Ordini Cavallereschi Crucesignati

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domenica 8 giugno 2008

L'ARABA FENICE ERA SEMPRE MASCHIO...

Dott.ssa Carlotta Vitale
scrittrice
Il *“Palazzuolo”
Bisceglie - Bari

Spicca il suo volo l’uccello di fuoco, a simboleggiare lo spirito puro di RA, il sole che sorge e sempre da se stesso risorge: è così che dispiega le sue fantastiche ali nel cielo d’Egitto, l’Araba Fenice.
Credo sia a dir poco superfluo evidenziare il possente valore simbolico della figura della Fenice, ed altrettanto è ovvio che lo scopo di questo breve scritto è quello di soltanto accennare a ciò che essa rappresenta, infatti per approfondirne i risvolti esoterici ma anche filosofici e religiosi servirebbero più e più libri.
In realtà queste poche righe vogliono essere un omaggio a ciò che oggi sorge dalle sue stesse ceneri, ceneri che, però, così come nel simbolo della mirabile leggenda, ugualmente nella realtà che oggi, fratelli miei, stiamo vivendo, non rappresentano precedente distruzione o sofferenza ma solo gioiosa nascita e possente motore di rigenerazione.
E poiché questa breve tavola oggi, con licenza dei saggi dell’Officina, più emozione che dottrina vuol richiamare, io credo sia gradito ascoltare ancora della leggenda dell’Araba Fenice.
Essa era mirabile creatura, anzi esso poiché la Fenice era sempre maschio, e generatore di se stesso.
Ma, almeno nella mia visione, forse, più che maschio, esso o essa è simbolo dell’androginismo cosmico, dal momento che viene associata anche a Venere (non la Dea ma il pianeta) oltre che al sole Ra Arakte; ed infatti Venere stessa era appellata, come "stella della nave del Bennu-Asar".
Si narra che la Fenice viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca, all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, da qui il suo appellativo di Araba che, detto per inciso, le è stato del tutto erroneamente attribuito da Erodoto.
Dimorava dunque la Fenice in luogo appartato, nascosto ed introvabile, a tutti occulto, lontano e vicino ad un tempo, è facile riconoscere il cammino del VITRIOL, che conduce in luogo nascosto ed appartato, lontano perché non facile da raggiungere, ma vicino perché posto nell’interiorità di noi stessi ed in questo luogo la splendente luce dell’uccello sacro della Fenice che è l’anima divina stessa.
Ogni mattina, all'alba, Bennu, la Fenice bagnava lo splendido e dorato piumaggio nell'acqua e cantava una canzone così meravigliosa ed armoniosa che il dio del sole Ra Arakte arrestava la sua barca per ascoltarla: è la voce dell’Io che divinamente richiama le armonie celesti dell’infinito, quelle armonie che occulte e conosciute ad un tempo, reggono i meccanismi mirabili del microcosmo e del macrocosmo.
Talvolta la Fenice placava il suo volo posandosi sulla pietra “ben-ben”: l'obelisco all'interno del santuario della città di Heliopolis (la città del sole, la biblica On) di cui era l'uccello sacro.
Il Bennu, lo spirito sacro di RA, cioè la Fenice si dice che abbia creato sé stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Heliopolis.
Proprio come il Sole, che è sempre lo stesso e risorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta, essa/esso era dunque la creatura più solitaria del mondo, priva di compagno Maestra di se stessa e come ente autogenerato simbolo stesso del Divino.
La mirabile creatura dunque era "semper eadem": sempre la medesima, sempre se stessa ma sempre se stessa rinnovata.
Proprio come noi, Figli della Vedova, siamo o dovremmo essere, ad ogni nuovo nostro risorgere, ad ogni progressivo compiersi dell’opera di levigatura della grezza pietra.

Questo costante autorigenerarsi scavando la coscienza dell’Io profondo ci fa essere ciascuno per se stesso Fenice dell’Io.
Il meraviglioso canto della Divina Creatura, però, annunziava anche la sua morte.
Ma di morte apparente si tratta: un dramma “non-dramma”, il concretarsi di un evento cosmico, attraverso una rappresentazione sacrale dell’esistere ciclico e ripetitivo, una commedia di natura eonica come il batter del ciglio di Brahma.
Dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/ 1468, o addirittura 12954/ 12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte.
Per mistero da conservare, più che per pudore di nascondere un evento che non triste ma gioioso si rivelava, essa si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.
Qui accatastava ramoscelli di mirto, di incenso e sandalo, di legno di cedro, di cannella, spigonardo, e mirra e delle più pregiate piante balsamiche come narra Ovidio.
Con esse, le stesse che rappresentavano il suo cibo in vita, intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (altro meraviglioso potere attribuito alla Fenice era la capacità di sollevare grandi pesi in volo), e provava e riprovava a sollevarlo ed ogni volta che vi riusciva ne accresceva la dimensione fino a renderlo tale da non essere da se stessa sollevabile.
Ciò, è evidente, simboleggia la ricerca del limite massimo del proprio volo, di quel limite oltre il quale il corpo mistico di cui si è composti non è più utile alla prosecuzione e necessita di nuova nascita e trasfigurazione: è il passaggio di grado iniziatico che anche nella Libera Muratoria è così rilevante come tutti sappiamo.

Compiuta l’opera di costruzione del nido (come non pensare al nostro Tempio mai completo che si crea e ricrea negli antichi riti Massonici dove ogni volta all’aperto era tracciato il perimetro sacro e ogni volta lo si cancellava) la Fenice vi si adagiava, e restava in placida attesa che i raggi del sole l'incendiassero.
Così, senza sofferenza, giacché non di morte si trattava ma di trasfigurazione, si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza, mentre a causa della cannella e della mirra che bruciano, la morte della Fenice era accompagnata da inebriante profumo.
Dal cumulo di cenere emergeva poi un piccolo uovo, che i raggi solari, proiezione del Bennu stesso ormai trasfigurato, quindi motore della propria autorinascita, facevano crescere rapidamente fino a schiudersi perché da esso sorgesse la nuova Fenice, anzi risorgesse l’unica Fenice sempre eadem ma dotata di nuova ed accresciuta forza.
Ciò avveniva nell'arco di tre giorni, dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro, «cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra»: il ritorno della nuova Fenice annunciava, per le miserie umane, un nuovo periodo di ricchezza e fertilità.
Essa era considerata la manifestazione di Osiride risorto, tanto che spesso era raffigurata posata sul Salice, albero sacro appunto ad Osiride.
Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e — come narra il mito egizio della creazione — fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale che, all'origine dei tempi, sorse dal caos acquatico; dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita che è il Suono Divino, la Musica, appunto il suo meraviglioso canto armonia di tutti gli Universi: tale soffio animò il dio Shu primigenio creatore e separatore del cielo e della terra.
E tanto era importante per gli Egizi che le dedicarono ben quattro piramidi:
· quella di Cheope, presso Giza, detta "dove il sole sorge e tramonta";
· ad Abusir, Sahure, "splendente come lo spirito Fenice";
· Neferikare, "dello spirito Fenice";
· Reneferef, "divina come gli spiriti Fenice".

Queste sono le essenziali linee del mito, quello egizio intendo, dato che molto si è detto sulla Fenice presso i Greci, e molto ancora nella letteratura latina e romanza.
Né meno importante è il richiamo del mito della Fenice che si rinviene nel mistero della risurrezione cristica, e nell’intero esoterismo tanto occidentale che, pure, orientale (in Cina, appena pochi anni orsono -2004- si son rinvenute anfore con la sua rappresentazione risalenti a 7.400 anni orsono).
La Fenice è una delle manifestazioni del sole tanto che una tarda grafia geroglifica del nome di Osiride è costituita da un occhio e uno scettro. Ed è proprio l'occhio della Fenice che, inteso come l'illuminazione consapevole di Osiride che rinascendo incarna il rinnovamento ciclico degli astri, è intrinseco alla fiamma del periodo solstiziale.
Né mancano i riscontri religiosi e filosofici della sua figura: ad Heliopolis essa era anche considerata come il nuovo profeta/messia che "distruggeva" gli antichi testi sacri per far risorgere una nuova Religione dai resti della precedente: impossibile non riconoscere immediatamente in questo attributo il volto di Cristo quasi profeticamente preannunciato.
Ed infatti, immancabilmente nel “Fisiologo”, il primo “bestiario” cristiano si legge: ….l'uccello prende l'aspetto del nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento, come egli stesso disse: «Non sono venuto ad eliminare la legge, ma ad adempierla». E di nuovo: «Così sarà ogni scrittore dotto nel regno dei cieli, offrendo rose nuove ed antiche dal suo tesoro»
Simbolo della Sapienza Divina, la Fenice è identificata, anche a causa del periodo di maturazione della nuova se stessa (tre giorni), con la resurrezione di Cristo.
Ad un così potente compendio di esoterismo nascosto nel piumaggio d’oro della Fenice non poteva non ”strizzare l’occhio” anche la dottrina alchemica che riconosce nel sacro uccello di fuoco il culmine stesso del cammino eziologico alchemico: gli Alchimisti chiamano infatti Fenice la Pietra Filosofale.
Ma nella propria rigenerazione la Fenice, ha anche un suo aspetto distruttore: essa viene a liberare il mondo dal male rappresentato dai parassiti, che nascosti nelle sue ali muoiono quando le batte sulle fiamme …bruciandoli col Fuoco Spirituale.
In questo specifico aspetto ed in particolare in questo gesto si rinviene anche dell’animismo dedotto dall’osservazione della natura.
Infatti davvero alcuni grandi rapaci battono le ali presso il fuoco degli incendi per liberarle dai parassiti (non con la fiamma ovviamente ma con il fumo).
Il mito della Fenice è dunque il compendio stesso dell’esistenza umana e spirituale, ed inevitabilmente, come sempre accade quando un simbolo esprime una realtà ancestrale dello spirito dell’Uomo, figure assai simili si ritrovano in praticamente tutte le culture.
Non possiamo dilungarci ancora: ricordiamo soltanto Quetzalcoatl, dio uccello di fuoco (o serpente piumato) dell'America del Nord (Messico), che aveva il dono di morire e risorgere; grande sovrano e portatore di civiltà.
Ma molto altro emerge dall’analisi del Libro Dei Morti egizio dal quale si può anche evincere che la Fenice simboleggia tra l’altro anche la processione degli equinozi e l’aureo 1,618.
Sulla simbologia racchiusa nel sacro uccello si potrebbe dissertare per giorni, ma tra tutti i giorni buoni per la curiosità e la per la conoscenza, non è forse questo il più adatto.
Oggi infatti deve esser giorno di giubilo e gioia: ogni nuovo tempio che si eleva alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo, ogni nuova colonna che si innalza, infatti, nasce dalla rigenerazione della gemmazione e rigenerandosi ricrea se stessa.

Oggi di nuovo è nata, tornando da se stessa, la Fenice.

E poiché la gioia e l’emozione subito si fa poesia chiudo ricordando ciò che il Poeta dice nel XXIV canto dell’Inferno

Che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo appressa
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lacrima e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

Tratto dai quaderni di Serenamente-Direttore Alberto Vacca


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