Questo sito è a disposizione di tutti coloro che intendono inviare i loro pezzi, che dovranno essere firmati, articoli sulle gesta della Cavalleria Antica e Moderna, articoli di interesse Sociale, di Medicina,di Religione e delle Forze Armate in generale. Il sottoscritto si riserva il diritto di non pubblicare sul Blog quanto contrario alla morale ed al buon gusto. La collaborazione dei lettori è cosa gradita ed avviene a titolo volontario e gratuito, per entrambi.
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venerdì 14 marzo 2008
GLI ANABATTISTI NEL TRIVENETO
Per voler vivere secondo gli insegnamenti biblici, quanti Italiani tra i perseguitati…!
Sicuramente molti di voi avranno sentito parlare degli Amish, alcuni anche dei Mennoniti, forse non tutti degli Hutteriti (o Società dei Fratelli). In comune hanno che sono persone dalla fervente religiosità, che vivonom in comunità molto chiuse e semplici, che rinnegano in vari livelli il progresso e il contatto con il mondo esterno, e che sono presenti principalmente in America Settentrionale, tra gli Stati Uniti e il Canadà, ma anche in america latina.
Ben pochi sanno però che queste fedi, giudicati da molti ana-cronistiche e un po’ naif, hanno in comune un’altra cosa importante: le radici.
Tutte queste comunità e fedi religiose derivano a vario titolo dagli Anabattisti del XVI secolo.
Nel periodo della Riforma protestante moltissime persone sincere si erano rese conto degli eccessi del clero cattolico e della falsità di molte dottrine, ma c’era molto disaccordo su come bisognava procedere per sensibilizzare il mondo su queste verità, e inoltre non tutti concordano sugli insegnamenti biblici da seguire.
Ecco perché fiorirono una serie di movimenti diversi, tra cui gli Anabattisti, che si distinguevano per il loro zelo nel predicare, la loro sincerità nella lettura della Bibbia e il loro desiderio di vivere insieme in comunità appartate dove professare liberamente la loro dottrina. Tra le altre cose gli Anabattisti rifiutavano di abbracciare le armi, si tenevano separati dal mondo e scomunicavano i peccatori. Studiavano diligentemente la Bibbia e si attenevano in altre norme morali.
Ciò che distingueva nettamente la loro fede da altre confessioni, e che diede loro il nome, era la convinzione che il battesimo fosse per gli adulti e non per i bambini. Considerato che Gesù si battezzo a quasi 30 anni, e che numerosi passi delle Sacre Scritture insegnavano che il battezzando deve capire l’importanza del passo che compie e deve aver già dato prova di essere un discepolo, c’è chiedersi come mai a tale intendimento non ci siano arrivati anche i cattolici.
A partire soprattutto da 1520 si formarono numerose comunità anabattiste un po’ per tutta l’Europa continentale, dapprima in Svizzera, poi in Moravia (ora Repubblica Ceca), nei Paesi Bassi, in Germania e Austria. Sin dai primi momenti, anche in Italia erano presenti molti anabattisti, soprattutto tra le montagne trentine e venete, anche se non si hanno riscontri se vi fossero vere e proprie comunità.
La differenza sostanziale con i loro correligionari d’oltralpe stava nel fatto che qui non godevano dell’aiuto, del sostegno, o perlomeno della tolleranza dei principi o dei governanti locali, anzi. Furono aspramente perseguitati sin dal nascere del loro movimento e, nella seconda metà del sedicesimo secolo, furono oggetto delle turpi attenzioni del parossismo inquisitorio cattolico.
Gli Anabattisti alla fine furono perseguitati un po’ ovunque, e quanto anche i luterani iniziarono a osteggiarli più o meno ferocemente, le loro comunità furono tutte oggetto di aspra repressione. Molte comunità furono presto cancellate, alcune pressocchè pacificamente, altre con la forza. Già nel 1535 Muenster, forse la comunità più grande, dopo un lungo assedio era stata messa a ferro e fuoco con un atroce costo di vite umane.
Altrove, come in Olanda (dove l’anabattista Menno Simmons diede origine ai Memmoniti) e in Moravia, godette di più tolleranza e durarono un po’ di più. Tuttavia, entro il diciassettesimo secolo, erano del tutto sparite dall’Europa. Pochi sparuti gruppi di temerari provarono a stabilirsi oltreoceano, dove trovarono finalmente un po’ di pace. Tornado in Italia, tra gli esponenti maggiori del movimento c’erano l’altoatesino Jacob Hutter, che fondò poi gli hutteriti, Giulio Gherlandi, lanternaio nato in provincia di Treviso nel 1520, il sarto Francesco della Sega, detto Fraosto, nato a Rovigo nel 1528, il prestigioso medico Niccolò Buccella di Padova (forse coetaneo dei primi due), Antonio Pizzetto, modesto proprietario terriero nato a Vicenza negli anni ’50 del XVI secolo, e molti altri, tra cui Giovanni Paolo Alciati della Motta, Giovanni Berardino Bonifacio, marchese d’Oria, e Fausto Sozzini. Tutti erano noti per il loro zelo e la loro predicazione e tutti invariabilmente furono aspramente perseguitati. I pochi che sfuggirono perché rimasti in esilio all’estero.
In particolare il Gherlandi, il Della Sega ed il Pizzetto furono tutti e tre arrestati, bestialmente torturati e, dopo un processo farsa, condannati alla pena capitale per annegamento, sentenza eseguita nel canale dell’Orfano (nella laguna veneta). Nel 1562 il primo, a soli 42 anni. Tre anni dopo gli altri due. E’ vero, gli Amish, i Mennoniti e gli Hutteriti forse sono un po’ fuori dal tempo, e forse col passar dei secoli le loro dottrine si sono un po’ allontanate dalle verita delle Sacre Scritture. Ma la prossima volta che ne sentirete parlare, pensate alla loro sincerità, a quanto questa gli sia costata in passato, e al fatto che forse nelle loro vene scorre anche
un po’ di sangue italiano.
NEGARE LE DOTTRINE CATTOLICHE GLI COSTO' LA VITA.
"con noi o senza di noi verrà l’alba, poi il tramonto ed ancora l’alba, e sarà sempre uno spettacolo magnifico” (proverbio orientale)
Negare le dottrine cattoliche gli costò la vita.
Doveva conoscere bene il verso del Vangelo che dice "L'uomo non deve vivere di solo pane" (Luca IV,4), lui fornaio da una famiglia di fornai da generazioni. E si impegnò parecchio nella sua breve vita per metterlo in pratica.
Si dice che avesse una tale) conoscenza biblica da poterne citare versetti diffusamente a memoria e nei suoi numerosissimi scritti, solo pochi nei quali pervenuti fino a noi, un biografo dice: "Quanto a questo suo modo di comportare spiegava la carta, e da un lato scriveva, dall'altro notava luoghi della Scrittura, e, spesso sono più i luoghi notati nel margine che non le sue parole. Faceva piuttosto miracolosamente che altrimenti, perocché mostrava di avere ogni cosa nella memoria e non giungere parola insieme che fosse in due o tre luoghi o dell 'uno' o , altro Testamento".
Non solo. Al suo processo dei testimoni d'accusa dovettero riconoscere la sua erudizione, dato gli attribuirono il possesso e la conoscenza di “molti libri contagiosi». Dato che fu processato due volte per la sua instancabile predicazione, e che pare sia riuscito a convertire oltre che numerosi suoi compaesani persino alcune monache di un vicino convento di clausura, viene da chiedersi dove trovasse il tempo di lavorare e badare alla sua famiglia di moglie due figli, il giovane Fanino (o Fannio) Fanini Faenza (RA).
Nato da famiglia agiata intorno al 1520 da padre fornaio con bottega avviata e madre nobile, quando il padre morì nel 1546, pur avendo un fratello la sorella, oltre all'attività paterna ereditò quasi tutti i possedimenti di famiglia. Sposò nel 1542 Barbara Baroncini, anch' essa di famiglia benestante, ed ebbe due figli, Gian Battista e Giulia (entrambe deceduti prematuramente dopo morte del padre rispettivamente a 18 e 30 anni).
Venuto a contatto in giovane età con scritti e predicatori calvinisti, lui che conosceva così bene la Bibbia e che aveva già notato le enormi incongruenze degli insegnamenti cattolici verso gli scritti sacri, non tardò ad abbracciarne la fede, convinto che fossero più vicini alla verità di altri, soprattutto del clero cattolico.
Quasi subito, divorato da sacro zelo, iniziò a renderne partecipi altri senza le dovute cautele. Insegnava in modo enfatico con prediche semplici, ma efficaci.
Alcune delle sue idee riguardavano la negazione dei sacramenti come quelli dell’eucarestia e dell’ordinazione (“…non fu mai altro sacerdote che Cristo…”), della messa e dell’intercessione dei santi, della recita del rosario e della pratica del digiuno, tutte dottrine non fondate sulle Sacre Scritture.
Arrestato a 27 anni per eresia fu graziato dalla pena di morte ma condannato all’esilio dallo Stato Pontificio. Per nulla intimorito si mise predicare per tutta la Romagna e in particolare a Lugo, Imola e Bagnacavallo.
Proprio in quest’ultima cittadina del Ravannate fu arrestato di nuovo nel 1549 dai soldati del Duca Ercole II D’Este per ordine dell’inquisizione e dopo una breve detenzione nel castello di Lugo, tradotto a Ferrara, sottoposta ad un breve processo farsa, condannato a morte, fu ucciso il 25 settembre di quell’anno per impiccagione e rogo.
A nulla valsero le numerose intercessioni di politici, ecclesistici, nobildonne e cavalieri, tra cui Camillo Orsini, persino della stessa moglie del duca
Come a nulla valse un tentativo in extremis della moglie e dei figli piccoli di convincerlo ad abiurare.
Ercole II d'Este, nonostante fosse geloso della sua autonomia giudiziaria, e mal sopportasse le pressioni pontificie, alla fine dovette cedere alle veementi minacce, ai ricatti, e alla paventata incriminazione di sua moglie stessa, Renata d'Este, sospettata (e non senza ragione) di simpatie calviniste.
Alla fine il famigerato inquisitore cardinal Carafa, che sarebbe poi divenuto papa Paolo IV, e 18 mesi dopo la condanna dell’”eretico” ottenne l’esecuzione della pena.
Così, per volere di "Santa" Romana Chiesa, il 22 agosto 1550 nel Castello degli Estensi di Ferrara, Fanino Fanini da Faenza fu prima impiccato e poi arso a soli 30 anni. Il suo delitto? Aver predicato che le dottrine cattoliche non erano basate sulla Bibbia. Morì invano? A giudicare da quanti dopo di lui lo hanno imitato e hanno lasciato la Chiesa Cattolica perché, come lui, si sono interessati più delle verità bibliche che delle tradizioni clericali, direi proprio di no. Tratto da il*"Palazzuolo" Bisceglie.
GIUNGEMMO PURI, FINIMMO IMPURI. (Omar Khayyàm)
Il perseguitato dall'inquisizione cattolica più illustre dopo Galileo Galilei è certamente Giordano Bruno, celebre filosofo e scrittore del XVI secolo, delle menti più illuminate del nostro Paese. La sua statua a Campo de' Fiori a Roma, col suo volto severo seminascosto dal cappuccio di donenicano, ci ricorda il luogo dove fu messo al rogo il 17 febbraio 1600 per volere del Tribunale dell'Inquisizione e di papa Clemente VIII.
Parlare di una così importante figura storica in pochi paragrafi non gli rende l'onore dovuto. Ma non si può non includerlo nella lista di umanisti, pensatori e studiosi che rendendosi conto degli errori dottrinali, della corruzione e delle atroci ingiustizie commesse dal Vaticano,
gli si schierarono contro, pagando con la vita il coraggio delle proprie idee.
Si chiamava in realtà Filippo e nacque a Nola nel 1548, figlio unico di umile famiglia (il padre era militare, un alfiere). Acconsentendo di intraprendere la carriera monastica riuscì, a fatica, a farsi un istruzione presso l'Università di Napoli, gestita in quel tempo dai domenicani. Di mente arguta e di sete insaziabile di sapere, rimase sempre affascinato più dagli studi filosofici e scientifici che da quelli biblici e religiosi. Quando fu ordinato frate a 18 anni col nome di Giordano, quindi, l'ultima delle sue intenzioni come egli stesso ammise al processo, era quella di tutelare l'ortodossia cattolica; a lui interessava la posizione privilegiata per continuare gli studi filosofici. Ma siccome conosceva bene parte della Bibbia, non mancò di stigmatizzare presto non solo l'avversione papale verso gli scienziati e i pensatori di quel tempo, ma alcune dottrine non bibliche, come l'uso di immagini nell'adorazione, l'adorazione di Maria la transustanziazione e la Trinità, anche se quest’ultima più per simpatia verso le idee di Ario, che per le verità scritturali. Non solo. Siccome il convento di San Domenico Maggiore a Napoli non era certo un luogo ameno di pace e meditazione, dato che in tre anni (dal 1567 al 1570) furono collezionate 18 condanne per scandali sessuali, furti e addirittura omicidi, ebbe presto in disprezzo che i frati, e la vita monastica. La ricchissima biblioteca di San Domenico però, insieme alla possibilità di continuare gli studi senza doversi mantenere, lo convinsero a restare in convento. Almeno fino a 28 anni, quando dopo l'ennesimo scontro verbale e ideologico fugge a Roma per evitare accuse di eresia. Accuse che gli verranno formalizzate poco tempo dopo quando a Napoli rinvengono alcuni suoi scritti, costringendolo, insieme ad un'ingiusta accusa d'omicidio, a fuggire anche da Roma e riparare a Genova, abbandonando l'abito talare e riprendendo il nome di battesimo.
La cautela per sfuggire ai persecutori, il lavoro d'insegnante non sempre soddisfacente, e persino la peste a Venezia, lo costringeranno a numerose peregrinazioni nel giro di pochi anni, prima a Savona, poi a Torino, poi da Venezia a Padova, poi a Bergamo, a Milano e infine nella Savoia francese. Trasferitosi a Ginevra si interesserà alle idee calviniste, e si unirà al marchese Caracciolo, anche lui napoletano in fuga dall'Italia, fondatore della comunità evangelica italiana. Ma in realtà Bruno era indifferente a tutte le confessioni religiose: nella misura in cui l'adesione a una religione non pregiudicava le sue convinzioni filosofiche e la libertà di professarle, poteva essere tranquillamente e senza rimorsi cattolico in Italia, calvinista in Svizzera, anglicano in Inghilterra e luterano in Germania. Entrato in conflitto anche lì con intellettuali del posto, e addirittura scomunicato dai calvinisti, si trasferirà presto da Ginevra a Lione, Tolosa e poi Parigi, dove resterà a lungo e scriverà molte delle sue opere, tra cui libri e trattati di filosofia e persino una commedia.
Dopo una parentesi a Londra di due anni, torna a Parigi nel 1585. Ma entrato platealmente in contrasto con professori ed intellettuali soprattutto sulle idee aristoteliche, e persi gli appoggi a corte, ripiega in Germania, prima a Magonza, poi a Wiesbaden, a Marburg e infine a Wittenberg. Il nuovo duca locale decide di rovesciare l'indirizzo degli studi a favore delle idee aristoteliche, e anche per questo Bruno decide di trasferirsi di nuovo, prima sei mesi a Praga, poi di nuovo in Germania, a Tubinga e poi a Helmstedt. Ancora una volta le sue idee filosofiche e suoi scritti dirompenti saranno la causa di appassionanti ammirazioni ma anche di feroci critiche e, infine, fattosi nemici potenti, della scomunica dai luterani. Resterà ancora un po' in città per spostarsi poi a Francoforte. Conosciuti alcuni editori veneziani alla locale fiera del libro accetta di recarvisi per insegnare e pubblicare. Dopo una breve parentesi a Padova si sta bilirà a Venezia a casa del Mocenigo. Entra in conflitto anche con questi per motivi sia economici che di pensiero, verrà denunciato all'inquisizione e arrestato. Dopo un primo processo viene estradato a Roma e lì dopo l'ennesimo processo farsa, per le sue idee e soprattutto per i suoi scritti, viene condannato a morte l'8 febbraio 1600, sentenza eseguita 9 giorni dopo. Eccezionale studioso, eloquente oratore, fine umorista, appassionato insegnante, brillante filosofo e pensatore, nonché scrittore dotto, prolifico ed eclettico, ebbe, ed ha ancora oggi (con tanto di siti web dedicati), ammiratori e disce poli in tutta Europa. Era un precursore, una mente superiore in anticipo sui tempi, con intuito e intendimento estremamente moderni, in campo scientifico, che teologico, che biblico. Ma la sua erudizione e la sua granitica consapevolezza d'essere in possesso della conoscenza e della verità assolute lo resero però anche presuntuoso, arrivista, ambizioso, egocentrico, pieno di sé, con un carattere impossibile e una scarsa propensione ai contatti umani. Finì per farsi scomunicare da tutte e tre le principali re ligioni europee, per farsi nemici ovunque e per preferire il materialismo alla spiritualità. Ma mentre non condividiamo le sue idee, il suo pensiero e i suoi metodi, non possiamo che ammirare il coraggio delle convinzioni e delle denunce, con una coerenza spinta all'estremo sacrificio, un sacrificio che pesa ancora una volta, da più di 400 anni come un macigno, sulla coscienza cattolica. Tratto da il * "Palazzuolo" Bisceglie.
giovedì 13 marzo 2008
IL PRESIDENTE ALFREDO MULE'.
Torino – Il giorno 16 poteva essere un giorno come un altro ma se non era “la Domenica delle Palme”. Per ricordare questa festività, il Sub-Priorato del Piemonte dell’Ordine di San Fortunato onlus, ha effettuato l’ennesima donazione in favore dei bambini di Torino donando tre scatoloni di giochi e giocattoli, due tavoli prima infanzia, una specchiera e una bicicletta presso la Parrocchia di San Clemente Willibrord della Chiesa Vetero Cattolica dell’Unione di Utrecht – Comunione Anglicana di Torino nella persona di Don Giuseppe BIANCOTTI. “Anche se questa donazione è stata effettuata ad una Chiesa sorella – spiega il Priore del Piemonte Alfredo MULE’ – sono contento che sia andata a buon fine perché non c’è niente di meglio che vedere i bambini sorridere a prescindere dalla razza o dal proprio credo religioso. Noi ci prodighiamo per il miglioramento della condizione umana, in perfetta armonia con l’insegnamento del Santo di Valdobbiadene San Venanzio Fortunato Vescovo di Poitiers, al quale l’Ordine stesso si ispira dal lontano 600 d.C. Questo deve essere l‘impegno del Cavaliere di oggi che con le sue azioni porta il proprio messaggio di solidarietà e quindi di pace in tutto il mondo!” Per il futuro Il Sub-Priorato, oltre alle donazioni di materiale vario in favore di diverse associazioni ed enti cattolici e non della città, ha in progetto di aprire una piccola biblioteca in cui allestire e catalogare tutti i numerosissimi volumi che sono stati donati al Presidente Alfredo MULE’ in questi tre anni di esistenza della sua associazione, il quale spera che anche questo progetto possa andare presto in porto. Per info: chiamare il 3389196038 oppure visitare il sito: www.priorato-osf-to
OPUS DEI,LA MASSONERIA DEL VATICANO
- Pagina massoneria
Cade il governo all’ombra della squadra e compasso Marcello Pamio - 28 gennaio 2008
A cavallo tra la Xa legislatura (finita il 22 aprile 1992) e la XIa legislatura (iniziata il 23 aprile 1992) di Giuliano Amato, s’inserisce l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova. Un’inchiesta delicatissima sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese e politica, che sviluppò decine e decine di faldoni composti da centinaia di migliaia di pagine! Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali! Tutta la colossale inchiesta del Procuratore di Palmi finì a Roma, e come si sa, Roma è la capitale non solo dell’Italia ma anche degli insabbiamenti giudiziari. Quando infatti si vuol archiviare una inchiesta, basta spostarla lì.
Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, con ben due mesi di anticipo, e sarà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro. Il 23 maggio a Capaci, lungo l’autostrada, 1000 chili di tritolo cancellano in un istante la vita (ma non certo la memoria!) del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Giovanni Falcone, stava indagando - tra le altre cose - sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a pericolosi collegamenti tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali.[1] Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di Rito Scozzese Antico e Accettato (R.S.A.A. nonostante il nome ha sede a Washington).
Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II (Sua Maestà ufficialmente è arrivata in Italia per mettere dei fiori sulla tomba di Falcone!) avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.In quell’incontro (vero e proprio complotto) i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno.[2] Giulio Tremonti, presente sul panfilo - per sua stessa ammissione - come “osservatore”[3] disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club” Tra i partecipanti c'erano i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI, ecc. Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate.
Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta (Emanuela Loi, Walter Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traiana). In settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros (presente pure lui nel Britannia) lancia un attacco speculativo alla lira. Carlo Azeglio Ciampi (che per i suoi preziosi servigi verrà premiato con la Presidenza della Repubblica) all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale. Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta (ovviamente era tutto concordato) a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione. L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).
Nello stesso periodo s’inserisce pure la grandiosa bufala di Tangentopoli che ha avuto altri obiettivi rispetto a quelli paventati mediaticamente. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati… La veloce carriera politica del superpoliziotto Antonio di Pietro, oggi Ministro della Repubblica, dovrebbe far riflettere…Dopo gli assassini dei due grandi magistrati e grazie anche a Manipulite, l’inchiesta Cordova è andata nel dimenticatoio: tutta l’attenzione mediatica è stata dirottata altrove!
Arriviamo ai nostri giorni, perché il 27 marzo del 2007, il procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris inizia una inchiesta da nome particolare Why Not (sulla falsariga di quella di Cordova) proprio sui rapporti tra criminalità organizzata (mafia, n’drangheta, camorra, ecc.), politica e finanza. L’inchiesta parte dalla Calabria ma si estende rapidamente al resto d’Italia e finiscono nel mirino politici (di destra e sinistra), consulenti a livelli altissimi, finanzieri, un generale della Guardia di Finanza, magistrati, affaristi, alcuni spioni dei servizi segreti (il capogruppo del Sismi di Padova e uno del Cesis) e anche dei massoni. Ventisei perquisizioni e venti indagati.
Sono ufficialmente indagati tra gli altri il Presidente del Consiglio Romano Prodi (per abuso d’ufficio), l’ex Ministro della Giustizia Clemente Mastella (per abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti, truffa all’Unione europea e allo Stato italiano).[4] Si tratta di finanziamenti illeciti per milioni di euro alla Compagnia delle Opere che passeranno nelle logge occulte di San Marino, per poi svanire nel nulla, esattamente come l’inchiesta De Magistris! Farà la medesima fine di quella del procuratore Cordova. In una recente intervista al Corsera, De Magistris sfoga denunciando una “strategia della tensione per opera di una manina particolarmente raffinata: poteri occulti e massoneria, soprattutto”. [5] Continua dicendo che da quando ha iniziato “a indagare sui finanziamenti pubblici europei. Da allora, è scattata la strategia delle manine massoniche”.[6]
I media - tutti controllati - hanno veicolato la notizia falsa dell’iscrizione di Mastella nel registro degli indagati per violazione della Legge Anselmi sulle associazioni segrete. Ma la cosa più interessante è che Mastella stesso, prima che le agenzia di stampa lanciassero la notizia falsa, aveva rilasciato una dichiarazione che con le associazioni massoniche lui non ha nulla a che fare! E’ stato avvisato in anticipo dall’amico giornalista o è semplicemente cascato nella trappola che gli è stata preparata per far cadere il suo governo? Quale trappola vi chiedereste? Alla fine sarà tutto più chiaro. De Magistris ha fatto il grave errore di sollevare il velo o grembiulino delle fratellanze occulte e della loro interconnessione con la politica, gli affari istituzionali, il denaro riciclato e la mafia.
I nuovi guru dell'informazione difendono l'operato di De Magistris e della Forleo, ma senza spiegare perché c'è stato questo vergognoso attacco alla Giustizia italiana: li difendono a spada tratta senza dire che le loro indagini stavano scoperchiando il vaso di Pandora...Il popolo non deve sapere che se l’Italia è unita (o controllata?) lo si deve ai massoni (la storia del Risorgimento è infatti una storia massonica: Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso, Umberto I erano fratelli. Come pure i primi passi del parlamento italiano: erano massoni Francesco Crispi, Agostino Depretis, Giuseppe Zanardelli, Mameli e il suo inno “Fratelli d’Italia…”). Il popolo non deve sapere tutto questo, e neppure che oggi l’Italia, e tutti i gangli vitali dell’economia della finanza, delle telecomunicazioni, ecc., sono nelle mani di fratelli legati da giuramenti di sangue!
Forse sto esagerando? Durante l’incontro della Gran Loggia del Grande Oriente d’Italia (la prima loggia per obbedienza in Italia con 18 mila fratelli) tenutosi a Rimini dal 13 al 15 aprile 2007, dopo l’inno garibaldino “All’armi” e “C’era una volta il West” di Morricone, il Gran Maestro Gustavo Raffi ha letto il saluto di un grande amico della massoneria, il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Successivamente, arriva anche il saluto ufficiale del governo Prodi, letto in sala (davanti a migliaia di massoni con grembiulino, il collo cinto da una fascia di raso terminante con un medaglione), dal sottosegretario delle politiche giovanili Elidio De Paoli.[7]
Avete capito? Il governo dello Stato italiano, per voce di De Paoli, saluta i massoni di Palazzo Giustiniani! Cosa questa non strana, perché Prodi è stato (e forse lo è ancora) legato alla più potente banca ebraica privata del mondo, la Goldman Sachs , ed è membro dell’Aspen Institute for Humanistic Studies, di cui ne è stato anche il direttore, passando per la Fabiana (Fabian Society) London School of Economics, ospite sempre gradito anche dall’Opus Dei, la massoneria del vaticano. Sempre a Rimini non poteva mancare all’appuntamento lo storico Paolo Prodi, fratello questa volta di sangue del più famoso Romano, che definisce la massoneria del Grande Oriente come una “delle più importanti agenzie produttrici di etica che abbia creato al suo seno la storia dell’Occidente[8]” Numerosi poi sono stati i prestigiosi relatori delle tre giornate (tra cui il giornalista Oscar Giannino), ma per problemi di spazio non è possibile elencarli tutti.
Per meglio comprendere a che livelli è infiltrata la massoneria, è necessario tornare indietro di qualche anno e precisamente all’11 luglio 2002 quando il Gran Maestro Giuliano Di Bernardo deposita a Roma, presso un notaio, l’atto costitutivo degli Illuminati, la cui sede si trova al numero 31 in piazza di Spagna.[9] Membri di quest’ordine, che ricorda gli Illuminati di Baviera, sono: Carlo Freccero (già direttore di Rai2 ed ex programmista di Fininvest),[10] Rubens Esposito, (avvocato responsabile degli affari legali per la Rai ), Sergio Bindi (tredici anni consigliere di amministrazione della Rai), il medico Severino Antinori (lo specialista in fecondazione artificiale), il filosofo Vittorio Mathieu (rappresentante dello spiritualismo cristiano), il generale Bartolomeo Lombardo (ex direttore del Sismi) e moltissimi altri. Quindi troviamo uomini legati ai media, all’esercito, alla finanza, all’economica, ecc. Vicina agli Illuminati di Di Bernardo sembra anche essere oggi anche una delle realtà ebraiche più importanti a livello internazionale, un vero e proprio simbolo della “Israel Lobby”. Possiamo ricordare l’Anti-Defamation League, braccio armato del B’nai B’rith (B’B’, la potentissima massoneria ebraica di cui perfino Sigmund Freud ne era membro), l’AIPAC, ecc. Questi sono solamente alcuni nomi dei numerosissimi fratelli che lavorano nel mondo bancario, nel mondo societario, all’interno delle istituzioni, della politica, ecc.
Tutto questo per concludere, che parlare di massoneria, poteri forti, Stato, mafia, poteri bancari, crimine organizzato è la stessa medesima cosa. Non sto dicendo che tutti i massoni sono disonesti, ma come disse qualcuno: “non ho mai conosciuto un criminale che non fosse un massone”. Verità sacrosanta. Il collante tra i vari gruppi appena visti è la tessera di appartenenza a qualche loggia occulta, coperta o meno, di stampo massonico o paramassonico. Anzi possiamo affermare senza paura di smentita, che per giungere ad occupare determinate poltrone o carriere, è necessario appartenere a qualche loggia. Il motivo è presto detto: all’interno di una gerarchia verticistica piramidale si è meglio controllati dai vertici! Ecco perché la caduta del governo Prodi è stata volutamente provocata con lo scopo di distrarre e distogliere l’attenzione pubblica dirottandola su qualcos’altro apparentemente molto più importante.
Il bubbone stava per scoppiare di nuovo, l’ennesima inchiesta della magistratura (questa volta è toccato a De Magistris) stava per concludere che la politica, come la mafia, sono strumenti nelle mani della libera muratoria deviata! E questo non sa da fare e non sa da dire… Passeranno le settimane, i mesi, e poi tutto tornerà come prima: ci sarà un nuovo governo, magari tecnico con Dini o Draghi, nuove promesse agli elettori, nuove illusioni di democrazia, nuovi scontri televisivi (tutti fasulli) tra politici nei teatrini confezionati ad hoc, come per esempio “Porta a Porta”, “Ballarò”, “Matrix”, ecc., il tutto con i sogni tranquilli dell’élite economico-finanziaria, che riposa sempre all’ombra del compasso e della squadra…
Poi verrà un giorno, che un altro spregiudicato e incosciente magistrato aprirà una inchiesta che porterà alla luce, per l’ennesima volta, la collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine. Pochi se ne accorgeranno perché il restante popolo sarà intrattenuto, rimbambito e deviato dalla luciferica televisione…Questa è l'Italia!
[1] “Come è stata svenduta l’Italia” di Antonella Randazzo, www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm [2] Movimento internazionale per i diritti – Solidarietà, Movisol - www.movisol.org/ulse275.htm#anchor[3] Intervista a Giulio Tremonti, Corriere della Sera del 23 luglio[4] «Contro di me i poteri occulti Ora rischio pallottole e tritolo», Corriere della Sera del 21 ottobre 2007 [5] Idem[6] Idem[7] “Fratelli d’Italia”, Ferruccio Pinotti, ed. BUR[8] Agenzia di stampa Ansa[9] Op. cit. pag 464 [10] Idem
Tratto da: http://www.disinformazione.it/
L'ORDINE DELLA STELLA DELL'EST PER LE MOGLI.
- Pagina massoneria
Chiarezza sulla massoneria Prof. Paolo Franceschetti - 31 dicembre 2007 http://www.paolofranceschetti.blogspot.com/
Molto è stato scritto sulla Massoneria[1], ma pare continui ad esserci molta confusione sull’argomento. Il perché è semplice: la prima caratteristica dell’Ordine è il segreto, ed è inviolabile. In soldoni, dunque, non la si conosce. La cosa sorprendente è che non la conoscono neanche molti massoni. Mi spiego.
Premessa. Ufficialmente la massoneria viene presentata come un Ordine Iniziatico a carattere esoterico al quale possono appartenere soltanto uomini liberi e rispettabili che si impegnino a mettere in pratica un ideale di pace, di amore, di fraternità. Un associazione che, tendendo al perfezionamento morale dei Fratelli, si propone di conseguire quello della intera umanità:“La loggia massonica, iniziandovi ai suoi misteri, vi invita a diventare uomini d’elite, saggi o pensatori, educati al di sopra della massa degli esseri che non pensano….l’uomo si distingue dal bruto per le sue facoltà intellettuali. Il pensiero lo fa libero:gli dà il dominio del mondo. Pensare è regnare”[2] Ammessi alla massoneria sono solo gli uomini dai 21 anni in su. Vi sono comunque organizzazioni disponibili per i parenti degli iniziati. Tra queste:
- l'Ordine della Stella dell'Est per le mogli; - l'Ordine di De Molay per i figli dai 12 anni; - l'Ordine delle figlie di Job e dell'Arcobaleno per le figlie dai 12 anni.
La Massoneria è strutturata in modo gerarchico. Il cammino personale dei fratelli procede per gradi, e ad ogni livello di iniziazione l’adepto riceve l’insegnamento di verità superiori. Gli adepti privilegiati, o riconosciuti degni, vengono poi iniziati alle dottrine più segrete ed occulte[3]. I progetti e i fini sono quindi comunicati solo al grado in cui ci si trova e, visto che usano il linguaggio dei simboli, sono comprensibili solo a seconda del proprio grado. Questa struttura comporta una conseguenza immediatamente percepibile: chi aderisce a questa associazione lo fa senza conoscerne praticamente nulla, poiché la verità, o lavoro massonico, che poi è il fine stesso dell’associazione, viene conosciuta solo dagli adepti ai gradi più alti.
Non a caso una delle più grandi autorità massoniche Albert Pike[4] ebbe a dichiarare che tutti i massoni di grado inferiore al 32° vengono intenzionalmente ingannati mediante false interpretazioni.
Tale premessa è importante perché questo articolo parte dal presupposto, fondato, che molte persone che a questa associazione appartengono o si avvicinano, effettivamente non la conoscano completamente. Facciamo subito un esempio affinché, anche alcuni massoni, possano subito rendersi conto di quanto poco sappiano sulla loro associazione.
Molti massoni sono assolutamente ignari che al di sopra delle Logge, dei Templi, dei Grandi Orienti e dei Riti esista da sempre una Direzione Iniziatica Universale. Cosa sia questa Direzione Iniziatica Universale ce lo spiega il massone Serge Raynaud De La Ferriere : “…una Massoneria ed un Grande Oriente Universale di carattere esoterico, il cui Consiglio Superiore, composto di veri Iniziati, riceve la linea direttiva dai propri Santi Santuari Esoterici, per subito trasmetterla attraverso intermediari, ad organismi sempre più esoterici. Siamo certi che la maggior parte dei Fratelli massoni si stupirà di questo non avendo mai sentito parlare di tale Direzione Superiore…Questa Direzione Mondiale organizza ed istruisce le varie Associazioni Segrete… Il massone “medio” incontrerà alcune difficoltà nel comprendere…I veri Grandi Maestri non sono sempre coloro che appaiono rivestiti di tutta l’autorità; dietro i poteri rappresentativi, dei titoli e delle funzioni ci sono i Patriarchi, i veri Venerabili, le Potenze che dirigono contemporaneamente tutti i riti del mondo, perché sono veramente alla testa della Massoneria Universale”[5].
Questo è un piccolo esempio. La maggior parte dei massoni non sa di questa Direzione Mondiale (non stiamo parlando della Gran Loggia di Inghilterra), né sa dove sia, né dove siano dislocati nel mondo i c.d. “intermediari” (altrimenti non avrebbe destato sorpresa la scoperta di un archivio di Gelli a Montevideo), ecc… Faccio notare come, proprio nel passo sopra citato, un massone scriva ad altri fratelli definendo la massoneria una “associazione segreta” e non certo riservata!!! La domanda da porsi ora è: ma quelli che sono ai gradi più alti sono i migliori? La risposta la lasciamo all’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo che ci spiega anche il perché: “I migliori spesso stanno in basso, in un angolo, non vengono mai portati su. Perché sono pericolosi”. In massoneria vi sono brave persone. Sono uomini che credono fortemente nei principi enunciati dall’associazione, nella crescita personale e sperano in una società migliore. Proprio questi “fratelli” sono i primi ad essere ingannati, ma ingannati sino ad un certo punto. Ecco il perché.
Giuramento e Leggi. Per entrare in massoneria si deve prestare un giuramento. Il giuramento massonico di affiliazione, che deve essere prestato sul Volume della Sacra Legge[6] (V.S.L.), è il seguente: “Liberamente, spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell’animo, con assoluta e irremovibile volontà, alla presenza del Grande Architetto dell’Universo, prometto e giuro di non palesare giammai i segreti della Massoneria, di non far conoscere ad alcuno ciò che mi verrà svelato, sotto pena di aver tagliata la gola, strappato il cuore e la lingua, le viscere lacere, fatto il mio corpo cadavere e in pezzi, indi bruciato e ridotto in polvere, questa sparsa al vento per esecrata memoria di infamia eterna. Prometto e giuro di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli liberi muratori su tutta la superficie della terra, prometto e giuro di consacrare tutta la mia esistenza al bene e al progresso della mia patria, al bene e al progresso di tutta l’umanità, prometto e giuro di adempiere ed eseguire tutte le leggi, i regolamenti e le disposizioni tutte nell’Ordine e di portare ossequio e obbedienza alla suprema autorità e a tutti quanti sono i miei superiori. Prometto e giuro di conservarmi sempre onesto, solerte e benemerito cittadino ossequiente alle leggi dello stato, amico membro della mia famiglia e massone per abbattere sempre il vizio e propugnare la virtú. Prometto e giuro di non attentare all’onore delle famiglie dei miei fratelli. Finalmente giuro di non appartenere ad alcuna società che sia in opposizione con la libera massoneria, sottoponendomi rispetto alle pene personali piú gravi e terribili”.
Come si può notare dalla lettura del testo si tratta di un giuramento molto forte che, seppur a livello simbolico (ma sappiamo che il simbolo per il massone riveste una importanza fondamentale), è un giuramento di morte con cui si promette:
- di non rivelare giammai quanto ti verrà rivelato; - di prestare aiuto e assistenza a tutti i fratelli; - di adempiere ed eseguire tutte le leggi, regolamenti e disposizioni dell’Ordine; - di non appartenere ad alcuna società che sia in opposizione alla libera muratoria.
Il giuramento presenta implicazioni di non poco conto. Vediamo perché. Il giuramento (ricordiamo: liberamente, spontaneamente e volontariamente prestato) prevede che il fratello prometta, tra le altre cose, di adempiere ed eseguire tutte le leggi, regolamenti e disposizioni dell’Ordine. Ovviamente la maggior parte di tali leggi, regolamenti ecc…sono segrete per i profani, ma i massoni le conoscono benissimo. Ad esempio il massone sa benissimo che le Costituzioni dell’Ordine non danno il diritto di espellere i fratelli indegni. Allora perché risentirsi delle critiche che vengono mosse contro la loro associazione? Perché affermare che “non si può fare di tutta un’erba un fascio” quando proprio le loro Costituzioni non prevedono l’espulsione dei delinquenti? Né si può dire che solo negli ultimi anni la massoneria abbia avuto una particolare infiltrazione di uomini senza scrupoli tra le sue “fila”, se già nel 1898 il massone Felice Cavallotti ebbe a dire: “non è vero che tutti i massoni sono delinquenti, ma non ho mai conosciuto un delinquente che non fosse anche massone”. Ma c’è di più.
Tribunale massonico. Premettiamo che all’interno della massoneria vi è un Organo giudicante simile all’organo giudiziario dello stato. Se un massone viola una legge massonica (si macchia di qualche colpa nei confronti di altri fratelli) questo viene denunciato (con tavola d’accusa) al Tribunale massonico. Vi sono anche qui tre gradi di giudizio (con tanto di previsione delle Sezioni Unite) ed, a livello procedimentale, è simile al processo penale: competenza territoriale, connessione, ecc…. Ovviamente le leggi massoniche sono differenti dalle leggi dello stato, come anche le condanne. In soldoni se la cantano e se la suonano tra di loro. Bene, nulla di male, vi sono diverse organizzazioni strutturate in modo analogo, si pensi al tribunale sportivo: se commetti un illecito sportivo ti giudicherà il tribunale sportivo.
Ma la domanda è: se un massone commette un reato penalmente rilevante che succede? La domanda è lecita, la risposta imbarazzante, ma illuminante: nulla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Prima di spiegare meglio questo punto, però, vi racconto una storia (ma ne potrei raccontare anche tante altre, sempre naturalmente con tanto di documentazione) e poi vi dico cosa ha deciso, con sentenza a Sezioni Unite, il Tribunale massonico.
Un giorno un massone viene a sapere che il Gran Maestro avrebbe chiesto ed ottenuto tangenti su affari “profani” di interesse dei Fratelli. La cosa lo sconvolge e, alla prima riunione, si rivolge al Gran maestro con queste parole: “E perciò Fratello XXX, tieni ben presente, almeno questa sera, che le tue risposte ai quesiti che ti verranno posti dovranno essere assolutamente veritiere, chiare e non equivoche e possibilmente documentate e documentabili in modo incontrovertibile. Perché potrei io stesso un giorno essere chiamato dal giudice Vigna a rendere testimonianza, o prendere io stesso l’iniziativa per essere chiamato da tale giudice a testimoniare; e riferirei dettagliatamente le risposte da te date qui, chiamando, ove occorresse, a testimoniare altri illustri fratelli qui presenti questa sera e pronti a servire, come sempre, la verità e la giustizia”.
Ovvero, come si dovrebbe fare tra uomini liberi, rispettabili ed onesti, venuto a conoscenza di un fatto penalmente rilevante commesso da un fratello, chiede a questi chiarimenti. Vi domandate cosa è successo? Ve lo raccontiamo noi. Il malcapitato che aveva chiesto informazioni è stato denunciato al Tribunale massonico e, dopo tre gradi di giudizio, con sentenza del tribunale del Grande Oriente d’Italia, del 28/X/1978, Corte Centrale a Sezioni Unite, viene espulso dalla massoneria con la seguente motivazione:
“di avere, nella riunione del collegio circoscrizionale dei MM. VV. del Lazio, apostrofato con arroganza il Gran Maestro ….., minacciandolo di adire il giudizio profano, violando così anche il principio n. 1 Cap. IV degli Antichi Doveri”.
Due esempi di sentenza massonica: clicca per ingrandire (tutti i nomi dei f.lli sono stati cancellati)
Eccolo! Ora possiamo, finalmente, capire qualcosa in più. Le costituzioni dell’Ordine non prevedono che possa essere espulso un delinquente, ma un uomo onesto pronto a dire quello che sa alla magistratura si. Questo perché chi entra in massoneria giura di non riconoscere legittimità al Tribunale profano (ovvero l’organo giudiziario previsto dalla Costituzione italiana), considerato indegno di giudicare i fratelli, uomini illuminati. In altri termini: un massone non può neanche minacciare di adire l’Organo Giudiziario previsto dalla nostra Costituzione. E chi viola questo dovere viene punito nella maniera più dura.
Tra noi profani tale comportamento viene definito, nel migliore dei casi, omertoso (L'omertà è l'atteggiamento di ostinato silenzio atto a non denunciare reati più o meno gravi di cui si viene direttamente, o indirettamente a conoscenza), e mal si concilia con persone che pretendono di presentarsi al mondo come persone libere, rispettabili che tendono al perfezionamento morale.Con tale giuramento come sorprendersi che tanti aspiranti delinquenti vedano come un Eden la vostra associazione e facciano a gara per entrarvi? Sanno infatti che qualsiasi cosa gli altri fratelli vengano a sapere, non possono cacciarli e non possono denunciarli. Un paradiso per chi vuole delinquere.Ancora una volta riportiamo un esempio importante.
Nel 1992 il procuratore Agostino Cordova apre un’inchiesta sulla massoneria. Gran Maestro in quegli anni è il prof. Giuliano Di Bernardo. Cordova gli chiede di collaborare e Di Bernardo, avendo visto che gli addebiti dell’inchiesta non erano fantasia (connessioni tra mafia, ‘ndrangheta e massoneria) acconsente fornendo al Procuratore gli elenchi degli iscritti. Ha tradito. Vediamo cosa gli è successo dopo. Cosa è successo lo dice Di Bernardo. Il 14 aprile 1993 in una riunione dei membri di Giunta del Grande Oriente pronuncia le seguenti parole: “Volevo comunicarvi le mie decisioni. Ho ricevuto minacce gravissime e con me tutta la mia famiglia. Ho visto mia madre piangere per l’inquietudine che avevano suscitato in lei quelle minacce. Ne hanno ricevute mia moglie ed i miei figli. La mia famiglia è spaventata e vive in costante angoscia. Ho quindi deciso di dimettermi”. (v. il libro di Pinotti, Fratelli d’Italia, a pag 63). Ha collaborato ad una inchiesta giudiziaria che coinvolgeva dei “fratelli” e per costringerlo ad andarsene sono arrivati a minacciare la sua famiglia, figli compresi. Non c’è da stupirsi.
Come abbiamo visto le leggi della massoneria permettono una protezione che non ha eguali tra le associazioni lecite per i criminali. Una società può funzionare solo se tutti i cittadini fanno il loro dovere. Non vi può essere polizia, esercito o altro che possa sostituirsi al controllo sociale. E che controllo può esservi se un gruppo di uomini che, purtroppo, spesso si trova ai vertici del potere, è vincolato da un giuramento di omertà? Ma questo chi entra in massoneria lo sa bene. Anzi, diciamola tutta, molti entrano proprio per questo!
Reati. Ed ora un ultima domanda: tale giuramento, ovvero quello di non riconoscere legittimità all’Organo Giudiziario previsto dalla Costituzione italiana, potrebbe integrare un’ipotesi di reato? A mio parere si. Pensiamo ai massoni che svolgono una professione che li obbliga a prestare il giuramento di osservare e rispettare la Costituzione. Questi, a nostro parere, commettono un reato solo prestando il giuramento per l’ingresso in massoneria.
Si pensi a tutti i militari. Il giuramento militare recita: “Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservare la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”. Nel codice penale vi è l’art. 266. Istigazione di militari a disobbedire alle leggi, che prevede: “Chiunque istiga i militari a disobbedire alle leggi o a violare il giuramento dato o i doveri della disciplina militare o altri doveri inerenti al proprio stato, ovvero fa a militari l'apologia di fatti contrari alle leggi, al giuramento, alla disciplina o ad altri doveri militari, è punito, per ciò solo, se il fatto non costituisce un più grave delitto, con la reclusione da uno a tre anni”.
E tutti quei fratelli che, pubblici ufficiali, hanno l’obbligo, venuti a conoscenza di un reato, di sporgere denuncia? Il reato poi, permanendo il giuramento e l’affiliazione massonica, è permanente, ovvero non soggetto a prescrizione. Ma anche i massoni che non svolgono una professione soggetta a giuramento, probabilmente commettono un reato. Esiste infatti nel notro ordinamento la figura del concorso morale nel reato. Esiste quindi un reato associativo ai sensi dell’articolo 416 del codice penale. Conoscono il fratello, la professione ed il giuramento fatto. Magari lo presentano, partecipano alla sua iniziazione, sanno che giurando commette un reato, e proprio loro, gli altri fratelli, partecipano e gli danno la sicurezza della copertura a tale reato (un massone può decidere di dire che è massone, ma ha giurato di non fare mai il nome di un altro fratello).
Conclusione. Quanto sino ad ora detto, se poteva essere ignoto ai profani, è perfettamente chiaro e conosciuto ai massoni. Anche quello ai gradi più bassi. Ripeto. Sono sicura che tanti massoni siano brave persone, ma è anche vero tutti hanno accettato di entrare in una associazione ove sapevano perfettamente che non è possibile né cacciare, né denunciare i delinquenti. In una associazione in cui giurano omertà. Se veramente i massoni onesti vogliono essere riconosciuti come tali, e vogliono chiudere le loro porte ai delinquenti, si rifiutino di giurare loro appoggio e protezione. Non ci vuole molto. Basta cambiare una legge. Basta prevedere che il massone, venuto a conoscenza di un reato compiuto da qualsiasi cittadino, massone o no, sia obbligato a denunciarlo alla Procura della Repubblica. Ora ci rivolgiamo, a voi iscritti in massoneria. Voi tutto questo non lo fate; continuate a mantenere leggi che:
- prevedono l’espulsione del fratello che venuto a conoscenza di un reato chiede spiegazioni e dichiara di essere disponibile a collaborare con la Procura della Repubblica per “servire la verità e la giustizia”; - non riconoscono un organo previsto dalla costituzionale - non prevedono mezzi per espellere i delinquenti, così che per voi sia accettabile sedere accanto a ladri, truffatori, assassini, magari chiamandoli “venerabile”
Se continuerete a fare tutto questo, allora vi preghiamo vivamente di non indignarvi per le critiche mosse alla vostra associazione e di mantenere, questa volta si, un decoroso silenzio.
Nota finale. Le sentenze in nostro possesso e citate nel testo dell’articolo sono depositate presso procure e organi di polizia. Verranno mandate scannerizzate a chiunque ne farà richiesta.
[1] L’atto ufficiale della Massoneria moderna si può far coincidere con la fondazione, nel 1717 della Gran Loggia d’Inghilterra, mentre il suo ordinamento fianale risale al 1723 con la pubblicazione delle costituzioni preparate da Anderson[2] Osvald Wirt, La massoneria resa comprensibile ai suoi adepti I l’apprendista, edito da Atanor Roma 1997, pg. 5 [3] Jean Marie Ragon, massoneria occulta ed iniziazione ermetica, edito da atanor 1972, pg. 21 [4] (1809-1901), "Sovrano Gran Comandante del Concilio Supremo del Sud della massoneria Scottish Right" scrisse "Morali e Dogmi dell'Antica e Accettata Scottish Rite della massoneria per il Concilio supremo del 33esimo Grado [5] Serge Raynaud De La Ferriere , il libro nero della framassoneria, edito da Tarantola editore, Lugano pg. 15 [6] che, quindi, nelle logge cristiane è la Bibbia , nelle logge musulmane il Corano, nelle logge braminiche Vedas, nelle logge ebraiche il Pentateuco ebraico, ecc.
Tratto da:http://www.disinformazione.it/
lunedì 10 marzo 2008
AMANTEA: UN ASSEDIO DIMENTICATO
Quando il 27 dicembre 1805 Napoleone Bonaparte, da quel perfetto guerrafondaio che fu, annunziò che la dinastia dei Borbone di Napoli era “incompatibile con la pace dell’Europa”, aveva già pronti i suoi generali per la progettata invasione del Mezzogiorno d’Italia che doveva assicurare un regno al fratello Giuseppe. Naturalmente le collaudatissime Armate di Massena riuscirono a dilagare in poco tempo sino allo stretto antistante la Sicilia, dove s’era ritirato intanto Ferdinando IV con la famiglia. Sul continente restavano solo alcune sacche di resistenza, una delle quali faceva capo ad Amantea, centro che contava poche centinaia di anime. Oggi può apparire persino incredibile che una cittadina tanto piccola abbia saputo prolungare la resistenza ben oltre il limite, consentito dalle modeste opere poliorcetiche costruite a sua difesa. E si stenta quasi a credere che quella che fu sprezzantemente definita una bicoque (bicocca) da Auguste Bigarre, aiutante di campo del suddetto fratello dell’imperatore, sia caduta solamente dopo la resa delle ben più munite fortezze di Gaeta e Civitella del Tronto. Di sicuro l’inopinata sua resistenza fu capace di mandare in bestia i transalpini. La stizza traspare evidente dalle Memoires di Edouard Gachot, imitato in parte da Jacques Rambaud che tentò di ridurne l’epopea a “semplice episodio”, tirando addirittura in ballo l’attenuante della “scarsa efficienza dei mezzi posti in opera dagli assedianti”. Eppure ben altro giudizio aveva espresso il generale Griois, che comandò alla fine del 1806 l’artiglieria di stanza contro Amantea. Egli riconobbe che ad un’eccedenza dei mezzi frances, sistemati in gran numero sulle alture, la città poteva opporre solo “un semplice muro di cinta con un solo bastione… che si prolungava fino al mare”. La sua onestà lo spinse perciò a rendere doverososamente omaggio ai difensori, per la “volontà determinata ed il patriottismo” dimostrati. E a denti stretti pure Rambaud dovette ammettere che quella “energica difesa” degli amanteoti costituì “uno dei più bei serti della loro corona di gloria”. Può quindi affermarsi che vide giusto il calabrese Nicola Misasi quando, all’inizio del XX secolo, paragonò la difesa di Amantea a quella celeberrima di Saragozza, che qualche anno dopo seppe opporsi con altrettanto valore sempre ai francesi. “Perché – si chiedeva allora il romanziere – nessun torto si fece agli Spagnoli del pugnare sotto il vessillo borbonico, come sotto il vessillo borbonico pugnarono i calabresi a Sant’Eufemia e ad Amantea? Perché eroi gli uni e briganti gli altri?”. Parole sacrosante. Come sacrosanto ci pare anche il suo richiamo al fatto che “l’unità d’Italia si farà solo quando ognuno metterà del suo quello che ha nella storia comune”, ponendo una buona volta fine al malvezzo nostrano di offendere sempre le ragioni dei vinti delle guerre civili. E sull’assedio di Amantea gli dette ampia ragione una fonte insospettabile come il colonnello Giuseppe Ferrari, comandante dell’Ufficio storico del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito, che l’8 aprile 1911 dedicò alla vicenda una monografia rimasta ad oggi insuperata per imparzialità e serietà di studi.
In pratica, l’epopea della cittadina iniziò con la vittoriosa sortita, fatta all’inizio di luglio del 1806 dalla flotta anglo-napolitana nel golfo di Sant’Eufemia e culminata nella battaglia di Maida di cui ci siamo occupati su queste colonne in occasione del suo bicentenario. Alcune fregate del convoglio sbarcarono un gruppo di volontari borbonici ad Amantea, subito evacuata dai polacchi del contingente francese che la presidiavano. L’arrivo di capi massa del calibro di Necco di Scalea e Michele Pezza di Itri (Fra Diavolo), che recavano gli aiuti sperati, ebbe l’effetto di portare alle stelle il morale della gente. Venne eletto governatore un patrizio locale, peraltro gradito pure alle corti di Napoli e di Londra, Rodolfo Mirabelli. Parente di un Alessandro Mirabelli, fucilato senza processo poco tempo prima dagli invasori, egli come primo atto di governo volle premiare ogni calabrese che si era distinto combattendo i polacchi in ritirata. Seguì un periodo di relativa calma, durante il quale fu consumata qualche inevitabile rappresaglia nei confronti dei collaborazionisti ad opera degli elementi più violenti scesi in città. Divenuta il fulcro delle insorgenze antifrancesi di quel versante tirrenico, Amantea fu fatta subito oggetto di alcune puntate esplorative del generale Vernier che voleva saggiarne le capacità di reazione. Tornati successivamente in forze, i soldati napoleonici iniziarono le ostilità dopo aver insediato la loro artiglieria sulle alture, per battere meglio le mura, e aver messo un presidio sulla spiaggia, per bloccare i rifornimenti via mare. Tutti gli abitanti collaborarono eroicamente alla difesa, come dimostra l’episodio di Elisabetta Noto che con le sue grida d’allarme sventò un assalto notturno che fu fortunatamente respinto. Visto che non riuscivano a spuntarla nei ripetuti assalti i francesi fecero confluire altre truppe, ma inutilmente. Purtroppo, alla stregua di tutti gli assedi, il trascorrere del tempo giocava contro i difensori. Infatti, come rilevò nel 1984 Ulderico Nisticò nella sua Storia delle Calabrie, “la sola debolezza di Amantea era la penuria dei viveri”. Sintomatico al riguardo è un altro episodio che vide un certo Francesco Secreto detto Gal-gal tuffarsi in mare – si era nel pieno del mese di gennaio! – nella speranza d’ottenere aiuti dalla flotta inglese che veleggiava al largo, ma che invece non si mosse. Tra attacchi e contrattacchi trascorsero altre lunghe settimane, durante le quali i genieri francesi riuscirono a scavare una galleria fino ad uno dei baluardi, dove piazzarono un’enorme mina. Il 5 febbraio 1806 una tremenda esplosione aprì una spaventosa breccia, attraverso la quale gli assedianti dilagarono nella città. La furiosa battaglia, che s’accese tra le macerie anche a colpi di pietre, si concluse il giorno dopo con l’inevitabile atto di resa. Mentre al Mirabelli fu concesso di trasferirsi con la famiglia in Sicilia, non si usarono riguardi per chi venne ritenuto un brigante. Perciò, con questa sbrigativa accusa moltissimi difensori finirono fucilati senza pietà. Secondo un copione già visto a Lauria, “rea” di un’altra stoica resistenza il 7 agosto precedente, anche Amantea venne punita con la perdita delle prerogative di capo-circondario a favore della vicina Paola. In cambio, però, si guadagnò l’ammirazione di Guglielmo Pepe, che aveva scelto di militare tra le schiere degli invasori transalpini. Egli lasciò scritto d’aver assistito a veri “prodigi di valore” compiuti da quei compatrioti che pure aveva tradito. E, avendo constatato che essi erano asserragliati in una “debole cerchia di mura”e che queste ultime erano difese a loro volta da appena quattro cannoni fatiscenti, giunse ad ammettere d’aver provato tutta la vergogna di stare a “combattere nelle fila dello straniero”. Insomma, il classico pianto del coccodrillo…
AMANTEA: UN ASSEDIO DIMENTICATO
Quando il 27 dicembre 1805 Napoleone Bonaparte, da quel perfetto guerrafondaio che fu, annunziò che la dinastia dei Borbone di Napoli era “incompatibile con la pace dell’Europa”, aveva già pronti i suoi generali per la progettata invasione del Mezzogiorno d’Italia che doveva assicurare un regno al fratello Giuseppe. Naturalmente le collaudatissime Armate di Massena riuscirono a dilagare in poco tempo sino allo stretto antistante la Sicilia, dove s’era ritirato intanto Ferdinando IV con la famiglia. Sul continente restavano solo alcune sacche di resistenza, una delle quali faceva capo ad Amantea, centro che contava poche centinaia di anime. Oggi può apparire persino incredibile che una cittadina tanto piccola abbia saputo prolungare la resistenza ben oltre il limite, consentito dalle modeste opere poliorcetiche costruite a sua difesa. E si stenta quasi a credere che quella che fu sprezzantemente definita una bicoque (bicocca) da Auguste Bigarre, aiutante di campo del suddetto fratello dell’imperatore, sia caduta solamente dopo la resa delle ben più munite fortezze di Gaeta e Civitella del Tronto. Di sicuro l’inopinata sua resistenza fu capace di mandare in bestia i transalpini. La stizza traspare evidente dalle Memoires di Edouard Gachot, imitato in parte da Jacques Rambaud che tentò di ridurne l’epopea a “semplice episodio”, tirando addirittura in ballo l’attenuante della “scarsa efficienza dei mezzi posti in opera dagli assedianti”. Eppure ben altro giudizio aveva espresso il generale Griois, che comandò alla fine del 1806 l’artiglieria di stanza contro Amantea. Egli riconobbe che ad un’eccedenza dei mezzi frances, sistemati in gran numero sulle alture, la città poteva opporre solo “un semplice muro di cinta con un solo bastione… che si prolungava fino al mare”. La sua onestà lo spinse perciò a rendere doverososamente omaggio ai difensori, per la “volontà determinata ed il patriottismo” dimostrati. E a denti stretti pure Rambaud dovette ammettere che quella “energica difesa” degli amanteoti costituì “uno dei più bei serti della loro corona di gloria”. Può quindi affermarsi che vide giusto il calabrese Nicola Misasi quando, all’inizio del XX secolo, paragonò la difesa di Amantea a quella celeberrima di Saragozza, che qualche anno dopo seppe opporsi con altrettanto valore sempre ai francesi. “Perché – si chiedeva allora il romanziere – nessun torto si fece agli Spagnoli del pugnare sotto il vessillo borbonico, come sotto il vessillo borbonico pugnarono i calabresi a Sant’Eufemia e ad Amantea? Perché eroi gli uni e briganti gli altri?”. Parole sacrosante. Come sacrosanto ci pare anche il suo richiamo al fatto che “l’unità d’Italia si farà solo quando ognuno metterà del suo quello che ha nella storia comune”, ponendo una buona volta fine al malvezzo nostrano di offendere sempre le ragioni dei vinti delle guerre civili. E sull’assedio di Amantea gli dette ampia ragione una fonte insospettabile come il colonnello Giuseppe Ferrari, comandante dell’Ufficio storico del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito, che l’8 aprile 1911 dedicò alla vicenda una monografia rimasta ad oggi insuperata per imparzialità e serietà di studi.
In pratica, l’epopea della cittadina iniziò con la vittoriosa sortita, fatta all’inizio di luglio del 1806 dalla flotta anglo-napolitana nel golfo di Sant’Eufemia e culminata nella battaglia di Maida di cui ci siamo occupati su queste colonne in occasione del suo bicentenario. Alcune fregate del convoglio sbarcarono un gruppo di volontari borbonici ad Amantea, subito evacuata dai polacchi del contingente francese che la presidiavano. L’arrivo di capi massa del calibro di Necco di Scalea e Michele Pezza di Itri (Fra Diavolo), che recavano gli aiuti sperati, ebbe l’effetto di portare alle stelle il morale della gente. Venne eletto governatore un patrizio locale, peraltro gradito pure alle corti di Napoli e di Londra, Rodolfo Mirabelli. Parente di un Alessandro Mirabelli, fucilato senza processo poco tempo prima dagli invasori, egli come primo atto di governo volle premiare ogni calabrese che si era distinto combattendo i polacchi in ritirata. Seguì un periodo di relativa calma, durante il quale fu consumata qualche inevitabile rappresaglia nei confronti dei collaborazionisti ad opera degli elementi più violenti scesi in città. Divenuta il fulcro delle insorgenze antifrancesi di quel versante tirrenico, Amantea fu fatta subito oggetto di alcune puntate esplorative del generale Vernier che voleva saggiarne le capacità di reazione. Tornati successivamente in forze, i soldati napoleonici iniziarono le ostilità dopo aver insediato la loro artiglieria sulle alture, per battere meglio le mura, e aver messo un presidio sulla spiaggia, per bloccare i rifornimenti via mare. Tutti gli abitanti collaborarono eroicamente alla difesa, come dimostra l’episodio di Elisabetta Noto che con le sue grida d’allarme sventò un assalto notturno che fu fortunatamente respinto. Visto che non riuscivano a spuntarla nei ripetuti assalti i francesi fecero confluire altre truppe, ma inutilmente. Purtroppo, alla stregua di tutti gli assedi, il trascorrere del tempo giocava contro i difensori. Infatti, come rilevò nel 1984 Ulderico Nisticò nella sua Storia delle Calabrie, “la sola debolezza di Amantea era la penuria dei viveri”. Sintomatico al riguardo è un altro episodio che vide un certo Francesco Secreto detto Gal-gal tuffarsi in mare – si era nel pieno del mese di gennaio! – nella speranza d’ottenere aiuti dalla flotta inglese che veleggiava al largo, ma che invece non si mosse. Tra attacchi e contrattacchi trascorsero altre lunghe settimane, durante le quali i genieri francesi riuscirono a scavare una galleria fino ad uno dei baluardi, dove piazzarono un’enorme mina. Il 5 febbraio 1806 una tremenda esplosione aprì una spaventosa breccia, attraverso la quale gli assedianti dilagarono nella città. La furiosa battaglia, che s’accese tra le macerie anche a colpi di pietre, si concluse il giorno dopo con l’inevitabile atto di resa. Mentre al Mirabelli fu concesso di trasferirsi con la famiglia in Sicilia, non si usarono riguardi per chi venne ritenuto un brigante. Perciò, con questa sbrigativa accusa moltissimi difensori finirono fucilati senza pietà. Secondo un copione già visto a Lauria, “rea” di un’altra stoica resistenza il 7 agosto precedente, anche Amantea venne punita con la perdita delle prerogative di capo-circondario a favore della vicina Paola. In cambio, però, si guadagnò l’ammirazione di Guglielmo Pepe, che aveva scelto di militare tra le schiere degli invasori transalpini. Egli lasciò scritto d’aver assistito a veri “prodigi di valore” compiuti da quei compatrioti che pure aveva tradito. E, avendo constatato che essi erano asserragliati in una “debole cerchia di mura”e che queste ultime erano difese a loro volta da appena quattro cannoni fatiscenti, giunse ad ammettere d’aver provato tutta la vergogna di stare a “combattere nelle fila dello straniero”. Insomma, il classico pianto del coccodrillo…
domenica 9 marzo 2008
p.alternativamonarchica@email.it
PARTITO DELLA
Alternativa Monarchica
Reggenza Nazionale P.d.A.M.
Cell. 339 601 7911
COMUNICATO STAMPA
9/03/2008
Oggetto: Casta e pizzo elettorale
Il Partito della Alternativa Monarchica comunica di ritenere che recarsi alle elezioni sia come pagare il pizzo alla “casta”. Solo tramite la scelta del non voto in massa, i cittadini italiani possono dare un forte segnale, percepibile anche a livello internazionale, alla “casta” che, a parer nostro, deve sloggiare perché è la causa principale della rovina totale in cui versa il Paese. Ricordiamo inoltre a tutti gli elettori che, per aggirare il referendum in cui i cittadini si espresso contro i finanziamenti ai partiti, la casta partitocratrica elaborò una legge per cui loro percepiscono finanziamenti in base al numero di cittadini che si recano alle urne (e questo è un extra rispetto ai fiumi di soldi che già si mangiano).
Matteo Cornelius Sullivan
Reggente del Partito della Alternativa Monarchica
Davide Pozzi di S.Sofia
Commissario P.d.A.M. per Pavia e Piacenza
sabato 8 marzo 2008
"FACCIAMO L'UOMO A NOSTRA IMMAGINE E SOMIGLIANZA"
Dolore, dolore, sofferenza. Odio e violenza. Non c'è scampo! Sembra tutto implodere nella morte, in un grigio sciatto. Tutto non ha più senso. perché a volte diciamo così? La vita non ci sorride più? Sarà poi vero? O forse sbagliamo qualcosa? Abbiamo smarrito la chiave della vita e ci siamo chiusi dal di dentro in una stanza buia? Non siamo forse noi che non sorridiamo più alla vita? Ma come si fa a sorridere alla vita? È uno sforzo sovraumano! Non c'è più nulla che faccia sorridere! Non c'è più speranza! Questa è la Croce. La Sua Croce, le nostre croci. Tutti ne abbiamo, per tutti è un'esperienza difficile. Schiaccia e dissangua. Schiaccia e dissangua come ogni sofferenza, dalla più piccola alla più grande, vissuta al di fuori del Mistero Pasquale di Gesù. Gesù nel suo Mistero Pasquale ci ha dato la chiave per aprire la stanza buia in cui c'eravamo cacciati! Il Mistero Pasquale è il mistero di ogni uomo e di ogni donna fino alla fine del mondo. la storia è tutta li. O ci credi e risorgi o rifiuti e soccombi. O percorri la via dell'amore e vivi e vinci e sei nella gioia di chi è realizzato o la vita ti trascina e ti costringe a strapparle rimasugli di gioia pure questi privi di senso.Gesù non era un idealista utopico di quelli che appestano il mondo ma una persona concreta, con un grande senso pratico: è venuto nel mondo per salvarci ma come poteva estirpare il male dal mondo? Il male è troppo radicato nell'uomo, nell'umanità per essere estirpato con la forza, foss'anche quella di un Dio. Comunque sarebbe stata un'azione violenta, avrebbe violentato il cuore dell'uomo, incline ed intriso di male! Ma Dio non è violento è misericordioso! E così ci ha dato la Sua potenza, quella che ci ha mostrato Lui stesso nella Sua Pasqua, quella che ha percorso Lui per primo: la via dell'Amore. E' una via strana, passa senza paura attraverso la morte ed il fallimento e li sconfigge. Ha una potenza sovraumana, trasforma l'odio in amore, la sofferenza in pace, l'ingiustizia in giustizia. Non è una bacchetta magica, neanche una bomba, è un piccolo seme che si getta nel solco dell'umanità, di tutta l'umanità, ogniqualvolta si decida di percorrere la via dell'amore. Ogni qualvolta si accetta la Volontà del Padre. Ogni qualvolta crediamo in questa potenza. E' un seme buono che germina e diventa un albero grande, molto più grande, infinitamente più grande del seme che si è gettato. Un seme piccolo, insignificante: una piccola rinuncia per amore, un sì che costa, il non adirarsi per un nonnulla, il rispettarsi, il dire la verità, il bene dell'altro, degli altri prima del mio, il cedere il posto, il compiere il dovere e rispettare le regole con amore, il rinunciare all'astio, alla vendetta, il non rispondere all'ingiustizia con l'odio, alla menzogna con altra menzogna, all'odio con altro odio, alla violenza con altra violenza. Un seme piccolo, insignificante: il credere che l'amore vince, che la sofferenza e la morte non hanno l'ultima parola, non ce l'hanno più, nel credere che è più bello essere autentici e trovare la pace e Dio nel cuore che sfoggiare apparenza, il credere ad una giustizia superiore e più efficace all'occhio per occhio dente per dente. Un piccolo seme che sa di non cadere invano, che sa, pur piccolo ed insignificante, di essere ascoltato in alto, di essere prezioso, di essere in buone mani, nonostante la tempesta, l'odio, la violenza, il dolore, la sofferenza, il buio della vita, le sue lacrime. Sa bene che il male è inconsistente, è già vinto, tutto è pagato, siamo liberi! Non c'è più da temere. Chi ha fatto tutto questo ha scelto liberamente la Croce, non come noi che nelle croci ci incappiamo volenti o nolenti, Gesù ha scelto la Croce per dirci che se anche noi "scegliamo", accogliamo con Lui le croci, le sofferenze della vita, percorriamo con Lui la Via dell'Amore, come Lui siamo già vincitori, sulla sofferenza e sulla morte. E' solo questione di tempo, dobbiamo solo perseverare, resistere un po'! che cos'è un tempo in confronto all'eternità? E questa eternità la possiamo già vivere, sperimentare, a partire da qui, percorrendo la via dell'amore e diventando nuove creature, piccolo seme ogni giorno che germina portando luce e gioia a noi e all'umanità. E. se ogni dolore, ogni sofferenza umana vissuta con Gesù, con amore, si trasforma in questo prezioso seme che fa fiorire, noi, l'umanità. ecco il prodigio! ecco la vittoria sul male! ecco che anche la sofferenza ha un senso! e diventa persino preziosa. Questa è la Sua resurrezione, queste sono le nostre resurrezioni. Non resta che crederci e sperimentare!1) La "SINTESI" di Mary2) MESSAGIO DI SUA SANTITA' BENEDETTO XVI PER LA QUARESIMA 2008 Quanta gioia nel dare! Nel dare per amore. Le Scritture e le vite dei santi ne parlano e ci affascinano! Nel dare ciò che è superfluo, nel dare ciò che è essenziale; dare noi stessi per amore, solo per amore. Sembra strano ma è uno dei piaceri più grandi e gratificanti della vita, in grado, come per miracolo, di far ricircolare linfa di vita nuova, in arterie di noi, ormai atrofizzate da anni da antichi errori o da mai rimarginate ferite. Il piacere del donare gratuitamente fa parte dei gusti veri e forti della vita, da riscoprire assolutamente, nonostante la riluttanza che si prova all'idea del distacco da qualcosa di noi. Riluttanza dovuta a un sempre forte egoismo che vi è in tutti noi, alimentato senza ritegno da una società dei consumi. Egoismo che va ridimensionato, pena la nostra stessa felicità, la pienezza delle relazioni. La Quaresima è una bella occasione per fare allenamento, un tempo di grazia anche per questo. Un modo per allenare questo gusto del dare per amore è l'elemosina, ma il gusto del dare per amore soprattutto un dono di Dio, vittoria sul nostro egoismo, che si ottiene se con l'elemosina si unisce una richiesta fatta con fede al Signore nella preghiera"Cristo si è fatto povero per voi" (2 Cor 8,9)Ogni anno, la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione per approfondire il senso e il valore del nostro essere cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli. Nel tempo quaresimale la Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera, il digiuno e l'elemosina.L'elemosina, che rappresenta un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi dall'attaccamento ai beni terreni. L'elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo: noi non siamo proprietari bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.Di fronte alle moltitudini che, carenti di tutto, patiscono la fame, acquistano il tono di un forte rimprovero le parole di san Giovanni: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l'amore di Dio?" (1 Gv 3,17). Soccorrerle è un dovere di giustizia prima ancora che un atto di carità.Il Vangelo pone in luce una caratteristica tipica dell'elemosina cristiana: deve essere nascosta. "Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra", dice Gesù, "perché la tua elemosina resti segreta" (Mt 6,3-4). Se nel compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto ad un ritorno di interesse personale o semplicemente di plauso, ci poniamo fuori dell'ottica evangelica. Nella moderna società dell'immagine occorre vigilare attentamente, poiché questa tentazione è ricorrente. L'elemosina evangelica non è semplice filantropia: è piuttosto un'espressione concreta della carità, virtù teologale che esige l'interiore conversione all'amore di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi. Come non ringraziare Dio per le tante persone che nel silenzio, lontano dai riflettori della società mediatica, compiono con questo spirito azioni generose di sostegno al prossimo in difficoltà?Quando agiamo con amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i fratelli (cfr 2 Cor 5,15). Ogni volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene dall'amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e di gioia. Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia. L'elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i fratelli.L'elemosina educa alla generosità dell'amore. San Giuseppe Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: "Non contate mai le monete che date, perché io dico sempre così: se nel fare l'elemosina la mano sinistra non ha da sapere ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò che fa essa medesima" (Detti e pensieri, Edilibri, n. 201). Al riguardo, è quanto mai significativo l'episodio evangelico della vedova che, nella sua miseria, getta nel tesoro del tempio "tutto quanto aveva per vivere" (Mc 12,44). La sua piccola e insignificante moneta diviene un simbolo eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo, non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa.Questo episodio commovente si trova inserito nella descrizione dei giorni che precedono immediatamente la passione e morte di Gesù, il quale, come nota san Paolo, si è fatto povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9); ha dato tutto se stesso per noi. Alla sua scuola possiamo imparare a fare della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò che possediamo, bensì noi stessi. Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le leggi dell'esistenza, ma l'amore. Ciò che dà valore all'elemosina è dunque l'amore, che ispira forme diverse di dono, secondo le possibilità e le condizioni di ciascuno.Cari fratelli e sorelle, la Quaresima ci invita ad "allenarci" spiritualmente, anche mediante la pratica dell'elemosina, per crescere nella carità e riconoscere nei poveri Cristo stesso. Con l'elemosina regaliamo qualcosa di materiale, segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri con l'annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui nome c'è la vita vera. Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti a condurre il "combattimento spirituale" della Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della pratica dell'elemosina, per giungere alle celebrazioni delle Feste pasquali rinnovati nello spirito.3) Parola di vita di Marzo 2008 a cura di Chiara Lubich"Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera" (Gv 4, 34).Fare la volontà di Dio è cibo? Come può essere? Ma cos'è il cibo? Il cibo, preso in compagnia non è forse un qualcosa che dà gioia, pace, felicità, piacere, sazietà, riposo? Ecco che chi sperimenta nella propria vita il "fare la volontà di Dio", sperimenta proprio queste sensazioni! Perché? Perché fare la volontà di Dio, come il cibo buono, è come assimilare, trasformare nella propria essenza più vera la vita. E che prodigio è questo?! Prodigio di un Dio che ha fatto bene tutte le cose e che ci ha creati per la felicità piena, ognuno come fosse unico! Tassello di un mosaico, che è la strabiliante opera della creazione, in cui ognuno è parte essenziale e importante; ognuno è parte di una bellezza più grande, che a volte non si comprende. Per questo non è scontato fare la volontà di Dio, ci va la nostra volontà, il nostro impegno, un po' di allenamento. Merita un po' di tempo? Facciamo tante cose per il gusto pieno della vita che a volte non fanno altro che appesantirci, perché non provare una cosa nuova e registrare nel cuore le sensazioni che si provano? Basta volerlo!Di cibo si ha bisogno ogni giorno per mantenersi in vita. Gesù non lo nega. E qui parla proprio di cibo, quindi della sua naturale necessità, ma lo fa per affermare l'esistenza e l'esigenza di un altro cibo, di un cibo più importante, di cui Egli non può fare a meno.Gesù è disceso dal Cielo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato e compiere la sua opera. Non ha pensieri e progetti suoi ma quelli del Padre suo, le parole che dice e le opere che compie sono quelle del Padre; non fa la propria volontà ma quella di Colui che lo ha mandato. Questa è la vita di Gesù. Attuare ciò sazia la sua fame. Così facendo, si nutre.La piena adesione alla volontà del Padre caratterizza tutta la sua vita, fino alla morte di croce, dove porterà veramente a termine l'opera che il Padre gli ha affidato.Gesù considera suo cibo fare la volontà del Padre, perché, attuandola, "assimilandola", "mangiandola", identificandosi con essa, da essa riceve la Vita.E qual è la volontà del Padre, l'opera sua, che Gesù deve portare a compimento?E' dare all'uomo la salvezza, dargli la Vita che non muore.Possiamo vivere anche noi questa Parola così tipica di Gesù, sì da riflettere in modo tutto particolare il suo essere, la sua missione, il suo zelo?Certamente! Occorrerà vivere anche noi il nostro essere figli del Padre per la Vita che Cristo ci ha comunicato, e nutrire così la nostra vita della sua volontà.Lo possiamo fare adempiendo momento per momento ciò che Lui vuole da noi, compiendolo in modo perfetto, come non avessimo altro da fare. Dio, infatti, non vuole di più.Cibiamoci allora di ciò che Dio vuole da noi attimo dopo attimo e sperimenteremo che fare in questo modo ci sazia: ci dà pace, gioia, felicità, ci dà un anticipo - non è esagerato dirlo - di beatitudine.4) Meditazione: "Riscoprire il primo amore" a cura dei CarmelitaniSolennità delle Palme di domenica 16 marzo 2008Ma che cosa dicono a noi gli avvenimenti di un profeta torturato e ucciso barbaramente 2000 anni fa? Apparentemente niente, eppure, questi avvenimenti, nella loro assurdità hanno varcato la storia e sono giunti intatti e vivi fino ad oggi. Perché? Perché proprio questo avvenimento? Di crudeltà la storia dell'umanità è piena e presto si dimentica, troppo presto. Ma questo avvenimento no! Non sarà perché dietro c'è qualcosa di più che tocca ogni vita umana? Che è una via? Una via nuova? Una via nuova per rinascere nuove creature in una storia, quella umana, nata vecchia e ripetitiva, intrisa di violenze, omicidi ed inganni fino dalla sua origine. Si, è la via nuova dell'amore! Via che porta alla vita eterna ed alla resurrezione, ad essere qui ora nuove creature. Creature che vivono in pienezza, nella gioia nella potenza di Dio, qui ed ora! Creature che vincono il mondo. non si fanno vincere dalle solite cose vecchie e brutte del mondo, ma le vincono creandone di nuove. Dal di dentro. Senza violenza, ma con forza. La forza debole di un Dio, che ha scelto la via dell'amore ad ogni costo. Ed il costo per Lui è stato elevatissimo. E' per noi, che Lui ha aperto la via. Non resta che percorrerla, è la via dell'amore aperta per noi. Con Lui sarà facile, e scoprirai una nuova vita, la gioia vera, la vittoria vera, la potenza di Dio, la potenza dell'amore. la vita eterna!Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l'hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.La Settimana Santa, settimana diversa dalle altre: siamo di fronte al mistero più profondo della nostra fede, di fronte alla suprema rivelazione dell'amore di Dio che si è manifestato in Gesù (Rom 8,38-39).Nell'Antico Testamento, in epoche di crisi, il popolo ritornava a meditare ed a rileggere l'Esodo. Nel Nuovo Testamento ritorniamo all'esodo rappresentato dalla passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Per le Comunità cristiane di tutti i tempi, la narrazione della passione, della morte e della risurrezione di Gesù è la fonte dove rinnoviamo la fede, la speranza e l'amore.Nella Settimana Santa, durante la lettura della Passione e Morte di Gesù, non conviene un atteggiamento di ricerca e di investigazione razionale. Conviene fare silenzio. Leggere diverse volte il testo Evangelico, avendo come guida unica i brevi titoli che cercano di essere una chiave per aiutare a sentire il testo ed a sperimentare di nuovo l'amore di Dio che si rivela negli atteggiamenti di Gesù dinanzi a coloro che lo prendono, lo insultano, lo torturano e lo uccidono. Nel corso della lettura, non pensiamo solo a Gesù, ma anche ai milioni e milioni di esseri umani che oggi sono in carcere, torturati, insultati ed uccisi.La Morte di Gesù: da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fa buio totale su tutta la terra. Perfino la natura sente l'effetto dell'agonia e della morte di Gesù! Appeso alla croce, privo di tutto, esce dalla sua bocca un lamento: "Eli! Eli! Lama Sabactani?" Cioè: "Dio mio! Dio mio! Perché mi hai abbandonato?" E' la prima frase del Salmo 22(21). Gesù entra nella morte, pregando, esprimendo l'abbandono che sente. Prega in ebraico. Appeso alla croce, Gesù si trova in un isolamento totale. Anche se avesse voluto parlare con qualcuno, non gli sarebbe stato possibile. Rimase completamente solo: Giuda lo tradì, Pietro lo rinnegò, i discepoli fuggirono, le amiche stavano sicuramente lontano (v.55), le autorità lo schernirono, i passanti lo insultarono, Dio stesso lo abbandona, e neanche la lingua serve per comunicare. E' stato questo il prezzo che ha pagato per la fedeltà alla sua opzione di seguire sempre il cammino dell'amore e del servizio per redimere i suoi fratelli. Lui stesso dice: "Il Figlio dell'Uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e per dare la sua vita in riscatto a favore di molti" (Mt 20,28). In mezzo all'abbandono ed all'oscurità, Gesù lancia un forte grido e spira. Muore lanciando il grido dei poveri, perché sa che Dio ascolta il clamore del povero (Es 2,24; 3,7; 22,22.26 etc). Con questa fede, Gesù entra nella morte, sicuro di essere ascoltato. La lettera agli Ebrei commenta: "Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà" (Eb 5,7). Dio ascoltò il grido di Gesù e "lo esaltò" (Fil 2,9). La risurrezione è la risposta di Dio alla preghiera ed al dono che Gesù fa della sua vita. Con la risurrezione di Gesù, il Padre annuncia al mondo intero questa Buona Novella: Chi vive la vita come Gesù servendo i fratelli, è vittorioso e vivrà per sempre, anche se muore ed anche se lo uccidono! E' questa la Buona Novella del Regno che nasce dalla croce!Sul Calvario, siamo davanti ad un essere umano torturato, escluso dalla società, completamente isolato, condannato come eretico e sovversivo dal tribunale civile, militare e religioso. Ai piedi della croce, le autorità religiose confermano per l'ultima volta, che si tratta veramente di un ribelle fallito, e lo rinnegano pubblicamente (Mt 27,41-43). Ed in questa ora di morte rinasce un significato nuovo. L'identità di Gesù viene rivelata da un pagano: "Veramente costui era Figlio di Dio!" (Mt 27,54). D'ora in poi, se tu vuoi incontrare veramente il Figlio di Dio non cercarlo in alto, nel cielo lontano, né nel Tempio il cui velo si squarciò, ma cercalo accanto a te, nell'essere umano escluso, sfigurato, senza bellezza. Cercalo in coloro che, come Gesù, danno la loro vita per i fratelli. E' lì che Dio si nasconde e si rivela, ed è lì che possiamo incontrarlo. Lì si trova l'immagine sfigurata di Dio, del Figlio di Dio, dei figli di Dio. "Non c'è prova d'amore più grande che dare la vita per i fratelli!"Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa' che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa' che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen5) SPECIALE * Veglia Pasquale * Oscar Romero Che commuovente sentire parlare di Pasqua, di giustizia, di vittoria sulla violenza e sull'odio attraverso l'amore da Monsignor Oscar Romero, martire! Sentire parlare di Chiesa che dispensa ai cuori ed ai popoli la chiave della vita, la vittoria sulla tristezza e sulla morte, da chi ha amato fino a morire. Ha amato il suo popolo, la sua gente, ha cercato in tutti i modi di strappare i poveri ed i piccoli dall'inganno di una vita senza la Sapienza di Gesù, dall'inganno di una giustizia ottenuta attraverso la violenza. Monsignor Oscar Romero è il volto materno della chiesa, quello vero, quello che dà la vita per amore, che percorre fino in fondo la via dell'amore, ad ogni costo, come Gesù il suo Sposo. La percorre fino in fondo perché sa che la sua corsa non sarà vana, il suo non è idealismo utopico e sognatore, il suo sacrificio non sarà inutile ma vince le perversioni del mondo, le sue ingiustizie, le sue violenze più di tutti gli eserciti schierati. E la sua vita non andrà perduta, ma sarà preziosa, infinitamente preziosa agli occhi di Dio che non la lascerà nel sepolcro in eterno. Ogni parola di Monsignor Oscar Romero ha l'autorevolezza di una parola vissuta, incarnata! Così ognuno di noi, accompagnato nella via dell'amore dalla Chiesa che ha anche e soprattutto il volto d'amore di Oscar e di coloro che hanno seguito senza compromessi il Maestro, diventa gemma preziosa, luminosa, radiosa agli occhi di Dio. Che Dio non tarderà a soccorrere in tempo buoi ed ascolterà ed esaudirà come figlio amato.. Il triduo pasquale ci fa rivivere questo mistero, non perdiamocelo, ci aspetta in ogni comunità Cristiana!!!!La Parola di Dio che si rifà sino alle origini del mondo nella prima lettura della Genesi e che ha ripercorso alcuni capitoli della storia di salvezza, sta per culminare nel fatto che stiamo commemorando questa notte: la resurrezione del Signore.Però non terminò tutto 20 secoli fa, infatti l'ultimo capitolo lo stiamo scrivendo qui noi. Per questo, la mia povera parola incorporandosi alle letture della Parola di Dio, è per dire a voi e a me stesso, come ci ama il Signore.Dall'origine dell'uomo: "facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza", quello stesso uomo, non seppe mantenere la sua dignità, ma offendendo Dio, con il peccato, sfigurò la propria immagine di Dio. Il Figlio divino venne a ripararla ed è già compiuta l'opera della riparazione.Questa notte chiudiamo solennemente il Triduo Pasquale. Tre giorni, i più grandi dell'anno, che sono serviti per considerare i tre aspetti della nostra redenzione: la sofferenza, la passione del Redentore il Venerdì Santo; il silenzio della tomba dove giaceva il cadavere di Cristo, la speranza del sepolcro; e questa notte, il trionfo della resurrezione. Queste tre cose: la passione dolorosa, il sepolcro e la resurrezione, sono ciò che costituisce il mistero Pasquale.Non servirebbe a nulla tutto questo episodio della vita di Cristo, decisivo per la storia, se ognuno di noi non lo facesse proprio. Questo è il significato di questa notte: che quella passione dolorosa, quella fremente attesa del sepolcro e quel trionfo che stiamo commemorando questa notte, si faccia nostro, tutto ciò per mezzo del battesimo.IL VENERDÌ SANTO: La passione dolorosa di Cristo, la sua sofferenza. L'uomo di oggi fugge il dolore, non vuole la sofferenza e, senz'altro, nessuno come l'uomo di oggi è così convinto che la morte, il dolore siano invincibili; per quanto si possano inventare medicine, prevenzioni contro la sofferenza e contro il dolore, quest'ultimo sta regnando e la sofferenza è eredità dell'uomo, che lo si voglia o no. Quindi, il segreto sta nel dar senso a questo dolore.Questa notte possiamo offrirla al Divino risorto, incorporando nelle sue piaghe gloriose, tutta la nostra sofferenza. Chi di noi, non ha sofferenze? Quale cristiano non ha un problema nella sua coscienza? In questa notte Cristo c'invita ad unire nel suo dolore, alla sua croce, tutti i dolori per renderli divini, per illuminarli con la luce della Pasqua, per riempirli di Speranza. Una notte, fratelli e sorelle, in cui il miglior regalo che gli possiamo portare al Risorto è la nostra propria sofferenza, perché unita alla sua resurrezione si converta in un dolore di redenzione.IL SEPOLCRO SILENZIOSO MA NON PASSIVO: Il secondo aspetto della Pasqua è il sepolcro del Sabato Santo. Sepolcro silenzioso ma non passivo, perché la nostra fede ci dice che mente il corpo di Cristo trascorse nel suo sepolcro dal Venerdì Santo pomeriggio fino all'alba di questa notte, l'anima benedetta di Cristo stava lavorando. Era Domenica delle Palme dall'altra parte della storia: Cristo passò dal tunnel della morte dolorosa e la sua anima s'incontra con quelle dei beati dell'Antico Testamento: Adamo ed Eva, Abramo, Davide, i patriarchi, i profeti e tutti i santi che vissero prima di Cristo e che non potevano entrare in cielo perché chiuso, a causa del peccato dell'uomo; questo cielo adesso si è gia aperto. Proprio questo Cristo scende, come dice il nostro Credo: "discese agli inferi". È come dire, discese in luoghi di morte ed essi si riempirono di luce. Cristo è venuto a redimere tutti gli uomini, non solamente quelli che rinasceranno dopo di Lui, ma anche quelli che vissero prima, nella speranza di una Resurrezione. Il sepolcro silenzioso è la figura della nostra speranza. Qui in questa notte pasquale, questo sepolcro si trasforma in una tomba vuota ed è il miglior monumento alla speranza dei cristiani. Lui, sì, ha trionfato pienamente ma il genere umano deve vivere ancora di speranza. La speranza ci è necessaria!Fratelli, in queste ore in cui ci pare di vivere la storia come in una strada buia senza vie di uscita, la speranza illumina l'orizzonte dei cristiani. Il sepolcro di Cristo, dove sembrava che i nemici del Signore suggellassero la loro vittoria, ora, questa notte, rotte le catene ed i sigilli che avevano posto i nemici, grida: "Oh morte! Dov'è questa tua vittoria?"È urgente alimentare questa speranza, soprattutto in queste ore, fratelli, in cui molti pensano di dare una soluzione ai problemi politici, sociali ed economici unicamente organizzando la terra, solo con misure terreni. La redenzione ci comunica che la vera liberazione dell'uomo dev'essere il frutto di un Cristo trionfante e della Speranza che in Lui pongono gli uomini. Quanto più gravi sono i nostri problemi, tanto maggiori opportunità stiamo dando al redentore, tanto più grande dev'essere la nostra speranza. È una notte di Speranza, una notte di Pasqua, una notte di un sepolcro vuoto. IL TRIONFO: E ora dunque, fratelli, la terza fase della Pasqua: il trionfo.Questa è una notte di trionfo, una notte di vittoria. Ma non una vittoria che lascia schiacciati nell'odio, nel sangue, in mano ai nemici. Le vittorie che si conquistano con il sangue sono odiose; le vittorie che si ottengono con la forza bruta, sono animalesche; la vittoria che trionfa è quello della fede, la vittoria del Cristo che non venne ad essere servito ma a servire. Ed il trionfo del suo amore è questo trionfo pacifico (il trionfo della morte non fu definitivo) è il trionfo della vita sulla morte, il trionfo dell'allegria, il trionfo degli alleluia, il trionfo della resurrezione del Signore.Questa notte noi cristiani che andiamo a rinnovare il nostro battesimo sappiamo che la vittoria ha sia un margine di speranza, sia passa sopra il mondo la sua bandiera di sofferenza, morte, dolore e peccato. Non è che la morte e la resurrezione di Cristo siano fallite a causa della malvagità degli uomini; quello che accade è che questa è l'ora della Chiesa. Dalla resurrezione di Cristo fino alla sua seconda venuta, quanti secoli passeranno? Non lo sappiamo, ma se sappiamo che con la resurrezione di Cristo si è già siglata la vittoria sul peccato, sopra l'inferno, sopra la morte; e che Dio ha incaricato la sua Chiesa l'amministrazione della sua vittoria nel cuore di ogni uomo. Da qui parte il lavoro faticoso dell'evangelizzazione, la fatica di riconciliare gli uomini con Dio, la fatica di portare il sangue di Cristo a tutti, la fatica di seminare l'amore del Signore sopra tutti gli odi, la fatica di seminare la pace fra i popoli, la giustizia nelle relazioni umane, il rispetto ai diritti degli uomini che santificarono la redenzione del Signor.Questa notte è l'immagine della Chiesa in attesa dell'alba. Avete sentito nella preghiera pasquale quando si cantava la gloria di questo bellissimo cero, di questa grossa candela con una croce di gloria, acceso nel mezzo di questa assemblea. Questo cero è la figura di Cristo, è la Chiesa che illumina la notte con la luce di Cristo. Nella figura della Chiesa, mentre è notte essa arde aspettando la luce del mattino. Cristo che tornerà, il risorto che ancora non vediamo nello splendore della sua gloria ma che già, attraverso la sua Chiesa, predica, perdona, santifica, guida le anime di coloro che si lasciano guidare da lui.Questa notte non solo è splendida, perché Cristo è risorto, sul dolore e sulla tomba ma anche perché questa tomba, questo dolore, questa vittoria si sono fatte nostre, grazie al battesimo che Cristo inventò affinché ogni uomo che nasce dalla carne, per mezzo del battesimo sia incorporato a lui, sia figlio della redenzione, sia candidato alla gloria della vittoria ultima.6) La Passione di Gesù Celebrazione della passione del Signore di Padre Raniero Cantalamessa OFM Cap. Ancora oggi questa pagina del Vangelo è vera, molto vera. C'è chi vive di testa e si rompe la testa e chi vive di cuore e il mondo non lo spaventa. E' una pagina molto realista: c'è chi scrive i Vangeli e chi li vive. C'è chi veniva servito (dalle donne) per consentirgli di imparare il Vangelo e chi il Vangelo lo viveva già senza bisogno di essere messo nelle migliori condizioni per ascoltare e assimilare. Assimilare con la testa! Ma il Vangelo non è una questione di testa, le donne evangeliche lo dimostrano: non hanno paura, hanno certezze. Certezze, di un cuore che di fronte alla morte e al fallimento non si fermano. Solo le donne erano certe della Resurrezione e non si davano pace, perché avevano capito il Vangelo della via d'amore. l'unica via che non si ferma di fronte alla morte al fallimento. L'unica via che dà la vera gioia, la vera vittoria. Le donne ci hanno creduto perché il loro cuore era pieno d'amore e l'amore è l'essenza di Dio, il significato del Vangelo ed il senso di ogni vita umana. La vera intelligenza è l'amore, perché va all'essenza delle cose. Perché allora non fare qualche sforzo per sviluppare l'amore? Se si trascura il cuore, si rischia di vivacchiare come con un arto atrofizzato, chiedendoci mille volte il perché di una incomprensibile infelicità di fondo. La sola pienezza è dall'amore, lo gioia vera è dall'amore. La via dell'amore è nella Vita e nelle Parole di Gesù."Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala" (Gv 19, 25). Per una volta lasciamo da parte Maria, sua Madre. La sua presenza sul Calvario non ha bisogno di spiegazioni. Era "sua madre" e questo spiega tutto; le madri non abbandonano un figlio, neppure condannato a morte. Ma perché erano lì le altre donne? Chi erano e quante erano?I Vangeli riferiscono il nome di alcune di esse: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, Salòme, madre dei figli di Zebedeo, una certa Giovanna e una certa Susanna (Lc 8, 3). Esse avevano seguito Gesù dalla Galilea; lo avevano affiancato, piangendo, nel viaggio al Calvario (Lc 23, 27-28), sul Golgota erano state ad osservare "da lontano" (cioè dalla distanza minima loro consentita) e di lì a poco lo accompagnano, mestamente, al sepolcro, con Giuseppe di Arimatea (Lc 23, 55).Questo fatto è troppo accertato e troppo straordinario per passarvi sopra in fretta. Le chiamiamo, con una certa condiscendenza maschile, "le pie donne", ma esse sono ben più che "pie donne", sono altrettante "Madri Coraggio"! Hanno sfidato il pericolo che c'era nel mostrarsi così apertamente in favore di un condannato a morte. Gesù aveva detto: "Beato chi non si sarà scandalizzato di me" (Lc 7, 23). Queste donne sono le uniche che non si sono scandalizzate di lui.Si discute animatamente da qualche tempo chi fu a volere la morte di Gesù: se i capi ebrei, o Pilato, o entrambi. Una cosa è certa in ogni caso: furono degli uomini, non delle donne. Certo, Gesù morì anche per i peccati delle donne, ma storicamente esse solo possono dire in verità: "Noi siamo innocenti del sangue di costui!" (Mt 27, 24).Questo è uno dei segni più certi dell'onestà e dell'attendibilità storica dei Vangeli: la figura meschina che fanno in essi gli autori e gli ispiratori dei Vangeli e la figura meravigliosa che vi fanno fare a delle donne. Chi avrebbe permesso che fosse conservata, a imperitura memoria, la storia ignominiosa della propria paura, fuga, rinnegamento, aggravata in più dal confronto con la condotta così diversa di alcune povere donne, chi, ripeto, avrebbe permesso ciò, se non vi fosse stato costretto dalla fedeltà a una storia che appariva ormai infinitamente più grande della propria miseria? Ci si è sempre chiesti come mai le "pie donne" sono le prime a vedere il Risorto e ad esse viene dato l'incarico di annunciarlo agli apostoli. Questo era il modo più sicuro per rendere la risurrezione poco credibile. La testimonianza di una donna non aveva alcun peso in giudizio. Le donne sono state le prime a vederlo risorto perché erano state le ultime ad abbandonarlo da morto e anche dopo la morte venivano a portare aromi al suo sepolcro (Mc 16, 1).Dobbiamo chiederci il perché di questo fatto: perché le donne hanno resistito allo scandalo della croce? Perché gli sono rimaste vicine quando tutto sembrava finito e anche i suoi discepoli più intimi lo avevano abbandonato e stavano organizzando il ritorno a casa?La risposta l'ha data in anticipo Gesù, quando rispondendo a Simone, disse, della peccatrice che gli aveva lavato e baciato i piedi: "Ha molto amato!" (Lc 7, 47). Le donne avevano seguito Gesù per lui stesso, per gratitudine del bene da lui ricevuto, non per la speranza di far carriera al suo seguito. Ad esse non erano stati promessi "dodici troni", né esse avevano chiesto di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nel suo regno. Lo seguivano, è scritto, "per servirlo" (Lc 8, 3; Mt 27, 55); erano le uniche, dopo Maria la Madre, ad avere assimilato lo spirito del Vangelo. Avevano seguito le ragioni del cuore e queste non le avevano ingannate.In ciò la loro presenza accanto al Crocifisso e al Risorto contiene un insegnamento vitale per noi oggi. La nostra civiltà, dominata dalla tecnica, ha bisogno di un cuore perché l'uomo possa sopravvivere in essa, senza disumanizzarsi del tutto. Dobbiamo dare più spazio alle "ragioni del cuore", se vogliamo evitare che, mentre si surriscalda fisicamente, il nostro pianeta ripiombi spiritualmente in un'era glaciale. La grande crisi di fede nel mondo d'oggi è che non si ascoltano le ragioni del cuore, ma solo quelle contorte della mente.Al potenziamento dell'intelligenza e delle possibilità conoscitive dell'uomo, non va di pari passo, purtroppo, il potenziamento della sua capacità d'amore. Quest'ultima, anzi, sembra che non conti nulla, mentre sappiamo che la felicità o l'infelicità non dipende tanto dal conoscere o non conoscere, quanto dall'amare o non amare, dall'essere amato o non essere amato. Non è difficile capire perché siamo così ansiosi di accrescere le nostre conoscenze e così poco di accrescere la nostra capacità di amare: la conoscenza si traduce automaticamente in potere, l'amore in servizio.Una delle moderne idolatrie è l'idolatria dell'"IQ", del "quoziente di intelligenza". Si sono messi a punto numerosi metodi di misurazione. Ma chi si preoccupa di tener conto anche del "quoziente di cuore"? Eppure solo l'amore redime e salva mentre la scienza e la sete di conoscenza, da sole, possono portare alla dannazione.Da ogni parte emerge l'esigenza di fare più spazio alla donna. Noi non crediamo che "l'eterno femminino ci salverà" (4). L'esperienza quotidiana dimostra che la donna può "sollevarci in alto", ma può anche farci precipitare in basso. Anch'essa ha bisogno di essere salvata da Cristo. Ma è certo che, una volta redenta da lui e "liberata", sul piano umano, da antiche soggezioni, essa può contribuire a salvare la nostra società da alcuni mali inveterati che la minacciano: violenza, volontà di potenza, aridità spirituale, disprezzo della vita...Come dobbiamo essere grati alle "pie donne"! Lungo il viaggio al Calvario, il loro singhiozzare fu l'unico suono amico che giunse agli orecchi del Salvatore; mentre pendeva dalla croce, i loro "sguardi" furono gli unici a posarsi con amore e compassione su di lui. Sono eredi delle "pie donne" le tante donne, religiose e laiche, che stanno oggi a fianco dei poveri, dei malati di Aids, dei carcerati, dei reietti d'ogni specie della società. Ad esse - credenti o non credenti - Cristo ripete: "L'avete fatto a me" (Mt 25, 40).Non solo per il ruolo svolto nella passione, ma anche per quello svolto nella risurrezione le pie donne sono di esempio alle donne cristiane di oggi. Nella Bibbia si incontra da un capo all'altro l'imperativo "va!" o "andate!", cioè degli invii da parte di Dio. È la parola rivolta ad Abramo, a Mosè ("Va', Mosè, nella terra d'Egitto"), ai profeti, agli apostoli: "Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura".Sono, ahimé, tutti inviti indirizzati a degli uomini. C'è un solo "andate!" indirizzato a delle donne, quello rivolto alle mirofore (ndr: portatrici di aromi) il mattino di Pasqua: "Allora Gesù disse loro: "Andate ed annunziate ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno"" (Mt 28, 10). Con queste parole le costituiva prime testimoni della risurrezione, "maestre dei maestri" come le chiama un autore antico (9)."Abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli" (Mt 28, 8). Donne cristiane, continuate a portare ai successori degli apostoli, a noi sacerdoti loro collaboratori, il lieto annuncio: "Il Maestro è vivo! È risorto! Vi precede in Galilea, cioè dovunque andiate! Non abbiate paura".7) San Casimiro: il principe di pace San Casimiro esercitò il suo potere in modo efficace percorrendo la via dell'amore. Non si diede a compromessi e credette che il Vangelo potesse dare la chiave del buon governo. E così fu, fu Principe di pace e di Giustizia, amato ed efficace nel suo governo. Solo apparentemente schivo, quasi claustrale, egli era nel cuore del mondo, perché chi percorre la via dell'amore è nel cuore del mondo. Solo apparentemente morto prematuro, con poco tempo per fare grandi cose: chi vive la via dell'amore è efficace ed ogni sua azione va a buon fine, lascia un segno indelebile nella storia umana. Casimiro pregava molto e pregando era unito a Gesù suo e nostro Maestro, era unito a Dio e così esercitava il suo potere con il potere conferitogli da Dio stesso. In ogni sua necessità era assistito, mai abbandonato da Dio che disponeva le cose al meglio perché Casimiro non aveva altro desiderio che percorrere la via dell'amore fino in fondo.Ricordati il 4 Marzo Cracovia, Polonia, 3 ottobre 1458 Grodno, Lituania, 4 marzo 1484 Nasce a Cracovia, nel 1458. Figlio del re di Polonia, appartenente alla dinastia degli Jagelloni, di origine lituana. Quando gli Ungheresi si ribellarono al loro re, Mattia Corvino, e offrirono al tredicenne principe Casimiro la corona, questi vi rinunciò appena seppe che il papa si era dichiarato contrario alla deposizione del regnante. Impegnato in una politica di espansione, re Casimiro IV (1440-1492) diede al terzogenito l'incarico di reggente di Polonia e il principe, minato dalla tubercolosi, svolse il compito senza lasciarsi irretire dalle seduzioni del potere. Non si piegò alle ragioni di Stato quando gli venne proposto dal padre il matrimonio con la figlia di Federico III, per allargare i già estesi confini del regno. Il principe Casimiro non voleva venir meno al suo ideale ascetico di purezza per vantaggi materiali cui non ambiva. Di straordinaria bellezza, ammirato e corteggiato, Casimiro aveva riservato il suo cuore alla Vergine. Si spegne a 25 anni a Grodno (in Lituania) il 4 marzo 1484. Nel 1521 papa Leone X lo dichiarò patrono della Polonia e della Lituania. (Avvenire) Bizantini di cultura, i fratelli Cirillo e Metodio seppero farsi apostoli degli Slavi nel pieno senso della parola. La separazione dalla patria che Dio talvolta esige dagli uominiLa carità quasi incredibile, certamente non simulata ma sincera, di cui ardeva verso Dio onnipotente per opera di quello Spirito divino, era talmente diffusa nel cuore di Casimiro, tanto traboccava e dalle profondità del cuore tanto si riversava sul prossimo, che nulla gli era più gradito, nulla più desiderato che donare ai poveri di Cristo, ai pellegrini, ai malati, ai prigionieri, ai perseguitati non solo i propri beni, ma tutto se stesso.Per le vedove, gli orfani, gli oppressi fu non solo un protettore, non solo un difensore, ma un padre, un figlio, un fratello. E qui sarebbe necessario scrivere una lunga storia se si volessero descrivere i singoli atti di carità e di grande amore che in lui fiorirono verso Dio e verso gli uomini. In che misura poi egli praticò la giustizia e abbracciò la temperanza, di quanta prudenza fu dotato e da quale fortezza e costanza d'animo fu sostenuto, soprattutto in quell'età più libera nella quale gli uomini di solito sono più sconsiderati e per natura più inclini al male, é difficile dire o pensare.Ogni giorno persuadeva il padre a praticare la giustizia nel governo del regno e dei popoli a lui sottomessi. E mai tralasciò di riprendere con umiltà il re se talvolta, per incuria o per debolezza umana, qualcosa veniva trascurato nel governo. Difendeva ed abbracciava come sue le cause dei poveri e dei miserabili, per cui dal popolo veniva chiamato difensore dei poveri. E benché fosse figlio del re e nobile per la dignità della nascita, mai si mostrava superiore nel tratto e nella conversazione con qualsiasi persona, per quanto umile e di bassa condizione. Volle sempre essere considerato fra i miti ed i poveri di spirito, ai quali appartiene il regno dei cieli, piuttosto che fra i potenti e i grandi di questo secolo. Non desiderò il supremo potere, né mai lo volle accettare quando gli fu offerto dal padre, temendo che il suo animo fosse ferito dagli stimoli delle ricchezze, che il nostro Signore Gesù Cristo ha chiamato spine, o fosse contaminato dal contagio delle cose terrene.8) La PREGHIERA. di San Giovanni di Dio.L'amore per i poveri, i malati i piccoli è via di incontro con Gesù! San Giovanni di Dio l'ha scoperto dopo lungo peregrinare. Gesù è vicino a noi nei poveri, negli ultimi ancora oggi. Perché? Perché Lui stesso dice "qualunque cosa l'avrete fatta ad uno di questi piccoli l'avrete fatta a me!". A me? Al Maestro? Al Re dell'Universo che assume le sembianze di un cencioso, di un malato? Perché? Per farci uscire dal guscio del nostro individualismo, del nostro egoismo e farci percorrere la via dell'amore. I poveri, i piccoli, gli ultimi, sono amati da Dio perché sono nel contempo porte d'accesso alla via dell'amore ed esperti della via dell'amore. Perché non provare ad aprire qualche porta invece di provarne ribrezzo? Magari la vera gioia e la vera pace può entrare nella nostra vita come è successo a San Giovanni di Dio!Ricordato l' 8 marzoMontemor-o-novo, Portogallo, 8 marzo 1495 Granada, Spagna, 8 marzo 1550Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio - allora Giovanni Ciudad - trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell'ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni "eccessive" di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi. Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l'8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada. (Avvenire)"Se guardassimo alla misericordia di Dio, non cesseremmo mai di fare il bene tutte le volte che se ne offre la possibilità.Infatti quando per amor di Dio, passiamo ai poveri ciò che egli stesso ha dato a noi, ci promette il centuplo nella beatitudine eterna. O felice guadagno, o beato acquisto! Chi non donerà a quest'ottimo mercante ciò che possiede, quando cura il nostro interesse e ci supplica a braccia aperte di convertirci a lui e di piangere i nostri peccati e di metterci al servizio della carità, prima verso di noi e poi verso il prossimo? Infatti come l'acqua estingue il fuoco, così la carità cancella il peccato (cfr. Sir 3, 29).Confido in Cristo che conosce il mio cuore. Perciò dico: Maledetto l'uomo che confida negli uomini e non confida in Cristo. Volente o nolente gli uomini ti lasceranno. Cristo invece è fedele e immutabile. Cristo veramente provvede a tutto. A lui rendiamo sempre grazie. Amen."9) MariaQuanto amore in Maria! Ancora oggi per noi, vera esperta dell'Amore, madre stessa dell'Amore non può che esserci da Maestra nell'Amore. Una Maestra dolce e paziente, che non si stanca ad esortarci a spronarci a sollecitarci perché non cadano invano i doni di Dio. Ci vede a volte così infelici, spaventati, delusi, sofferenti e allora maternamente ci chiede la possibilità di soccorrerci. Lei, ci chiede di dare a Lei la possibilità di aiutarci, di farci del bene, di cancellare dai nostri cuori paura, tristezza, delusione, sofferenza. Lei ce lo chiede! A volte siamo così a terra che non sappiamo neanche come rialzarci e a chi chiedere aiuto. la Mamma è li, basta allungare una mano. Diamo la nostra mano alla Mamma e Lei ci accompagnerà, come bimbi, passo dopo passo, dolcemente, sulla via dell'amore, fino alla pienezza, fino alla gioia vera, piena, fino alla Pasqua. Alla nostra Pasqua. Non ci lascerà mai, a meno che noi non la lasciamo e sarà tutto più facile, più semplice!Come madre vi raduno perchè voglio cancellare dai vostri cuori quello che ora sto vedendo. Accettate l'amore di mio Figlio e cancellate dai vostri cuori la paura, il male, la sofferenza, la delusione. Che la vostra giornata sia intessuta di piccole ardenti preghiere per tutti coloro che non hanno conosciuto l'amore di Dio. Che Lui sia il senso della vostra vita e che la vostra vita sia un servizio all'amore divino di mio Figlio. Grazie figli miei.Per Lei ognuno è importante e nessuno è escluso dal suo piano. Lei vuole portarci tutti a suo figlio Gesù Cristo. Nel messaggio di questa sera la Madonna ci ammonisce sulla serietà del tempo della Quaresima in cui ci troviamo. In questa Quaresima Dio ci dà ancora un'occasione per correggerci, per continuare a convertirci. Dobbiamo essere concreti perché la preghiera è incontro dell'uomo vivo e concreto con Dio che è vivo e concreto. La Madonna ci dà i mezzi che ci aiuteranno nella nostra lotta: la preghiera e la rinuncia.Questa preghiera non deve essere solo una recitazione o ripetizione di parole, ma un rivolgersi veramente al Padre con tutto il cuore affinché venga il suo Regno. Dobbiamo essere perseveranti nella preghiera e aperti allo Spirito di Dio, che ci darà la forza ogni volta che le cose non andranno come noi pensavamo. La Madonna ci invita alla preghiera perché Lei stessa pregava e conosce meglio di noi l'importanza della preghiera. Lei, piena di grazia, all'offerta che Dio le fa dal Cielo, risponde con tutto il suo essere: "Ecco sono la serva del Signore, si compia in me la tua parola".Il secondo mezzo importante per la crescita nella vita spirituale è la rinuncia. La rinuncia non deve essere fine a sé stessa, ma un'occasione per offrire a Dio tutto lo spazio del nostro essere, affinché Egli possa operare completamente in noi. Ogni rinuncia è segno di una crescita spirituale. Si deve rinunciare innanzi tutto a ciò che ha preso il posto che spetta a Dio: il primo. Questo può essere: la gente, la gloria, il potere, il denaro, il rispetto umano, noi stessi o qualcos'altro. Al primo posto dobbiamo sempre mettere Dio. Solo così tutto quello a cui abbiamo rinunciato acquista il suo vero senso. Siamo chiamati a pregare per coloro che sono stati scartati dalla società, per gli abbandonati, gli infelici, per i bambini abortiti, per le anime del purgatorio e per tutti quelli che hanno bisogno di preghiera.Attorno alla croce, grida di odio,ai piedi della croce, presenze di amore. Accanto, il discepolo amato, non altri.Solo l'amore ha saputo superare tutti gli ostacoli,solo l'amore ha perseverato fino alla fine,solo l'amore genera altro amore.Solo l'amore può custodire l'amore,solo l'amore è più forte della morte (Ct 8, 6).Nel cuore vivo di questa Quaresima, non demordiamo, insistiamo con ogni mezzo a disposizione per rinascere dall'alto! Non scendiamo a compromessi con nulla, la felicità piena, la gioia e la pace ci sono poste dinnanzi, se non siamo ancora nella felicità piena, nella gioia e nella pace, chiediamole a Dio, disponiamoci per riceverle. Non gettiamo via il tempo nel grigiume e nella mediocrità: la vita piena ci è stata donata da Gesù con la sua Pasqua. La gioia piena, la luce, la salvezza da tutte le nostre ferite, dai nostri errori, dalle nostre sofferenze ci è stata donata da Gesù nel Suo Mistero Pasquale. La chiave della vita, la potenza che vince il mondo e le sue brutture ci è stata donata attraverso la Croce di Gesù scelta per amore e con amore.Preghiamo gli uni per gli altri, noi pregheremo con tutte le nostre forze e con tutto il nostro amore e faremo pregare perché io, te, ogni uomo e ogni donna, possano percorrere la Via dell'Amore senza esitazione e rinascere dalla Croce di Gesù.Il nostro augurio fraterno è che la Quaresima che condurrà a breve nella Pasqua possa portare la sua gioia, la sua pace, il suo rinnovamento e la sua potenza a te ed a tutti i tuoi cari e a tutta l'umanità più sofferente. Mari e MAX