “soffitta” come un oggetto che non serve più. Penso che in tutti i tempi e le epoche in questa nostra breve vita terrena, per poter capire il cosiddetto “nuovo” bisognerebbe conoscere ed interpretare prima il vecchio, e, soltanto leggendo antichi “libri” si possono capire e valutare le esperienze dei “nuovi“. Orbene, avete certamente capito che il tema da trattare sono in Circoli di Società, ed in particolare: Il Circolo Ravennate e dei Forestieri.
Tempo fa, ma non molto, ho avuto il piacere e l’onore in una assise culturale, di conoscere di persona il Comm. Dott. Beppe Rossi, imprenditore ravennate e attuale Presidente del Circolo Ravennate e dei Forestieri. Persona di spiccate qualità manageriali e di grandi sentimenti umanitari, il Rossi è Ufficiale del Corpo Militare del S.M.O.M., Commendatore della Rep. Italiana oltre che attivissimo Lions, ed è stato anche assessore nel Comune di Ravenna ed ha rivestito tante altre cariche. Insomma come si direbbe oggi …una persona di tutto rispetto.
Ed ora cari lettori del “Palazzuolo” da una recente pubblicazione del Presidente Comm. Dott. Beppe Rossi, un po’ di storia antica del Circolo Ravennate,
La Società del Circolo Ravennate fu legalmente costituita il 20 aprile 1860, come scrive Lorenzo Miserocchi in “Ravenna e i Ravennati nel secolo XIX”, ma ufficialmente venne inaugurato il mese successivo, il 7 maggio. In tale data, dopo appena un mese dal passaggio della Provincia di Ravenna dallo Stato Pontificio al Regno di Sardegna e un anno prima della proclamazione del Regno d’Italia, un gruppo di giovani appartenenti a famiglie nobili, o comunque eminenti della Città, decisa di fondare una Società, che prese il mone di Circolo Ravennate
Essa aveva come scopo”…il geniale ritrovo dei suoi comportamenti in acconcio locale per intrattenervisi quotidianamente colla conversazione, con la lettura di libri e di giornali, con giuochi e col prender parte ai divertimenti e trattenimenti straordinari, come accademie, feste da ballo, ricevimenti”: così enunciava il primo Statuto della Società del Circolo Ravennate, stampato in Ravenna dal Regio Stabilimento Tipografico di G. Angeletti, con òla medesima data di fondazione della Società stessa.
Il promotore, fondatore e Presidente provvisorio del Circolo Ravennate tra il 1859 – 1860, fu il prestigiosissimo Patrizio Torinese S.E. Cav. Avv. Marchese Emanuele Lucerna di Rorà, Governatore delle Province delle Romagne (1858 – 1860), nominato dal Dittatore dell’Emilia, il Capo del Governo Presidente Luigi Carlo Farini, anch’egli coinvolto dal Rorà e da Achille Rasponi come i soci onorari del Circolo. Grande merito di Rorà fu l’aver speso tutta la propria autorità a favore dell’ampiamento e del restauro del Porto di Ravenna. Inoltre fu, come Liberale e Massone proveniente da Torino, un forte fautore in Romagna dell’indipendenza e dell’unità d’Italia.
Da una ricerca di Gaetano Ravaldini per l’Editore Tonini, documentata che primo Presidente del Circolo fu il non ancora venticinquenne Avv. Conte Achille Rasponi (2 maggio 1835 - 22 maggio 1896) – figlio del Conte Giulio e della Principessa Luisa figlia di Giocchino Murat, ardente patriota.
L’appartenenza al Circolo era assai esclusiva come si può capire e veniva limitata ai ceti più abbienti (nobili, imprenditori agricoli e industriali, liberi professionisti affermati), per cui a Ravenna l’Istituzione venne abitualmente chiamata dai Ravennati, “Zircol di Sgnur”, (Circoli dei Signori). Ciò nondimeno il Circolo era tutt’altro che il “Piccolo mondo antico” di Ravenna, poiché in esso si ritrova quella media – alta borghesia civica che dichiaratamente professava i valori illuminati, liberali, ed aveva parteggiato, in molti casi in modo militante, per il movimento risorgimentale anche tramite l’appartenenza alla Carboneria ed alla Massoneria. In tutta la storia del Circolo ritroviamo infatti molti Soci, Consiglieri, Presidenti, tra i più attivi componenti della Loggia Massonica Ravennate “Dante Alighieri”. Gli stessi promotori della Società del Circolo, che pure erano alla guida dell’Amministrazione Municipale, avevano conferito il 21 settembre 1859 a Giuseppe Garibaldi, la cittadinanza onoraria di Ravenna.
Fino all’evento del Fascismo la vita del Circolo trascorse assai tranquillamente tra feste, partite a tresette, scopa, bridge, baccarà con la frequenzione delle famiglie e dei personaggi più importanti affiliati al Circolo: i Rasponi; i Pasolini; i professionisti più affermati, tra i quali il brillante Avv. Paolo Poletti (1879– 1954) scrittore dotto e piacevolissimo; imprenditori e banchieri che tenevano il Circolo come un secondo ufficio. Per le personalità della cultura e dello spettacolo in visita a Ravenna il Circolo era una tappa obbligata, dove trascorrere una serata conviviale: tra queste si ricordano Garbriele D’Annunzio ed Eleonora D’use nei primi anni del novecento. Il Miserocchi, nel 1927, scrive che “il Circolo, in ogni tempo ed in ogni occasione, seguì la sua ben nota tradizione ospitale e gentile verso personalità distinte e congressisti provenienti da qualsiasi parte o per qualsiasi scopo”. Nel 1930 il Circolo cominciò a suscitare la differenza del poter politico ravennate, tanto che il Federale Rambelli, giudicandolo cenacolo antifascista, ne pretese lo scioglimento. In effetti il Circolo non aveva mai assunto carattere politico, ma neppure aveva dimostrato sudditanza verso alcun potere, tanto meno nei confronti del “Regime”. Dunque la Società del Circolo Ravennate fu costretta a rifondarsi e si ricostituì una nuova Associazione denominata Circolo Ravennate e della Caccia, con una connotazione eminentemente sportiva e venatoria, ma la compagine sociale non cambiò, restando saldamente ancorata alla media e alta borghesia liberale. L’unica attività sportiva e venatoria organizzata dal Circolo era la caccia a cavallo alla volpe. Dall’inizio del secolo, la via del Circolo ha visto avvicendarsi un numero limitato di Presidenti, poiché la carica di fatto era considerata vitalizia ad essa venivano chiamate le personalità più prestigiose della Città.
Negli anni trenta alla Presidenza fu eletto il Comm. Giuseppe Focaccia, importante industriale calzaturiero. Negli anni quaranta il Presidente era il Comm. Dr. Ettore Frattasi, Presidente dell’associazione provinciale degli Agricoltori. Fu un militante della Loggia Massonica “Dante Alighieri”. Con la guerra di liberazione e l’occupazione di Ravenna da parte delle truppe alleate, i locali del Circolo furono requisite e divennero uffici e Circolo Ufficiali degli stessi alleati, ed il Vicepresidente del Circolo Avv. Massimo Stanghellini Perilli, già affermato professionista e conoscitore perfetto della lingua inglese, fu nominato legale di fiducia del Governo provvisorio alleato. Nel dopoguerra il Circolo fu ricostruito con il nome di Circolo Cittadino. Il primo Presidente , dal 1948, fu il Comm. Ing. Giuseppe Benelli (1903- 1191), conosciuto per il suo impegno civile, Presidente dell’Associazione provinciali degli Industriali (1947 – 1966), agricoltore ed imprenditore nel campo dello spettacolo: era il proprietario di uno dei locali cinematografici storici di Ravenna. “La Sala Italia” in via Cairoli. Gli succedette alla Presidenza, nel 1952, il Comm. Avv. Massimo Stanghellini Perilli, principe del Foro ravennate, legale di fiducia dei più rilevanti gruppi bancari ed imprenditoriali. E’ stato uno dei principali protagonisti della vita culturale, sociale ed economica di Ravenna e della Romagna, autore di una vasta produzione letteraria. Fu poi eletto Presidente, nel 1955 fino al 1958, il Comm. Giuseppe Vittorio Merendi, Agente generale dell’Ina Assicurazioni. In quell’anno lo stesso Presidente Merendi, insiema a Massimo e Vittorio Stanghellini Perilli ed a molti altri importanti Soci, uscì dal Circolo Cittadino
Per promuovere la rifondazione del Circolo Ravennate. Solo nel 1958 si tornò, dunque, all’antica denominazione, di Circolo Ravennate, con l’aggiunta “e dei forestieri” . Tale scelta fu patrocinata dall’Azienda autonoma di soggiorno e turismo di Ravenna e sostenuta dal suo Presidente Dr. Mario Giuliani Ricci, il quale, essendo anche Socio e Consigliere del Circolo, fiancheggiò con l’Azienda l’apertura del Circolo ai “Forestieri” e la conseguente crescita d’ammissioni tra i Soci di non Ravennati, per testimoniare il carattere ospitale ed aperto dei Cittadini di Ravenna. Il Circolo rinacque, dunque, anche per cercare di dar vita ad una Associazione maggiormente esclusiva ed elegante e nel contempo più aperta agli esterni ed alle donne, in particolare alle moglie dei Soci, fin dall’epoca fascista, estromesse dalla partecipazione alla vita associativa del sodalizio: venivano così recuperati i principi fondanti dell’altra tradizione liberal-democratica ottocentesca del Circolo Ravennate. Il Circolo è sempre stato la Sede in cui i Soci, in molte occasioni con le Signore, si trovavano per conversare, leggere, giocare, divertirsi, organizzare gite sociali, cenare. Ma è pure il luogo d’incontro dei Soci con personalità della cultura, dello spettacolo e del giornalismo, già presenti a Ravenna o appositamente invitate: tra le più importanti si ricordano, negli anni sessanta. Enza Pound; negli anni settanta Giorgio Gaslini negli anni più recenti Riccardo Muti, Vittorio Gassman e Gigi Proietti; Vittorio Zucconi, Piero Ottone, Sergio Zavoli, Luca Goldoni, Igor Man, Corrado Augius, Carlo Lucarelli, Leo Turrini, Vittorio Sgarbi, Lilli Gruber. Frequenti gli incontri letterari con scrittori ravennati e romagnoli, e l’allestimento di mostre d’arte, nelle sale del Circolo, dedicate ad artisti locali ma pure di diversa estrazione. Meno consuete le presenze al Circolo di personalità non ravennati, provenienti dal mondo politico e delle Istituzioni, tra le quali si ricordano i Ministri Galloni, Zanone, Prodi, il Presidente Commissione Finanze e Tesoro della Camera Giorgio La Malfa, il Segretario Nazionale del Pri Francesco Nucara, l’Ambascitore Usa in Italia Maxwell Rab. Anche sul versante sportivo il Circolo è spesso stato un luogo d’incontro di giornalisti e campioni di tutte le discipline:tra essi i partecipanti alla manifestazione internazionale di vela Match Race. Il ristorante ha costantemente costituito un fiore all’occhiello del Circolo e la sede di socializzazione per i propri Soci e per i loro ospiti ed ha trovato per alcuni anni serate d’apertura del terrazzo particolarmente prestigiose. Le sale del Circolo hanno tradizionalmente ospitato i partecipanti, provenienti dai vari paesi del mondo, ai Corsi universitari di cultura ravennate e bizantina, e sempre sono state aperte a visitatori e studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero. Soprattutto negli anni sessanta e settanta l’ambiente del Circolo imponeva il rispetto di una rigida etichetta: obbligatori la giacca, la cravatta e la sera l’abito scuro, lo smoking per le feste sociali, il biglietto d’invito della Direzione per gli ospiti accompagnati dai Soci. Ma anche alcuni Soci, negli anni sessanta, settanta e ottanta del novecento, hanno tenuto il Circolo come la seconda casa per il tempo libero, rendendolo quotidianamente vitale e facendone un’autentica rappresentazione della vita civile medio – alta “borghesia” ravennate, protagonista delle attività economiche, imprenditoriali e professionali, della Città. Infine non si può trascurare l’apporto imprescindibile delle Signore nell’organizzare gli eventi e nell’animazione del Circolo.
Oggi, “E’ Zircol di Sgnur, còme che il ciamèva.
Mò indòv’è-i piò i “Sgnur” – Sgnur”?
I “Vir – Sgnur” j’è scumpèrs da un pèz!
Incù u j’è i “Signor d’bajòc”,
sèmpar impurtànt, mò j’è un etar quél.
E’ mònd 1’è cambiè, parchè l’avèva da cambiè,
e Ravèna l’è la mej Zitè de mònd!
Il Presidente Onorario del Circolo, Avv. Massimo Stanghellini Perilli, esprime la bella soddisfazione, al compimento dei suoi novantacinque anni d’età e dai settantacinque anni d’anzianità d’iscrizione al Circolo, alla benemerita volontà di un Ravennate vero, il Presidente del nostro Circolo, l’amico Beppe Rossi, che ha ricostruito la storia di un’Istitiuzione Cittadina, il Circolo, specchio fedele della vita sociale di Ravenna. Così la lunga vicenda del Circolo Ravennate e dei Forestieri, tanto ben composta dal Presidente Rossi, finisce per testimoniare la vissuta evoluzione della storia civile della storia civile della nostra amatissima Ravenna e di aver colmato una lacuna nella storia moderna e contemporanea.
Nel mio ultimo incontro con il Presidente Beppe Rossi. Dopo la riapertura delle ferie estive del Circolo dei Ravennati e dei Forestieri, “con i miei collaboratori abbiamo avuto un programma di attività molto intenso, incontri con autori di libri locali nazionali (da Vittorio Sgarbi a Corrado Augias, Nevio Galeati, Danilo Montanari, Ivan Simonini. Un momento di particolare partecipazione – continua Rossi – si è registrato in occasione dell’assegnazione del riconoscimento del premio annuale al ravennate lontano, toccato quest’anno a Umberto Paolucci, vice Presidente della Microsoft Corporation”. Il Circolo conta oggi duecento Soci, la presidenza di Rossi ha coinciso con nuovo impulso e ha fortemente ringiovanito la base sociale con l’inserimento di giovani professionisti, imprenditori, manager. Il Circolo svolge dunque anche una funzione di centro culturale e aggregazione civica, ma svolge anche un’attività benefica: “Abbiamo raccolto 2.00 euro per la missione che si occupa di bambini in Tanzania – dice Rossi – 3.00 euro per le strutture di Don Ugo, 1.500 euro per l’assistenza ai bambini ricoverati nel reparto di pediatria dell’ospedale di Ravenna, altri fondi per la Croce Rossa Italiana, anche se la beneficenza non rientra specificatamente nelle attività del Circolo. Nel periodo di chiusura del Circolo sono stati realizzati alcuni lavori di restauro degli affreschi e ammodernamento, e il recupero del Palazzo Rasponi, che comprende anche la Ca de Ven. e la realizzazione del vano ascensore che verrà installato nel prossimo gennaio.
Onore al merito dunque al Presidente del Circolo, Comm. Dott. Beppe Rossi, che ha saputo leggere tra le righe antichi “libri” di “Pietra” traghettandoli con saggezza verso la “Luce”. Conclusione dell’incontro tra antico e moderno, il Presidente Rossi a sorpresa ha voluto invitare formalmente e con consorte, presso la Sede del Circolo Ravennate e dei Forestieri, il vicedirettore de Il “Palazzuolo”, per un weekend.
Il S.O.M.I. d'Italia
Frammenti (da Ermete Trismegisto)
Amici carissimi de * a il “Palazzuolo”, dopo aver “ascoltato” e letto i frammenti del grande Ermete Trismegisto, ora ascoltate me:
Un antico e nobile Sovrano Ordine, riemerso (da Piazza del Gesù, 47 - Roma) e di cui a pieno titolo, tutti gli aderenti, innalzano in piena Armonia d’intenti le Colonne in Puglia, precisamente nel Capoluogo barese, è denominato: S.O.M.I.
Il S.O.M.I. è una Istituzione di Uomini Liberi e di buoni costumi, fondata, dal filantropo e G.M., Dott. Cav. Silvio Vigorito di Selymbria; gli aderenti dell’Ordine si riunivano inizialmente durante il periodo della clandestinità (1935) in via Fregene in Roma. L’Ordine di Tradizione del R.S.A.A. risalente ai Cavalieri di San Giovanni di Scozia è riemerso a pieno titolo da una costola di Piazza del Gesù come ho poc’anzi accennato.
Gli aderenti del S.O.M.I. si chiamano “Muratori” perché simbolicamente sono dei muratori intenti alla costruzione ideale di un Tempio, del Tempio della virtù, che dura da millenni, e che fu più volte distrutto.
Sono Muratori pazienti, coscienti, illuminati, nell’allestimento della Pietra su Pietra, con il loro filo a piombo, la loro livella, il loro compasso, la loro squadra.
Sono Muratori e sanno allineare e sovrapporre senza contrasti, ma con armonia, pietre di diversa grandezza, colore ed origine. E’ la creazione dell’armonia nel mondo con gli angoli smussati, con gli spiriti uniti e cementati dalla malta della fratellanza, illuminata dalla fiamma della libertà.
“Nel Sovrano Ordine sono banditi il rancore, la esecrazione, la vendetta: QUI vi è amore, tolleranza, comprensione, uguaglianza, libertà di pensiero, scrupolo nel giudizio, intendimento sentito di far bene nell’austera religione del dovere, della giustizia e della civiltà”.
Qui le più nobili espressioni dell’animo umano trovano la loro migliore palestra e la loro straordinaria testimonianza. Ci si entra con amore di uomo e con fede di studioso perché qui si praticano le idee e la morale, che non basta leggere ascoltare e ripetere, ma che occorre praticare con spontaneità di esercizio e con convinzione di studio interpretativo nel sistema estremamente difficile della vita terrena e nella complessa spiritualità dell’Eterno. Qui si affonda il seme di quella pianta robusta che è la serenità consapevole e che è radice di sostegno nelle inevitabili amarezze del nostro tempo. Bussando alla porta e se vi sarà aperto per entrare nell’Ordine per il vostro tirocinio del periodo catartico, voi, all’inizio, probabilmente comprenderete poco dell’Associazione, forse anche nulla.
Non preoccupatevi, perché è logico e così dovrebbe essere, perché così è stato anche per coloro che oggi hanno raggiunto i più alti gradi…Non capire implica che ci sia qualcosa da capire. Non capire ammette uno stimolo necessario perché l’intelligenza partecipi e non resti passiva. Non capire indica una coscienza di quel che sia il comprendere. Non importa se per ora il postulante è allo stadio negativo di partenza.
Orbene, se a questa oscura consapevolezza accompagnerete anche un po’ di curiosità e di ansia di sapere, anche l’ignoto non sarà più inaccessibile e vi aprirà le porte di quei misteri che – ripeto – non sono tali, ma concetti che – interpretati – vi faranno scendere piano piano a quello stato supremo che può essere raggiunto soltanto attraverso gli sforzi tenaci della sublimazione intima.
Chiedendo di entrare nel S.O.M.I. Voi schiuderete la porta della vostra vita interiore, conoscerete dunque la potenza di quel silenzio che aduna in sé il tesoro delle proprie riflessioni.
Dal momento in cui Voi siete entrato in questo Tempio, voi siete già un uomo che pensa più di tanti altri uomini e quindi siete già sulla via della conoscenza, il che vuol dire, tendere sempre più possedere sé stessi. Infondo la vita non è altro che una gara da vincere, una gran periodo di prova. Se fosse qualcosa di meno, il lungo e continuo progresso dell’umanità sarebbe un vegetare primo di significato.
L’alpinista vuol conquistare la vetta del monte, non possederla….Siete sulla buona strada….Continuate!
dai quaderni di Serenamente - Alberto VACCA