Ordini Cavallereschi Crucesignati

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sabato 21 marzo 2009

RAFFAELE FITTO, SIMONE DI CAGNO ABBRESCIA, FRANCO SCHITTULLI. (ITALIANI!)

Dott. Pietro Vitale
Giornalista e scrittore
Vicedirettore de il “Palazzuolo”
Direttore del Blog International
www.corpomilitaresmom.blogspot.com

CONGRESSO, NON CHIUSURA MA NUOVO INIZIO
ITALIANI!
ROMA - L'ultimo congresso di An ''non e' un congresso di chiusura'', ma ''un giorno di nascita, di ripartenza, un nuovo inizio''. Ignazio La Russa, 'reggente' di An, apre cosi' la sua relazione al congresso della Fiera di Roma. ''Non e' un congresso ordinario - dice - Nasce il partito degli italiani e' lo slogan, e non a caso. E' questa da sempre la grande ambizione, il traguardo che si sono posti gli uomini di destra dal Dopoguerra ad oggi''
GRAZIE GIANFRANCO PER CORAGGIO, NO COMPROMESSI - ''Un uomo di destra, quando ricopre un ruolo istituzionale, lo fa senza compromessi''. Lo dice il reggente di An Ignazio La Russa nel suo intervento al congresso nazionale parlando delle prese di posizioni di Gianfranco Fini. ''Quando indossa la casacca di presidente della Camera - sottolinea La Russa - Fini non lo dimentica: ha il dovere di svolgere il suo ruolo in modo impeccabile. Anche quando vorrebbe cambiare le regole che ci sono, e che sono un po' lente, ha il dovere di dire che tutto va fatto senza salti in avanti''. ''Gianfranco - dice La Russa rivolgendosi al leader del partito, seduto in prima filea - ti dobbiamo un grazie per il tuo coraggio, perche', sfidando le critiche, vai dritto per la tua strada''.

LA RUSSA A LEGA, PASSI INDIETRO NON LI FARA' SOLO PDL - Nei rapporti fra il Pdl e la Lega Nord ''non c'e' bisogno di contrapporsi, al contrario bisogna competere'', restando ''pronti ad accettare correttivi'', ma cio' non vuol dire ''accettare l'ineluttabilita' che siccome per vincere bisogna stare insieme un passo indietro lo debba sempre fare il Pdl''. E' un passaggio dell'intervento di Ignazio La Russa, reggente di An, all'apertura del congresso di An.

Da Bari, il Senatore Luigi d’Ambrosio, comunica:

Carissimi,
Venerdì 20 marzo, alle 0re 18.00, al Teatro Piccinni di Bari, un appuntamento da non perdere: alla vigilia del congresso fondativo del Partito della Libertà previsto a Roma alla fine di marzo, il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, l'on. Simone Di Cagno Abbrescia, candidato sindaco della città di Bari e il prof. Franco Schittulli, candidato presidente della provincia di Bari, incontreranno i cittadini che credono e condividono il grande progetto della costruzione del nuovo grande soggetto politico nazionale, il partito degli Italiani che credono nei valori della libertà, della democrazia, del riformismo, del merito, della trasparenza e dell'efficienza amministrativa.
Un confronto non solo per illustrare temi, programmi e agenda del partito che traghetterà il nostro Paese nella modernità, ma anche per riempire di contenuti, energia ed entusiasmo il sogno voluto dal presidente Silvio Berlusconi che oggi, finalmente, si realizza.
Non puoi fare mancare la Tua presenza e il Tuo contributo: quello di venerdì prossimo è un appuntamento con la Storia, e a farla siamo noi.

Al Congresso erano presenti molti Dirigenti di Istituzionali ed Autorità Civili e Militari, tra cui il Dott. Giovanni Lacoppola (Dirigente dell’U.S.P. di Bari); il Prof. Domenico Palladino (Primario di Radiologia); e molti altri frateni amici.

Un breve profilo del futuro Presidente della Provincia di Bari:
Cambiare si può. Cambiare si deve.

Francesco Schittulli,
Laureato in Medicina e Chirurgia si è specializzato in Chirurgia Generale e in Oncologia. Più volte consigliere dell’Ordine dei Medici di Bari è stato componente del Comitato del Comitato scientifico Eurispes della Puglia.

Già consigliere nazionale della Società Italiana di Chirurgia Oncologica e Direttore della Scuola Speciale di Senologia Chirurgica, è stato docente universitario dapprima alla Facoltà di Medicina dell’Università di Foggia e poi alla scuola di Specializzazione in Oncologia delle Università di Bari e Tor Vergata di Roma. Direttore Scientifico dell’Istituto Oncologico di Bari dal 1993 dal 1997, è sin dalla sua costituzione (1993) componente della Commissione Oncologica Nazionale del Ministro della Salute. E’ stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra i quali: dal Santo Padre Giovanni Paolo II dell’onorificenza di “San Gregorio Magno”; dal Capo dello Stato di “Grande Ufficiale della Repubblica”; dall’Ordine al Merito Melitense della “Croce di Ufficiale”; Dal 2000 è Presidente Nazionale della Lega Italiana per la lotta contro i Tumori. Nel 2005 il Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azelio Ciampi, gli ha conferito la “Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica”. Dal 1986 Direttore Senologo-Chirurgo e Capo Dipartimento Donna dell’Istituto Tumori di Bari.
LA MIA TERRA, LA MIA GENTE, una NUOVA PROVINCIA.

“Ho accettato la candidatura alla carica di Presidente della Provincia di Bari con lo spirito di servizio, coinvolgimento e impegno. L’impegno di un professionista che, da cittadino, accetta una nuova sfida per contribuire al bene della sua terra. Alla Provincia di Bari occorre una politica pèiù vicina alla gente, un piano strutturale di rilancio che trovi idee innovative e soluzioni concrete anche in termini di occupazioni per guardare al futuro con più serenità. La mia Provincia sarà la Provincia del dialogo e della programmazione condivisa con i suoi Comuni. Sarà la Provincia che sosterrà con i fatti la sua utilità e la sua unicità. Sarà una nuova Provincia da ridisegnare insieme”.

giovedì 19 marzo 2009

SENATORE LUIGI D'AMBROSIO LETTIERI

Legislatura 16º - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 176 del 19/03/2009
SENATO DELLA REPUBBLICA------ XVI LEGISLATURA ------
176a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 19 MARZO 2009
(Antimeridiana)
_________________

Presidenza della vice presidente MAURO,
indi del presidente SCHIFANI
(stralcio)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D'Ambrosio Lettieri. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO LETTIERI (PdL). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, credo sia giusto ricordare, anche se è stato già fatto, che la questione del cosiddetto testamento biologico e delle tematiche ad esso collegate non è di oggi. Essa è infatti all'ordine del giorno del dibattito politico da trent'anni, da quando nel 1976 il caso Quinlan, come ha ricordato lo stesso professor Veronesi, prima scosse l'opinione pubblica statunitense e poi rimbalzò in tutti i Paesi avanzati, dove i crescenti progressi delle conoscenze tecnico-scientifiche avevano già prodotto interrogativi tali da mettere a soqquadro le convinzioni e dilaniare le coscienze.
Questa notazione è la dimostrazione di quanto laceranti, difficili, drammatici per la coscienza di ciascuno e al di là degli schieramenti di parte, siano gli argomenti che come questo aprono problemi etici di complessità incredibile. Non è davvero un caso, credo, che tre decenni non siano bastati ai legislatori che si sono succeduti in questa e nell'altra Aula del nostro Parlamento per iscrivere la materia in un quadro di regole certe e condivise, perché molto semplicemente si tratta di una materia difficile, di una materia delicata che, complice il processo ipertecnologico di crescita della nostra medicina, apre dilemmi fin qui estranei al percorso umano.
Credo di esprimere un pensiero che in quest'Aula sia stato largamente condiviso se affermo che l'accelerazione dell'iter legislativo del provvedimento in esame sia stato prodotto dalla controversa e drammatica conclusione del caso Englaro, che ha trovato la risposta ai dilemmi, agli interrogativi, alle istanze, alle richieste che prima ricordavo in una sentenza della magistratura; laddove questa è intervenuta evidenziando che non poteva farsi diversamente, atteso che vi era un vulnus legislativo, al quale peraltro la magistratura stessa chiedeva di porre rimedio. Un fatto grave, questo, che non sia l'organo sovrano espressione della volontà popolare a dare un'indicazione e una risposta, ma sia un altro potere costituito della nostra democrazia. Questo riferimento è utile ad inquadrare la cornice di oggettiva difficoltà dentro la quale dobbiamo provare a ragionare (e sottolineo provare a ragionare), rifuggendo dalle tentazioni di radicalizzare il confronto e di ingessarlo nei presunti dogmatismi di opposte e non conciliabili verità.
Sono sempre stato convinto fin dall'inizio dei lavori in Commissione sul testo del senatore Calabrò (al quale voglio indirizzare in questa sede, una volta di più e con grande affetto un pubblico attestato di stima e un sincero ringraziamento per l'onestà intellettuale e l'umiltà tenace con la quale ha portato avanti questo provvedimento), che il punto centrale della delicatissima questione che ancora discutiamo sia tutto nella risposta ad un'unica domanda: fino a che punto la vita di una persona può essere considerata un bene disponibile?
Un interrogativo che è andato ben oltre l'iniziale tema che lo aveva generato, caro collega Marino, relativo al fatto se l'alimentazione e l'idratazione fossero sostentamento vitale o trattamento sanitario e come tale dunque configurabile come accanimento terapeutico.
E' infatti sulla vita come bene disponibile che si registra la divaricazione tra chi ritiene che ciascuno, in nome del sacro ed inviolabile principio di libertà, possa fare della sua vita ciò che più e meglio ritiene e chi al contrario ritiene che la libertà assoluta di disporre di sé sia costitutivamente in antitesi con i princìpi e le regole del vivere civile e sociale e quindi non ammissibile. Come è evidente si tratta di posizioni inconciliabili, espressioni di concezioni, sensibilità e culture profondamente diverse dei valori fondanti dell'esistenza.
Dirò subito, per chiarezza, che sono tra coloro che ritengono che la vita sia un bene indisponibile e non negoziabile. Aggiungerò anche che avverto un po' di disagio quando, anziché confrontarci su argomenti opponendo posizione a posizione, vi è chi considera pregiudizialmente la mia convinzione come frutto di un dogmatismo confessionale e fideistico. A ben vedere, è proprio questo l'atteggiamento che rende più difficile il dialogo: il rifiuto di molti a prendere in considerazione, con la serenità che sarebbe invece necessaria, il fatto che il principio della indisponibilità della vita non è sostenuto solo da argomenti teologico-confessionali, ma anche da forti e ben radicati argomenti laico-razionali.
Vi è che come il professor Francesco D'Agostino, presidente onorario della Commissione nazionale di bioetica - ma vi sono accanto a lui illustri presidenti emeriti della Corte costituzionale - si è speso molto per affermare questa verità, spiegando - direi autorevolmente - come quello della indisponibilità della vita sia con buona pace dei laicisti un principio aristotelico ancor prima che cristiano, ricordandoci che la stessa verità è stata poi variamente ribadita da giganti del pensiero della statura di Kant o di Schopenhauer (sì, anche lui, il nichilista Schopenhauer!), entrambi concordi nell'affermare che la vita non è bene di cui il singolo possa disporre a suo piacimento, anche se sulla base di considerazioni del tutto diverse e per non dire singolarmente opposte.
È però all'Aristotele dell'Etica Nicomachea che bisogna riferirsi per significare come il concetto della indisponibilità della vita sia assolutamente precristiano. Il filosofo argomentava contro il suicidio, sostenendo che l'individuo appartiene alla polis e non ha dunque il diritto di privarla della sua presenza e della sua attività. Il professor D'Agostino non parla ovviamente né di polis né di Patria, né di Stato, ma osserva che ognuno di noi vive all'interno di una rete di relazioni interpersonali. Quindi, sostiene il bioeticista - che cito alla lettera - «chi ritiene di avere il diritto di poter disporre della propria vita arriva di fatto a disporre - magari senza rendersene conto - di tutta la rete di relazioni interpersonali (che sono familiari, amicali, lavorative, politiche, sociali), al cui interno si è formato come persona e che hanno contribuito a costituire e costruire la sua identità. Uscendo da questo mondo e ritenendo di averne il diritto, egli si comporta ingiustamente con tutti coloro che hanno interagito nel passato e che potrebbero in futuro ancora interagire con lui, che cioè hanno messo, o comunque potrebbero aver messo a disposizione sua il proprio patrimonio di esperienze».
In questa interdipendenza di individui, che è l'elemento irrinunciabile e fondante dell'esperienza umana e della stessa idea di società, risiede dunque il nocciolo della questione.
Non apparteniamo solo a noi stessi ma anche alla rete di relazioni interpersonali che ha fatto e fa di noi quel che siamo. Ritenere disponibile dunque la vita umana significa infliggere un vulnus fatale alla possibilità stessa della dimensione sociale, per la quale la vita non è soltanto un valore accanto ad altri valori ma è il presupposto della stessa elaborazione sociale di ogni valore. Ecco perché il principio dell'indisponibilità della vita non è negoziabile, perché se lo discutessimo mineremmo le pietre d'angolo su cui appoggiano le fondamenta del nostro modello di civiltà, con conseguenze incalcolabili per il futuro.
E a tutti coloro che arrivando talvolta a promuovere, sotto le spoglie suadenti della pietas, la causa del diritto a disporre della propria esistenza, aprendo così la porta ad una deriva nichilista, gioverà ricordare che se questa civiltà, della quale siamo al tempo stesso eredi e artefici, è stata possibile è esclusivamente sulla base dell'affermazione di questo principio: se avesse prevalso, al contrario, il concetto della vita come bene disponibile, forse saremmo ancora dalle parti della Rupe Tarpea. Su questo punto fondamentale non mi è sembrato di registrare, a meno di colpevoli distrazioni, controargomentazioni convincenti condotte in punta di ragionamento; eppure, torno a dirlo, proprio su questo punto nodale dell'intera questione si svolge il ragionamento. Se infatti attraverso un confronto aperto, sereno e maturo arrivassimo a condividere la convinzione, tutta laica, razionale e soprattutto fondata sull'irrinunciabile dimensione sociale del nostro essere persone, in ordine all'indisponibilità della vita, credo che al provvedimento che oggi stiamo discutendo in Aula si aprirebbe una strada in discesa.
Il lavoro in Commissione ha dato ampia prova del fatto che esistono margini per arrivare ad una legge formulata con il contributo, anche necessario, di culture e sensibilità differenti. Lo ha ribadito il senatore Calabrò, con specifico riferimento ad alcuni aspetti critici che sono stati utilmente dibattuti, analizzati e migliorati, e lo ha confermato, con un'onestà intellettuale che è tutta da apprezzare, il senatore Gustavino, riconoscendo che il testo della legge è uscito dalla Commissione migliore di come vi era entrato.
Mi avvio alla conclusione, signora Presidente, chiedendo un ultimo minuto. Voglio coltivare l'auspicio che questa discussione generale, per questa volta e per questa specialissima occasione, si sottragga alle logiche dei discorsi fatti per lasciare traccia nei resoconti; che questa Aula torni ad essere, come siamo in tanti ad auspicare, come emerso nell'interessante dibattito sulle riforme che abbiamo svolto ieri, il luogo dove non solo si approvano le leggi ma dove si forma e si costruisce il pensiero che le origina.
Eppure non può prendersi atto delle oggettive difficoltà a trovare le necessarie convergenze, attese le dichiarazioni tanto amare quanto vere della vice presidente Bonino, quando afferma che a dividerci nella sostanza è una diversa lettura dell'articolo 32 della Costituzione. Ragionando ai bordi di questo solco, dunque, potrà forse anche essere vero che in democrazia - mi rivolgo soprattutto alla illustre collega Bonino - i numeri non sempre coincidono con il diritto, ma è ancora più vero che dietro la forza dei numeri in questa occasione c'è anche la forza dei princìpi, dei valori, delle convinzioni e anche dei ragionamenti svolti con la massima apertura al confronto con le ragioni altrui. Non c'è una logica muscolare dietro e dentro il testo di questa legge, ma la traduzione, anche difficile e sofferta in alcuni momenti, di un lungo percorso di impegno, di riflessione e confronto. Questo ritengo giusto ricordarlo, con serenità, con pacatezza e con grande convinzione, assumendo la responsabilità, non solo etica, del mio sostegno alla legge. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Fosson).

martedì 17 marzo 2009

DOPO 700 ANNI I TEMPLARI CITANO IL PAPA IN TRIBUNALE

Dott. Pietro Vitale
Giornalista e scrittore

Articolo di Rosanna Pirolli pubblicato da “Pontediferro.org – Il giornale online della Capitale” del 17 settembre 2008,
Nel clima politicamente difficile e niente affatto rassicurante dell'estate non ancora trascorsa, una notizia clamorosa e bizzarra nella sua, diciamo, originalità: il Papa di Roma, Benedetto XVI, denunciato davanti ad un Tribunale di Madrid dall'Asociaciòn Orden Soberana del Temple de Cristo, che si considera erede legittima delle leggendarie armate medioevali dei “Cavalieri di Cristo”: i Templari, le cui gesta, le ricchezze, i misteri ed i mitici riti di iniziazione al limite dell'eresia, non hanno mai smesso di interessare la storia e la letteratura, in particolare l'attuale grasso filone di “fanta-mistero” con i suoi milioni di lettori in tutto il mondo.
L'Associazione spagnola, con la sua iniziativa giudiziaria, vuole recuperare l'onore che quei “Cavalieri di Dio” perdettero settecento anni fa quando l'ordine venne sciolto dal Papa Clemente V su istigazione del Re di Francia Filippo il Bello. Fu poi il re, braccio secolare, ad imprigionare e spedire sul rogo, gli ingombranti “miliziani della fede”, i più integralisti di tutta la storia cristiana.
Il tesoro dei Templari venne presumibilmente incamerato dalla Corona. Non si tratta soltanto di onore. Negli atti di causa, accanto alla richiesta di riabilitazione dell'Ordine, si allude con insistenza ai beni accumulati dai monaci guerrieri: un valore di 100 miliardi dei quali l'Ordine venne espropriato.
Il Papa Benedetto è chiamato in giudizio come successore di quel Clemente V il quale, agli inizi del 1300 fu costretto a sciogliere il potentissimo Ordine sul quale gravava da tempo, a torto, il sospetto di eresia. Erano gli anni della “schiavitù di Avignone”, il papato si trovava in una situazione di enorme debolezza politica e, riparato in terra francese, era di fatto soggetto alle fortissime pressioni ed ai ricatti finanziari del re.
Fuori da ogni leggenda, i Templari, furono veri e propri soldati della fede, capaci di uccidere e sterminare gli "infedeli" nel nome del Signore, per la tutela del Santo Sepolcro e la sicurezza della città di Gerusalemme in mano cristiana al momento della fondazione della loro milizia. Ma non furono soltanto “Cavalieri della Trascendenza”. Furono anche “Cavalieri di banca” particolarmente versati nei commerci “multinazionali”.
L'Ordine fu fondato nel 1120 da Ugo de Payns, un nobile dello Champagne che lasciò la patria, i beni, la moglie e i figli per farsi crociato in Terra Santa. I Cavalieri del Tempio, all'inizio soltanto otto, erano monaci, non sacerdoti. Non potevano, cioè, celebrare messe e, benché consacrati non possedevano lo “status” sacerdotale. Ma avevano la licenza di portare armi e, devotamente, di servirsene. Una Regola di 72 articoli, estremamente dura e spesso assurda, costituiva l'asse portante della comunità templare. In pratica era vietato tutto. Nessun motto di spirito, silenzio assoluto durante i pasti. Gli stivali non andavano tolti nemmeno a letto. Vietatissimo baciare qualsiasi donna, perfino le madri e le sorelle; i baci di tutte le figlie di Eva erano considerati distorsivi per la integrità e per la purezza maschile. Ogni altro aspetto della vita rigidamente regolato: la dieta povera di carne e ricchissima di legumi, l'abbigliamento bianco privo di ornamenti preziosi. Preghiere estenuanti, porta delle celle aperte, nessuna privacy.
Pochi anni dopo la sua fondazione, l'Ordine dei Templari, posto sotto la diretta autorità del papa, ottenne l'enorme privilegio di non pagare più le decime sui beni ricevuti in elemosina. Fu questa l'origine della ricchezza che i Cavalieri di Cristo accumularono in brevissimo tempo e che servì da base d'investimento alle loro sapienti attività bancarie ed imprenditoriali. Ma che fu anche la causa della loro fine ingloriosa. Non appena, infatti, con la fine delle Crociate in Terra Santa, il ruolo storico dei Monaci guerrieri divenne fragile, sul ricchissimo Ordine piovvero accuse gravissime e persistenti di eresia, idolatria e perfino di sodomia. Pur pressato dal Re di Francia, Clemente V tentò invano di porre le ricchezze dei Templari sotto tutela. La "ragion di Stato" dell’indebitatissimo Filippo il Bello fu più forte.
In risposta indiretta alla denuncia dell'Associazione spagnola, l'Osservatore Romano ha pubblicato gli atti del “Processo contro i Templari” scoperti negli archivi vaticani della ricercatrice italiana Barbara Frale. Risulta da questi importanti documenti processuali che i Cavalieri di Cristo, settecento anni fa, furono assolti dall'accusa di eresia, ma la loro comunità dispersa per sempre. Il Capo dell'Ordine, Jacques de Molay, fu arso vivo a Parigi nel 1314. Nell'andare a morte, il monaco guerriero lanciò l'anatema contro Filippo il Bello ed il Papa Clemente V responsabili della sua rovina. La maledizione andò a segno: il papa e il Re di Francia morirono entrambi nello stesso anno.
Il giudice spagnolo incaricato di giudicare il caso straordinario di un Papa chiamato in causa, ha dichiarato, in prima istanza, la propria incompetenza ad un giudizio su fatti accaduti settecento anni fa e dei quali è ormai competente soltanto la storia.
Contro la pronuncia che non cambia una oscura pagina del medioevo, è stato proposto appello.
Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi. (John Fitzgerald Kennedy)

lunedì 16 marzo 2009

GRANDE UFFICIALE DELLA REP. ITALIANA, BEPPE ROSSI

Dott. Pietro Vitale
Giornalista e scrittore
Direttore del blog Internazional
www. Corpomilitaresmom.blogspot.com
Un grande Lions di tutti i tempi: Grand’Uff. Dott. Giuseppe ROSSI
Cari lettori del Blog International e del “Palazzuolo”, è mio grande desiderio porre alla V/s attenzione un grande personaggio, il Grand’Uff. Beppe ROSSI, che ho avuto modo già in passato, di intervistarlo per le l’attività sociali e umanitarie precipue e, innate, oserei dire uniche nel suo genere, un personaggio di grande spessore.

Orbene amici, vediamo chi è il Grand’Uff. Beppe Rossi:

Il Presidente Napolitano, con proprio Decreto del 27 dicembre 2008, ha nominato Beppe Rossi Grande Ufficiale, una delle più alte onorificenze della Repubblica Italiana.

Beppe Rossi, Direttore della Rivista Internazionale ‘Lions Insieme’, è imprenditore nel settore delle costruzioni e fa parte del Direttivo provinciale di Confindustria. E’ attivo in diversi Enti economici, culturali ed assistenziali: Vicepresidente della Fondazione museale del Risorgimento, di quella musicale Mariani, garante del Premio Guidariello di Giornalismo, Console del Touring Club Italiano, Presidente del Circolo Ravennate e dei Forestieri, Consigliere della Fondazione bancaria del Monte e di UniCredit.

Ancora, negli anni ottata fu Vicesindaco ed Assessore della Cultura del Comune di Ravenna, poi Presidente dell’Azienda Provinciale del Turismo; dal 1983 al 1998 è stato membro del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Vicepresidente della Commissione Ministeriale per la Salvaguardia dei Centri Storico – Artistici. Il Dottor Rossi ancora si ricorda che, nel 1962, gli fu assegnata, dal Ministero dell’Istruzione, la Medaglia d’oro di benemerenza. E’ pure insignito della massima onorificenza internazionale dei Lions International: Melvin Jones Fellow.

Ecco, amici, vedete che ho ragione. Il Dott. Beppe Rossi, la generosità d’animo che gli è innata, ha forse volutamente omessa la carica internazionale, che gli è stata conferita recentemente, dal Capo dello Stato Italiano Napoletano: la nomina a Ufficiale del Corpo Militare del Sovrano Ordine di Malta, (A.C.I.S.M.O.M.)

Tanti e tanti auguri al Grande Ufficiale Dott. Giuseppe ROSSI

domenica 15 marzo 2009

ORDINE DEI GIORNALISTI CONSIGLIO REGIONALE DI PUGLIA

Anche quest’anno si è conclusa la VI edizione del Premio Campione ‘giornalista di Puglia’ dedicato al collega scomparso Michele Campione, premio alla carriera assegnato ad un giornalista pugliese che si sia distinto nella professione al di fuori della Pug lia. Premio organizzato dall’Ordine dei Giornalisti della Puglia.
Al concorso possono partecipare gli iscritti all’Ordine regionale pugliese con lavori (articoli di carta stampata, servizi radio-televisivi, di agenzia o pagine web) pubblicati nel corso del 2008.
Il premio è suddiviso in due sezioni: carta stampata-internet e radio-tv-agaenzie. Per ciascuna sezione saranno premiati i migliori articoli nei tre settori: sport, cronaca e cultura/costume. Ai vincitori è stato assegnato un premio di 1.000 euro e la riproduzione di un’opera del maestro Manlio Chiappa. La consegna del Premio è stato consegnato nella sala Murat di Bari borgo antico, nella mattinata di domenica 15 marzo 2009. Al Premio ‘Giornalista di Puglia’ Michele Campione hanno partecipato al completo la famigli Campione, Paola Laforgia (Pres. Ordine dei Giornalisti); Michele Emiliano (Sindaco di Bari); Vincenzo Divella (Pres. della Provincia); Nichi Vendola (Pres. della Reg. Puglia) Corrado Petrocelli (Rettore dell'Università di Bari) Lorenzo Del Boca (Pres. Nazionale Ord. dei Giornalisti); Pietro Vitale (direttore del blog internationale me vice direttore de il "Palazzuolo), a cui gli è stato consegnato un attestato di partecipazione al Premio Campione.

nel corso della premiazione è stata recitata una bellissima poesia del compianto Michele Campione:

"Ho piantato un ulivo dal tronco sottile e flessuoso come i corpi delle ragazze quindicenni che sorridono congli occhi. Ho affondato le mani nel terreno soffice e umido per raccoglievi le radici come in una culla. Ho contato le foglie grigio- argento e le influorescenze inpotenti ancora a trasformarsi in frutto come gli amori precoci dei ragazzi".

Grazie Michele, per il Tuo calore e senso della vita...la Tua testimoniaza di vita sarà sempre nei nostri cuori. Un abbraccio, Pietro Vitale